21 maggio 2015

L’oro d’Ungheria. Tokaji, Tokaji, Tokaji!

Un’altra eccezionale serata organizzata da Ais Bergamo, martedì 12 maggio presso l’Hotel Settecento di Presezzo. A guidare la delegazione in questo percorso attraverso la storia e le fortune alterne del TokajI, Mariano Francesconi, presidente di Ais Trentino

Celebrato nei secoli come il “re dei vini, il vino dei re”, il Tokaji sta vivendo negli ultimi vent’anni un eccezionale rinascimento qualitativo, dopo l’oscuro periodo comunista che aveva assoggettato il territorio alle ferree regole della collettivizzazione. È un fatto acclarato che a questo eccezionale territorio vinicolo non sia stato risparmiato proprio niente durante i cinquant’anni di regime, finanche un parziale sfruttamento estrattivo del sottosuolo proprio a causa – ironia della sorte – di quel granito e di quei minerali che rendono unico questo vino.

“È come se un folle avesse letteralmente bucato le colline di Sauternes per estrarne i minerali”, – commenta Mariano Francesconi, presidente di Ais Trentino, con un paragone quanto mai calzante, dal momento che il Tokaji non ha nulla da invidiare per longevità e struttura al più noto cugino francese. E non è un caso che dopo la caduta del regime siano arrivati molti investitori proprio dalla Francia, spesso proprietari di aziende del territorio di Sauternes, che – fiutato il business – hanno modernizzato le cantine e ripreso la produzione di qualità.

Il Tokaj è un vino dolce botritizzato, prodotto in un territorio che si estende a nord-est di Budapest sino all’attuale Repubblica Slovacca. Il particolare microclima e la presenza dei fiumi Bodrog e Tisza lungo tutto il territorio, sono determinanti per la botrite, grazie alla formazione di nebbie che, per contrasto termico, favoriscono lo svilupparsi della muffa nobile. Il terreno di origine vulcanica è un coacervo di minerali ricchi di potassio (zeolite e dacite profondi oltre 10 metri) misti a sabbia e argilla, ricoperto da nyirok che ne migliora il drenaggio. Il Furmint (4000 ha circa) è la principale uva utilizzata per la produzione del Tokaji, perché viene facilmente attaccata dalla Botrytis a causa della sua buccia sottile. Si coltivano altre varietà minori che possono concorrere alla produzione del vino, tra cui l’Hárslevelü (spesso utilizzato per i vini secchi), il Sárgamuskotály, il  Zèta e il Koverszolo.

La produzione prevede una raccolta delle uve a più riprese, simile per certi versi a quello che avviene per il Sauternes, selezionate in base allo stato di appassimento prodotto dalla botrite. L’uva non botritizzata può stare in pianta sino al mese di novembre, mentre quella attaccata dalla muffa nobile che ha assunto un aspetto avvizzito (simile all’uva passa) viene fatta riprendere per qualche ora prima della pigiatura con un passaggio in acqua. In un secondo tempo viene aggiunto il mosto fiore dell’uva non botritizzata, che dà il via a un processo di rifermentazione che produrrà il Tokaj Aszù. Il grado zuccherino del vino è misurato in puttonyos, ossia dalla quantità di gerle da 25 kg  colme di Aszù aggiunte al vino base, fino a un massimo di 6 per 136 litri. E’ possibile commercializzare anche il rarissimo Esszencia con un residuo zuccherino tra i 600 e i 900 gr/l, prodotto dal succo stesso fermentato a parte, che non può superare per legge i 6% vol.

AisBergamoTokaji

La degustazione

Tokaji Furmint Mandolàs 2013: giallo paglierino con riflessi verdolini. Aromi di frutti e fiori bianchi, con soffi di erbe aromatiche. In bocca è secco, con discreta nota minerale.

Tokaji Furmint Mandolàs 2011: giallo pallido con riflessi verdolini. Al naso è più intenso rispetto al 2013, con belle note di frutta gialla e ricordi minerali. In bocca ritorna la spiccata mineralità e freschezza.

Tokaji Aszù – 5 Puttonyos – 2005 – Pajzos – Màd: oro ambrato lucente. Intensi aromi di miele, albicocca disidratata e caramella mou. In bocca è dolce, supportato da una decisa spalla acida. Il retrogusto è piacevole, con una leggera nota di tè verde in chiusura.

Tokaji Aszù – 5 Puttonyos – 1993 – Disznòkò Szòlòbirtok: color topazio brillante. Molto intenso e complesso, con eleganti profumi di mela cotogna, mostarda, note vulcaniche e balsamiche che si intervallano a più riprese all’aroma di resina. In bocca è potente, con una lunghissima persistenza e perfetta corrispondenza gusto-olfattiva a cui si aggiunge una golosa nota di cioccolato. Note: è la prima vendemmia dopo la caduta del regime comunista. Tra le migliori annate di sempre.

Tokaji Aszù – 6 Puttonyos – 2007 – Szepsy Pincészet – Màd: topazio lucente. Naso intenso di spezie, zafferano e incenso, sostenuti da buoni profumi minerali. All’esame gustativo è dolce, con lunga persistenza e buona freschezza che invita a un altro sorso.

Tokaji Aszù – 6 Puttonyos – 1999 – Orosz Gàbor – Màd: oro brillante. Naso piacevole ed elegante di gelsomino, albicocche e spezie dolci. In bocca perfetta corrispondenza gusto-olfattiva. Piacevole.

Tokaji Natùr Essezencia 2007 – Uri Borok – Gergely Vince – Màd: colore impenetrabile a trama giallo-oro. Naso dolcissimo dov’è possibile ritrovare miele millefiori e spezie. In bocca è un nettare che per consistenza ricorda uno sciroppo. Da capire.

A fine serata sono stati serviti i formaggi del Caseificio Taddei in abbinamento ai vini:  Taleggio,  Salva, Blutunt stagionato 90 giorni e Blutunt stagionato 150 giorni. Il produttore è inoltre intervenuto spiegando la produzione e le caratteristiche organolettiche dei formaggi serviti.

13 maggio 2015

Cantina Mesa, i vini della terra del Carignano del Sulcis

Una Cantina ancora giovane, fondata nel 2004 per “amor di Sardegna” da Gavino Sanna, maître à penser, pubblicitario, scrittore e imprenditore italiano tra i più importanti al mondo, che ha voluto celebrare la terra che gli ha dato le origini attraverso la produzione di vini che ne rappresentano perfettamente il territorio

Cantina Mesa - Serata Ais Bergamo

Puliti, schietti e sinceri, come la gente di Sardegna. Sono questo in una battuta i vini della Cantina Mesa degustati mercoledì 29 aprile presso il Ristorante LoRo di Trescore Balneario. Una Cantina ancora giovane, fondata nel 2004 per “amor di Sardegna” da Gavino Sanna, maître à penser, pubblicitario, scrittore e imprenditore italiano tra i più importanti al mondo, che ha voluto celebrare la terra che gli ha dato le origini attraverso la produzione di vini che ne rappresentano perfettamente il territorio

Ergo, vini che non perdono la loro tipicità per rispondere alle leggi del mercato, ma che rispettano integralmente la tradizione e gli aromi varietali dei vitigni, senza cedere alle lusinghe delle barriques di primo passaggio, per preferire un utilizzo misurato e intelligente del legno.

Presente in sala Luca Fontana, nipote di Gavino Sanna e Manager dell’azienda, che cura ogni aspetto della produzione, dalla vigna alla cantina, con la dedizione e l’orgoglio di un padre che sta venendo crescere e diventare grande un figlio tanto amato. La Cantina Mesa, infatti, è riuscita in pochi anni a porre le fondamenta per una produzione qualitativa di alto livello, eleggendo  il Carignano del Sulcis vitigno rappresentativo dell’azienda. Una scelta che in pochi anni, grazie al territorio vocato, ad una filosofia produttiva che non fa sconti alla qualità ed una cantina iper-moderna posta su tre livelli (5000 mq), è già stata premiata dalle guide e dalla stampa di settore.

I vigneti, 70 ettari nel cuore del Sulcis Iglesiente, a sud-ovest della Sardegna, si trovano per la maggior parte nel territorio di San’Anna Arresi, in una valle dove il mare e il maestrale giocano molto, o tutto, nella coltivazione della vite. Le vigne di Carignano a ridosso del mare, alcune delle quali cresciute facendosi forza nella sabbia, non soffrono il sale che si posa sui pampini della vite, che anzi penetra nei sistema vegetativo della pianta conferendo parte della salinità che si ritrova poi nel vino. La calura della tarda primavera e dell’estate, che mediamente si attesta sui 32-40°C, è riequilibrata dal vento freddo di maestrale, che soffia con una forza di 120-145 Km all’ora, provocando un’escursione termica giorno-notte che crea e fissa il corredo aromatico dei vini, caratterizzati da spessore e schiettezza.

Sono le caratteristiche del microclima e del terreno di natura sabbiosa e calcareo- argillosa, ricco di scheletro, a dare quindi l’imprinting alle vigne allevate ad alberello (rese di 80-90 q/l). In cantina la filosofia è quella di preservare il corredo aromatico, senza snaturarlo, tanto che dopo la diraspatura e la pigiatura soffice, le uve vengono lasciate precipitare nei vinificatori a piano terra, seguendo il principio della caduta naturale. Per il Buio Buio Riserva, il vino di punto dell’azienda, le macerazioni durano circa 10-12 giorni a 26-28°C sulle bucce, e dopo la malolattica il vino passa in barriques di secondo o terzo passaggio, che lo arricchiscono senza stravolgerlo.

L’azienda produce anche altri vitigni (ad es. Cannonau, Chardonnay, ecc. ), tra i quali emerge per eleganza il Vermentino che rappresenta per Luca Fontana (bianchista appassionato) e per il suo enologo Stefano Cova (trentino ed altro bianchista della prima ora) tra le scommesse vinte di questa cantina.  L’allevamento in questo caso è a cordone speronato in vigneti di 20-30 anni e rese molto basse (60-70 q/l), mentre in cantina le uve intere vengono pressate sofficemente, mantenendo il vino sulle fecce anche per due mesi a cui segue una maturazione in vasche di cemento.

Cantina Mesa - I vini in degustazione

La degustazione
Giuco 2014 - 100% Vermentino

Giallo paglierino. Naso intenso, con sentori floreali e fruttati (pesca bianca) e ricordi di cipria. In bocca è fresco, con nota minerale intensa. Vendemmia: tra fine agosto e inizio settembre. Vinificazione: prima della pressatura soffice, parte delle uve sono macerate per 12 ore a 6-8°C. Il mostro estratto fermenta a 14-18°C. Dopo la chiarifica e stabilizzazione, matura per 2 mesi in acciaio e altrettanti in bottiglia.

Opale 2013 - 100% Vermentino

Paglierino intenso. Un vino molto interessante, che è riuscito ad esprimersi al meglio dopo alcuni minuti nel bicchiere. Note di cedro e lime al naso. Fresco e persistente in bocca. Vendemmia: tra la seconda e la terza decade di settembre.Vinificazione: le uve intere vengono pressate sofficemente. Il mosto fermenta a 16-18°C. A fine fermentazione il vino rimane sulle fecce per almeno 2 mesi. Segue maturazione in vasca di cemento e 2 mesi in bottiglia.

Carignano rosato Rosa Grande 2014 - 100% Carignano

Rosa chiaretto lucente. All’esame olfattivo emergono immediatamente delle note vinose, supportate da una fragola fresca. In bocca buona freschezza e persistenza. Vendemmia: prima decade di settembre. Vinificazione: il mosto macera per 24 ore con le bucce a bassa temperatura. Segue la fermentazione a 14-16°C. Affinato per 2 mesi in acciaio e 1 mese in bottiglia.

Buio Buio Riserva 2012 - 100% Carignano

Rubino. Naso abbastanza intenso, con bouquet di fiori rossi e leggera nota vinosa. In bocca potente sapidità e freschezza, con tannini leggeri. Vendemmia: tra fine settembre e inizio ottobre. Vinificazione: macerazione sulle bucce per 10-12 giorni a 26-28°C. Dopo la malolattica affina per 10 mesi in barriques di secondo e terzo passaggio. Segue maturazione in bottiglia di 4 mesi.

Buio Buio Riserva 2011 - 100% Carignano

Rubino. Naso intenso, minerale e speziato (pepe bianco, spezie dolci), con piacevoli note terrose. In bocca intenso e piacevole, con buona sapidità.   Vinificazione: macerazione sulle bucce per 10-12 giorni a 26-28°C. Dopo la malolattica affina per 10 mesi in barriques di secondo e terzo passaggio. Segue maturazione in bottiglia di 4 mesi.

Buio Buio Riserva 2010 - 100% Carignano

Rubino. Naso intenso di frutta matura (ciliegie sotto spirito), profumi terziari (pepe nero, liquirizia, tabacco dolce) e note balsamiche. Potente e intenso in bocca, con tannini arrotondati e lunga persistenza. Un grande vino.Vinificazione: macerazione sulle bucce per 10-12 giorni a 26-28°C. Dopo la malolattica affina per 10 mesi in barriques di secondo e terzo passaggio. Segue maturazione in bottiglia di 4 mesi.

Gavino Riserva 2011 - 100% Carignano

Rubino pieno. Naso molto intenso ed accattivante di prugna, miele di castagno, pot-pourri di fiori rossi, nota caramellata e macchia mediterranea (elicriso). In bocca è molto intenso, elegante e persistente, con tannini sontuosi. Molto interessante. Note: vino prodotto da una sola vigna di 65 anni.

Forte Rosso passito 2011 - 100% Carignano

Rubino. Aromi di marmellata di frutti di bosco. In bocca sembra un vino passito-non-passito a causa della freschezza spiccata che chiama un altro sorso. Un passito sui generis. Da capire.

A fine serata è stato servito un piatto dello chef stellato Pier Antonio Rocchetti.

11 dicembre 2012

Annate storiche, quando il vino parla la lingua del tempo

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Aprire un Barolo del 1964, infatti, è un privilegio raro…

Sono mancata per un pò, lo ammetto, ma ritorno parlandovi di con una degustazione “col botto”. Si tratta di una serata organizzata da AIS Bergamo, con Guido Invernizzi quale relatore, che mi ha emozionato incredibimente. Aprire un Barolo del 1964, infatti, è un privilegio raro, ma lo è molto di più se arriva dopo un’escalation di sette vini praticamente introvabili. Un incontro emozionante con dei prodotti che hanno parlato la lingua del tempo attraverso colore, profumi e aromi,  dimostrando come il vino sia un prodotto vivo, in grado di evolversi come l’uomo. Giovane, maturo, vecchio, questi sono alcuni dei termini della scheda analitico-descrittiva AIS che, non a caso, meglio rappresentano questa liaison tra vino ed essere umano, cominciata nella notte dei tempi.

Vini introvabili, dicevamo, in taluni casi veri e propri pezzi unici che, nell’evoluzione dei gusti e dei disciplinari, hanno cambiato parte degli uvaggi. E’ il caso di un Regaleali Riserva del Conte 1976, prodotto allora col 95% di Nero d’Avola e il 5% di Perricone, vitigno dal buon tenore zuccherino, medio tannino  e buona acidità. Alle origini dunque un Nero d’Avola quasi in purezza, affinato in botti grandi di castagno, proveniente da un vigneto impiantato nel 1954 ad alberello. Oggi oltre al Nero d’Avola e al Perricone, il Rosso del Conte è prodotto aggiungendo altri vitigni autorizzati dal disciplinare Doc Contea di Sclafani.

Tra le piacevoli sorprese della serata, si segnala uno Schioppettino del 1980 dell’azienda Toti di Prepotto. Vino  celebrato da Mario Soldati nel suo film-documentario “Vino al vino”, lo Schioppettino nasce in Friuli, terra d’elevazione di grandi bianchi e vini passiti, conosciuto come un vitigno di buona acidità, discreto tannino e medio invecchiamento.  Degustare un prodotto del 1980, perfettamente conservato, e rilevarne l’equilibrio tra le durezze e le morbidezze, fa riflettere su quanto  il vino possa essere un mondo ancora inesplorato, difficilmente imbrigliabile nelle pagine di un manuale.

A monte e la valle di questi vini, i due pilastri della produzione vitivinicola italiana, il Brunello di Montalcino e il Barolo, declinati in cinque annate, 2009 e 1978 per il primo, 2008, 1971 e 1964 per il secondo. Sangiovese al 100%, il Brunello viene attualmente affinato in botti di rovere per almeno due anni e immesso in commercio dopo cinque anni dalla vendemmia. I territori a sud di Montalcino, più caldi e meno umidi, composti da calcari e marne a est,  e da argille e calcari a ovest, danno vini più tannici e potenti, mentre quelli a nord, composti da argille e sabbia, regalano vini con maggiore eleganza e finezza. Il Barolo, vino di grande invecchiamento, prodotto in purezza da uve nebbiolo, è considerato tendenzialmente giovane dai 4 ai 6 anni a causa dei tannini ancora poco levigati che si ingentiliscono con il tempo. Coltivato nella provincia di Cuneo su 4800 ettari vitati, il Barolo è un vino di carattere, ricco di profumi che si evolvono nel tempo verso i sentori terziari.

Di seguito la degustazione dei vini tenuta da Guido Invernizzi:

Brunello 2009 – ColdiSole – Lionello Marchesi: colore granato. Aromi di frutta, fiori (geranio) e karkadè. In bocca elegante, con un tannino che ricorda la stecca di liquirizia.

Brunello 1978 – Altesino: colore aranciato. Emerge subito una nota di fungo porcino e di spezie (pepe). Buona acidità in bocca, supportato da un tannino di carattere.

Schioppettino 1980 – Azienda Toti: colore non classificabile. Naso molto interessante di croccante e caramello. Fine. In bocca morbido, con spalla acida ancora presente.

Regaleali Riserva del Conte 1976: colore non classificabile. Note animali e di fungo che lasciano il posto, dopo una ventina di minuti, a un profumo tendente al dolce (caramella mou). In bocca perfetta corrispondenza gusto-olfattiva, supportato da un ricordo di dattero.

Barolo 2008 – Gattera – Fratelli Ferrero: colore granato. Nota fruttata preminente con una leggera speziatura. In bocca buona acidità e tannino. Elegante  

Barolo 1971 – Pio Cesare: colore non classificabile. Brace, tabacco, spezie, con soffi minerali. Potente in bocca, ritorna il tabacco e un ricordo di sigaro. Buona acidità ed equilibrio.

Barolo 1964 – Borgogno: colore non classificabile. In prima battuta emerge una nota animale, che lascia il posto al tabacco e alle spezie dolci. In bocca permane una certa nota amaricante nel retrogusto. Molto persistente.

9 giugno 2011

Addio a Italo Castelletti, maestro del vino

Addio a Italo Castelletti, maestro del vino

Ieri si è spento un caro amico, vero precursore della cultura del vino.

Ieri si è spento un caro amico, vero precursore della cultura del vino. Italo Castelletti è stato un maestro della sommellerie italiana, tra i primi a credere nelle potenzialità di un settore che fino a pochi decenni fa, poteva dirsi ancora acerbo.

Di lui si potrebbero ricordare tante cose. Che fu tra i primi iscritti dell’Associazione Italiana Sommelier, che fondò la delegazione bergamasca nel 1974, che creò a Ponte San Pietro un’enoteca storica tra le più importanti del territorio, che fu un talent scout di rara bravura.

Eppure di lui conserverò per sempre qualcosa che va al di là dei meriti che in questa vita ha saputo faticosamente guadagnarsi. “Vieni con me” – mi disse poco dopo averlo conosciuto. Eravamo nella sua enoteca ed io, un po’ intimidita, mi ritrovai a seguirlo tra i tanti vini che aveva sugli scaffali del negozio.

Ogni vino nascondeva una storia, ogni storia un nome, ogni nome un altro racconto. Come in un gioco di scatole cinesi, rimasi affascinata da quanta vita vissuta contenessero quelle parole, piene, vive, appassionate. Un’arte del racconto, la sua, che svelava studio ed esperienza, preparazione e professionalità.

Mi raccontò tutto, Italo. Di quella volta che andò in Francia per cercare quel vino, di quell’altra che stappò una storica bottiglia di Champagne, di quando conobbe quel produttore che in seguito divenne famoso, forse dico io, anche grazie a lui. I suoi occhi buoni andavano ben oltre le parole, sapevano illuminarsi come quelli di un ragazzino.

Questo conserverò di Italo: il ricordo di un uomo appassionato della vita, entusiasta del suo lavoro, che un pomeriggio d’inverno mi portò per mano sulle strade del mondo del vino.

E quanto ci mancheranno quelle storie.

 Ciao Italo