1 ottobre 2013

Un verre de vin a Montpellier

montpellier

Piazze, vini e piatti tipici…

Se passate per il sud della Francia, nella vasta regione della Languedoc-Roussillon,  una serata a Montpellier è assolutamente d’obbligo. Se ci arrivate per caso, senza una guida turistica sottobraccio, vi balzerà subito agli occhi una cosa: Montpellier è brulicante di giovani, viva, piena di locali, ma non chiassosa. La città ospita una tra le più antiche università di tutta la Francia, con una facoltà di medicina molto importante.

Sedervi per un aperitivo veloce, in uno dei locali in place de la Comédie o seguendo rue de la Loge, non sarà difficile. Iniziate da un bianco da vitigni autoctoni, basta con i soliti Chardonnay e i Sauvignon Blanc, per quelli “giusti” occorre andare in altre regioni della Francia (anche se ad onor del vero, dove li metti, li metti, vengon su ovunque nel mondo). Provate un vin blanc nella denominazione Coteaux de Languedoc, di norma prodotto con Rolle, Grenache blanc, Marsane, Roussane e Viognier, vitigni locali che vengono coltivati ad alberello, proprio come i rossi della regione, a causa dei sette venti che soffiano durante tutto l’anno. Il vino in questione è delicatamente profumato, con una buona sapidità e freschezza, abbinabile al pesce e ai coquillages.

Fate un giretto per la città, idealmente divisa a nord da bei ristoranti e a sud da locali per studenti. Le giovani francesi vanno in giro, a seconda dello stile personale, con calzoncini o mini striminzite, ballerine o tacchi vertiginosi, ma tutte rigorosamente con le calze nere ultra coprenti da cinquanta denari. Tutte, nessuna esclusa. Sarà per il vento, immagino, non mi sono data un’altra spiegazione. Scelto il ristorante, il primo ostacolo che dovrete superare a Montpellier è la lingua: nessuno parla inglese (o più facilmente fanno finta di non capirlo). Il francese tipo vi guarda con l’occhio pendulo e inizia a parlare nella sua lingua e chi s’è visto, s’è visto.

Rispolverato il mio francese scolastico, sotto una coltre di anni e di vins au verre, nelle tre sere che siamo stati a Montpellier abbiamo preso, “la cuisse de canard laquée au miel et gingembre doux” (coscia d’anatra), “le magret de canard à la mangue et aux raisins de Corinthe” (filetto d’anatra) e il Confit (ali e cosce d’anatra cotte nella terracotta). Insomma, un menu “vario”! Ironia a parte, è proprio difficile dire di no all’anatra, perché tutti i ristoranti ve la propongono in mille modi diversi. Per cambiare un po’ buttatevi sul pesce.

Come vino non perdetevi una meraviglia perfetta con l’anatra (tanto per cambiare): il Pic Saint Loup, l’Aoc più settentrionale della  Languedoc, fatto in prevalenza di Grenache noir, con l’aggiunta di Carignan, Syrah e Cinsault, tra i vitigni più importanti della regione. Una curiosità: il Grenache noir altro non è che un clone del nostro Cannonau, arrivato dalla Spagna col nome di Garnaccia, storia che condivide col  Carignan che in Sardegna è stato chiamato Carignano.  Il Pic Saint Loup è un vino potente, dal colore rosso rubino penetrante, profumi di fiori appassiti e di cassis, con tannini addomesticati ed un retrogusto amaricante di caffè, che si abbina perfettamente a tutte le carni importanti.

Per un giretto digestivo arrivate sino a rue Sain Paul per ammirare, oltre all’omonima chiesa, anche un albero che con la sua inclinazione a 45°, sfida la forza di gravità. Arrivate poi a rue du Plan D’Agde, nella zona dei locali per giovani, dove potrete ammirare un trompe d’oeil moderno, posto su un edificio. Il gioco sarà capire, nella luce fosca della sera, ciò che è vero, da ciò che non lo è. Passeggiare per Montpellier è  piacevole e può riservarvi qualche incontro  inaspettato, come quello che è capitato a me con un clochard che mentre tendeva la mano, leggeva tutto concentrato un libro di Dumas. Porquoi pas?

28 dicembre 2011

I rossi del Rodano settentrionale

I rossi del Rodano settentrionale

Un’altra degustazione di Ais Monza a cui ho partecipato!

La Valle del Rodano è tra le zone più antiche per quanto attiene alla produzione vitivinicola francese. Il clima del Rodano settentrionale è detto qui “lionese”, dalla vicinanza all’omonima città, con estati calde, inverni molto freddi, caratterizzati dal mistral, un vento che può prevenire alcune malattie della vite, limitando le precipitazioni, ma che può altresì favorire le gelate primaverili. 

Se dici “rosso del Rodano settentrionale”, pensi subito ad un vitigno, il Syrah, noto per il suo carattere forte, il colore deciso e i tipici sentori di pepe. Plinio il Vecchio scrisse del Syrah,  denominato vitis allobrogica”, nel suo Naturalis Historia, testimoniandone la lunga storia produttiva. L’origine geografica, tuttavia, è stata a lungo dibattuta. C’era chi credeva che questo vitigno provenisse dall’Iran, più precisamente da Persepoli; altri che ne rintracciavano l’origine da Siracusa, portato originariamente dai Greci. In realtà recenti studi dell’Università di Bordeaux hanno dimostrato che il Syrah è un vitigno autoctono della Valle del Rodano, nato dall’incrocio tra il Mondeuse Blanche (vitigno della Savoia) e la Dureza (vitigno estinto del Rodano, Giura e Savoia). 

Il Syrah ama i climi mediterranei caldi, ma temperati, soffrendo particolarmente sia il freddo, che la canicola estiva che, in sovramaturazione, provoca la caduta spontanea degli acini dalla pianta. Il moderato stress idrico, provocato dal clima del Rodano, incide sulla pianta concentrando gli zuccheri e i composti fenolici negli acini, creando vini dall’alto potenziale alcolico, colore concentrato, tannini vivi ed aromi speziati (provenienti dalla molecola rotundone).

Nella Côte-Rôtie, sulla riva destra del Rodano, troviamo due zone, la Côte Blonde e la Côte Brune, caratterizzate da differenti conformazioni geologiche. La prima, la Côte Blonde, ha terreni formati prevalentemente da granito, silicio e calcare, che produrranno vini dal tannino meno aggressivo, più morbidi e rotondi; la seconda, la Côte Brune, ha terreni granitici con argilla e ossido di ferro, che potenzialmente daranno vini con una marcata tannicità, più alcolici, con maggiore struttura e potenza. 

Saint-Joseph è la più vasta Aoc della Valle del Rodano settentrionale, con i 1220 ettari, ed una produzione che prevede sia i bianchi, da vitigni Roussanne e Masanne, che i rossi da Syrah. La particolarità di questa zona è l’assemblaggio di una piccola percentuale di vitigni bianchi (10% max), nella produzione dei vini rossi.

L’Hermitage, è la zona più nota del Rodano settentrionale, con 137 ettari, ben riparati dai venti del nord. Ci troviamo nella riva sinistra del Rodano, in terreni formati da una miscela di granito, calcare e “arzelle”, miche e scisti, provenienti dal raffreddamento di rocce vulcaniche, responsabili della tipica mineralità dei vini di questa zona.

Cornas è una piccolissima denominazione, 70 ettari appena, dove si producono solo rossi da monovitigno Syrah. Il terreno ha un ph acido, formato da mica e granito, coperti da sabbia e sassi alluvionali. Zona è soleggiata, molto calda, favorendo la prima vendemmia, in tutta la Valle, del Syrah.

Di seguito i vini degustati durante la serata:

Saint Joseph – Les Grisieres rouge – Domaine André Perret – 2007:

colore rubino, all’unghia granato. Al naso si alzano immediate le ciliegie sotto spirito, buona eleganza olfattiva, con un accenno speziato. In bocca bassa acidità, buon corpo, morbido e abbastanza tannico.

 

 

 

Hermitage – Marc Sorrel – 2007:

tendente al granato. All’esame olfattivo percepiscono, con più vigore, le spezie dolci e  il tabacco, poi un rincorrersi di sottobosco, la confettura e dei profumi minerali, tipici del terreno. In bocca sapido, perfettamente corrispondente al naso. Lunga la persistenza.

 

 

Côte-Rôtie – Champin le Seigneur – Jean-Michel Gérin – 2006:

rubino con nota granata, ricco di struttura. La nota animale (stalla, cuoio) emerge per prima, poi corredata dalle spezie e dalla mineralità. In bocca ritroviamo le stesse sensazioni olfattive. Sapido, morbido, lungo, molto piacevole, con tannino aggraziato.

 

 

Côte-Rôtie – Côte Rozier – Patrick et Christophe Bonnefond – 2005 :

granato pieno, colore molto profondo. Al naso note boisée, torrefazione e spezie dolci in primis, dopo qualche minuto giungono a supporto eleganti profumi mentolati. In bocca il tannino ha una nota quasi polverosa. In questo vino, naso e bocca, suggeriscono sensazioni diverse. Grande potenzialità di invecchiamento.

 

 

 

Cornas – Auguste Clape – 2004:

granato profondo. Profumi di olive, salamoia, note speziate, tabacco, cacao amaro, noce e nocciola. Un vino complesso, emozionante, elegante. Al palato è pieno, morbido, lungo. Piena corrispondenza aromatica con i profumi percepiti al naso.

 

29 agosto 2011

Il Condrieu un vino dalla personalità sfaccettata

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Condrieu è una piccola zona del Rodano settentrionale

 

Tornata fresca come una rosa :) dalle vacanze a Lampedusa, esperienza che mi ha portato a scoprire un’isola meravigliosa di cui vi parlerò più avanti, apro questa nuova stagione eno-mangereccia parlandovi di un vino francese. Visto che merita enormemente, in questa prima parte darò qualche informazione sulla zona e il vitigno, lasciandovi la voglia di scoprire domani le caratteristiche organolettiche di importanti bottiglie che ho degustato qualche settimana fa.  

La zona

Condrieu è una piccola zona del Rodano settentrionale, a sud della Cote Rotie, dove si producono solo bianchi da vitigno Viognier.  L’Aoc, nata nel 1940 ha avuto fortune alterne, sino a rischiare l’estinzione, a metà circa degli anni Sessanta. Vino di carattere, il Condrieu, esattamente come i suoi viticoltori, uomini tenaci e caparbi che non hanno mollato, anche quando la coltivazione del vitigno si era ridotta ad un fazzoletto di terra di soli 8 ettari. Oggi grazie alla loro ostinazione, l’estinzione di questa Aoc è stata scongiurata, ma rimane pur sempre una coltivazione di misura attestatasi, secondo i dati del 2010, intorno ai 136 ettari vitati di cui 3,5 per la sola denominazione Chateau Grillet.

Oltre all’impegno dei viticoltori, è verosimile pensare che parte della riscoperta del Condrieu sia imputabile alla fortuna del suo vitigno, il Viognier, impiantato con buoni risultati negli anni Novanta negli Stati Uniti, in Sud Africa ed altre parti del mondo. Una fortuna, dunque, che ha cambiato il destino già in parte segnato di questo vino dalla personalità complessa.

Siamo nel Rodano settentrionale, ai confini della Cote Rotie, “la costa arrostita” chiamata così per la forte insolazione, accentuata dalle pendenze dei terreni. Le vigne si trovano sulla riva destra del Rodano, tra il paese di Codrieu e Chavanay, poste su declivi terrazzati molto ripidi, fino al 45%, contenute da muretti a secco e coltivate su terreni ricchi di sassi granitici. La composizione del suolo trattiene il calore durante il giorno, rilasciandolo alle vigne durante la notte. Le vigne hanno un’età media di trent’anni, con punte che toccano i cinquant’anni, esposte a est, sud-est e sud-ovest.

Data la pendenza e l’impossibilità di utilizzare macchinari, la vendemmia viene effettuata tutta a mano con cassette di raccolte che vengono, spesso, conferite in una piazzola, in cui vengono installate cremagliere che permettono un trasporto più agevole sino alla cantina. La resa massima per ettaro, prevista dal disciplinare è di 37 ettolitri, ma i produttori di attestano sui 25-27 hl/ha, ben al di sotto del limite previsto. In fase di vinificazione si utilizza una diraspatura semplice, con controllo del freddo a temperature basse in ambiente privo di ossigeno, e una successiva macerazione pellicolare che serve ad estrarre polifenoli, colore ed aromi. La fermentazione è fatta in acciaio e/o in legno, procedendo in seguito alla mallolattica. L’affinamento è in legno.

Il vitigno

 Il Viognier di Codrieu è un vitigno con acino piccolo, che germoglia precocemente e che, per questo, è esposto alle gelate primaverili. E’ sensibile all’oidio ed ai venti prolungati, mentre si adatta perfettamente ai climi molto caldi che permettono una sovramaturazione dell’uva. Il vitigno dà in genere vini dal giallo carico dorato, profumi complessi di albicocca matura, pesca, miele, fiori di tiglio, biancospino, tamarindo, viola, con sapore pieno, grasso con media acidità.

Le denominazioni del Rodano

Le Appelation dei vini della Valle del Rodano sono Cotes du Rhone, come denominazione regionale, Cotes du Rhone Village, comunale generica oppure con la specifica di uno dei 17 comuni previsti dal disciplinare e Cotes du Rhone Grand Cru suddivisi in 13 denominazioni. Nel territorio del Viognier si distinguono i Grand Cru Condrieu e Chateau Grillet.

… curiosi di conoscere i vini che ho degustato? Seguitemi (qui) nella prossima puntata di questo affascinante viaggio enologico! :)

 

7 luglio 2011

Gratin di patate all’alsaziana con formaggio Ribeaupierre

Gratin di patate all’alsaziana con formaggio Ribeaupierre

Proseguendo il mio studio sulla cultura e le usanze alsaziane …

Proseguendo il mio studio sulla cultura e le usanze alsaziane (leggi la prima scusa per mang.., ;) ops il primo post qui), eccovi un gratin alla francese con un formaggio tipico dell’Alto Reno, il Ribeaupierre. Si tratta di un formaggio a crosta lavata, meno noto del Munster, che nasce nel borgo di Ribeauvillé, paesino che si trova proprio nel cuore della strada dei Vini d’Alsazia vantando ben tre Grand Cru: il Geisberg, il Kirchberg e l’Osterberg.

Il nome del formaggio e del borgo nascono dalla potente famiglia Ribeaupierre, rimasta al potere sino alla Rivoluzione francese, che non solo edificò i tre bei castelli che si stagliano sulle colline circostanti, ma che fondò la confraternita dei pifferai e menestrelli. Girando per questo piccolo borgo, non a caso, sono numerose le statua che richiamano a questa antica arte ormai quasi scomparsa che viene ricordata la prima domenica di settembre durante la Festa dei Menestrelli proprio davanti al settecentesco Hotel de Ville.

Durante il mio tour enogastronomico in Alsazia non potevo proprio mancare di portarmi a casa questo formaggio a crosta lavata che ho apprezzato moltissimo, nonostante l’aroma forte, incisivo, di verdurine cotte (simil cavolfiore) e un palato di burro e ritorni erbacei. Insomma un formaggio tosto!!!:)) I miei amati cognati-amici (che studiano con noi a tavola la cultura alsaziana… :) ) l’hanno adorato sia nella versione Gratin di patate che da solo!

 

 

 

RICETTA per 4 persone

Ingredienti

  • 15 patate di media grandezza
  • 1 spicchio d’aglio
  • 50 g di burro
  • 5 dl di panna fresca
  • noce moscata
  • sale e pepe q.b.
  • Ribeaupierre q.b.

Procedimento:

Pelate le patate e fatele bollire, oppure passatele al microonde per 6-7 minuti. Fatele raffreddare e tagliatele a dadolata. Spellate l’aglio, tagliatelo a metà avendo cura di passarlo sul fondo di tutta la pirofila. Imbullate ora la pirofila e cominciate a mettere le patate, salando e pependo, separando ogni strato con del Ribeaupierre tagliato a  dadini. Completate l’ultimo strato e versate sopra la panna. Termina con dei fiocchetti di burro e inforna 180° C per 45 minuti. Gli ultimi 8 minuti utilizza il grill nella parte alta del forno per creare il gratin. Lascialo riposare per 5 minuti nel forno caldo prima di servire. Bon appetit

Abbinamento:

  • Noi ci abbiamo bevuto un AOC Alsace Pinot Gris di Timbach

 

  

16 giugno 2011

Stinco di maiale all’alsaziana con fonduta di Munster. Messieurs dammes le Jambonneau braisé!

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La particolarità è…

Recentemente sono stata in Alsazia, sulla Strada dei Vini dell’Alto Reno, tra allegre degustazioni e piatti pantagruelici della cucina locale. Complice il tempo ballerino e una stagione a metà tra quella primaverile e autunnale, mi sono ”immolata” come assaggiatrice ufficiale dei ricchi piatti alsaziani, dalla tarte flambée alla choucroute, passando per il nobile foie gras. La scusa che accampavo col mio compagno, che mi vedeva ordinare l’iradiddio di pietanze strong, era che “DOVEVO” documentarmi sui sapori e le origini della cucina locale per scriverne una volta tornati in Italia…perchè questo è un duro lavoro ma qualcuno deve… 

Tornata a casa ho voluto riproporre ai miei amici-cognati una ricetta rubata alle abili mani di un ristoratore… visto il problema con il dialetto alsaziano, un misto di francese e tedesco, qualcosa nella traduzione può essere andato perso, ma nel complesso credo che sia abbastanza simile a quella mangiata in una Winstub di Colmar

Se siete di passaggio per questa graziosa cittadina, proprio al centro della Strada dei Vini, andate a mangiare al Comptoir de Georges,  sancta sanctorum della cucina di carne della zona. Durante il giorno, infatti, è una macelleria che serve i ristoranti di Colmar, per trasformarsi di sera, in una graziosa brasserie con vista sul fiume Lauch, nel cuore del quartiere Petite Venise. Che poi, detto tra noi, un piccolissimo fiumiciattolo trasformi un quartiere nella Piccola Venezia, la dice lunga sulla straoridnaria capacità di fare marketing dei francesi. I navigli di Milano, allora, potrebbero sembrare i fiordi!!!! :)

Tornando alla ricetta… La particolarità di questo piatto, oltre a una certa affumicatura che purtroppo non sono riuscita a rendere, è l’utilizzo del Munster, il formaggio molle a crosta lavata, prodotto per la prima volta presso l’abbazia di Munster intorno al 1339 circa. Il suo odore è deciso, forte, così come lo è al palato con in più una splendida cremosità. Mooolto persistente, il mio frigo ne sa qualcosa. Per saperne di più leggi qui.

Per l’affumicatura è possibile ovviare aggiungendo della pancetta affumicata nel soffritto, che ho tolto nella mia versione lasciando al Munster il compito di aromatizzare tutto il piatto. I miei ospiti, terrorizzati all’inizio dalla presentazione di uno stinco a testa, (quello fotografato era il più piccolo ! :) ), hanno apprezzato il mio forsennato studio delle tradizioni locali alsaziane… ;) Provate anche voi!

RICETTA (per 4 persone)

Ingredienti

  • 4 Stinchi di maiale 
  • Formaggio Munster 250 g
  • Panna da cucina, 2 cucchiai
  • Vino bianco, un bicchiere, meglio se Riesling alsaziano
  • Olio Extravergine di Oliva
  • Brodo di carne
  • Sale q.b.  
  • Salvia, rosmarino

 

Preparazione

In una pentola capiente mettete dell’olio e fate andare a fuoco vivo gli stinchi in modo che si rosolino per bene. Aggiungete il vino e fate sfumare. Aggiungete rosmarino e salvia. Nel frattempo avrete portato a bollore il brodo di carne che aggiungerete alla cottura degli stinchi. Preparate la riduzione di Munster mettendo il formaggio in un pentolino ed aggiungendo un paio di cucchiai di panna da cucina. Riscaldate a fuoco basso senza portare a ebollizione. Una volta terminata la cottura degli stinchi guarniteli con  abbondande riduzione di Munster. Servite subito e bon appetit

Con questo piatto partecipo al contest “Metti uno stilista a cena“. Ho pensato alla mia preferita Coco Chanel, non solo perchè il piatto è francese, ma perchè lei voleva una donna indipendente, volitiva, forte proprio come i suoi abiti e i suoi profumi! E ditemi voi cosa c’è di più incisivo di questo piatto col Munster? :) Certo se Marilyn avesse detto “Vado a letto solo con due gocce di Munster“, non sarebbe stata la stessa cosa :) , ma credo che questo piatto rappresenti Coco, la sua forza quasi mascolina perchè, Signore ricordate sempre che “Un uomo può indossare ciò che vuole ma resterà sempre un accessorio della donna”… parola di Coco Chanel.

 

Abbinamento:

Occorre spendere due parole a riguardo per specificare che nella tradizione alsaziana tutti i piatti, anche quelli di carne, vengono accompagnati dai profumati e complessi vini bianchi della zona. Il fois gras e il munster con l’aromatico Gewurztraminer, la  choucroute col Riesling, la tarte di cipolle o flambeé col Pinot Gris.  

In questo caso consiglio un complesso Gewurztraminer di Gueberschwihr, zona del Grand Cru Goldert, dove il vitigno si esprime al massimo dando vini dorati e molto ricchi al naso.

19 maggio 2011

A spasso nella leggendaria Cote d’Or

A spasso nella leggendaria Cote d’Or

L’anno scorso sono stata in Borgogna, a sud della Cote d’Or, in un terra straordinariamente vocata per i bianchi.

L’anno scorso sono stata in Borgogna, a sud della Cote d’Or, in un terra straordinariamente vocata per i bianchi. Il vero Roi Blanc, è lo Chardonnay, un vitigno nato dall’incrocio tra Pinot Noir e Gouais Blanc, portato in Francia, con ogni probabilità, dai cavalieri durante le Crociate. Molto minerale lo Chardonnay di Chablis, più opulento e speziato quello della Cote d’Or anche a causa dell’utilizzo, in questa zona, della barrique da 228 litri.

Andando verso Beaune si incontra subito la famosa montagna di Corton divisa dai comuni di Aloxe, Pernand-Vergelesses e Ladoix. Secondo la tradizione si deve a Carlomagno la scelta di impiantare più Chardonnay che Pinot Nero su questa montagna. La motivazione? L’imperatore, diventato anziano, non voleva più sporcare la sua lunga barba bianca col rosso del Pinot Noir. Noblesse oblige, vien da dire! Da qui il nome di uno tra i più famosi Grand Cru al mondo, il celeberrimo Corton-Charlemagne a base di Chardonnay.

 Sulla montagna si trova un altro Grand Cru, il Corton da uve bianche e rosse da Pinot Noir. Entrambi i vitigni hanno bisogno di un’esposizione diversa per dare il meglio. Se infatti il Pinot Noir “Face the sun”, ossia guarda il sole con esposizione tutta ad est, lo Chardonnay “Follow the sun”, segue il sole con esposizione sud-est.

 Proseguendo verso Beaune si incontrato altre denominazioni come le Savigny-lès-Beaune e le Pernard-Vergelesses dove si producono dei Premier Cru molto interessanti. Un’altra denominazione minore ma degna di nota è Saint Aubin dove di producono solo bianchi, con terreno marnoso ed esposizione sud est. A Meursault si producono vini dalla classica nota burrosa, mentre spingendosi verso Montrachet entriamo in un’altra celeberrima zona per i Grand Cru. Anche in questo caso le leggende si intrecciano con la figura di Carlomagno. Secondo la tradizione, infatti, fu lui a far impiantare delle vigne su Montrachet, il “monte calvo”, chiamato così perchè unico nella zona ad essere privo di alberi sulla cima.

Ma come scelse il luogo più adatto? Carlomagno alzò il naso al cielo, guardò la montagna innevata ed indicò il luogo esatto in cui le nevi si erano già sciolte: il pendio con la migliore esposizione solare. Il vigneto di Montrachet che produce uno dei vini più noti al mondo si trova a metà tra due piccoli villaggi: Puligny e Chassagne che hanno aggiunto al proprio nome questa denominazione. In questi comuni si producono altri Grands Crus: a Puligny c’è le Batard-Montrachet, Bienvenues Montrachet e Chevalier Montrachet, a Chassagne Criots-Batrd- Montrachet e metà del Batard Montrachet.

Pochi giorni fa ho partecipato ad una serata sui vini della Cote d’Or promossa dell’Associazione Italiana Sommelier di Monza e Brianza, presso il ristorante Il Chiodo di Usmate. Abbiamo degustato dei vini di raro pregio, meravigliosi per la complessità degli aromi e la sontuosità del palato. Vi lascio la degustazione tenuta da un grande relatore Ais, Guido Invernizzi.

Saint-Aubin Premier Cru – Le Charmois – Bruno Colin – 2008: giallo paglierino. Aroma di frutta gialla matura (pesca, banana), spezie dolci, pepe bianco e burro. Fresco in bocca e note erbacee un po’ verdi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Morey-Saint –Denis “En la Rue de Vergy” – Bruno Clair – 2007: giallo paglierino brillante. Emerge fortissima la caramella mou al naso, la pesca disidratata, la frutta secca, il torrone e note di torrefazione. Elegantissimo. In bocca fresco, sapido e persistente.

 

 

 

 

 

 

 

 

Puligny – Montrachet Premier Cru – Les Chaps Canet – Louis Carrillon & Fils – 2007: giallo paglierino lucente. Profumi di yogurt alla banana, pepe bianco, ritorni di ginestra, nota floreale e fieno bagnato. In bocca stenta a riconoscersi, certamente fresco ma meno intenso che al naso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Meursault – Blagny– Pascale Matrot – 2004: paglierino tendente al dorato carico. Opulento, ricco al naso. Burro fuso, spezie dolci, aromi eterei, sbuffi di terra bagnata e fungo. Al palato fresco, splendidamente sapido. Molto persistente.

 

 

 

 

 

 

 

 

Corton Charlemagne – Grand Cru – Bonneau du Martray – 1997: colore giallo dorato, splendido. Complesso. Il fiore del sambuco e la scorza del mandarino candito si intervallano meravigliosamente ad eleganti profumi terziari. Minerale. In bocca è fine, sapido e fresco. Al palato ritornano il pepe bianco e l’ardesia. Molto persistente.

4 maggio 2011

Chablis, degustando lo Chardonnay venuto dal freddo

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Tempo fa sono andata in Borgogna, in un viaggio che mi ha portata a toccare Chablis.

Tempo fa sono andata in Borgogna, in un viaggio che mi ha portata a toccare sia la Côte-d’Or che Chablis. Chi ama il vino sa benissimo che quella zona vitivinicola è tra le più importanti al mondo, un luogo imperdibile per chi cerca di capire le varie declinazioni del vino. Vagando a spasso per il paesino di Chablis ci siamo imbattuti in una enoteca che offriva degustazioni di vari produttori della zona… beh vi dirò, la zona è bellissima, il paesino pure, ma sta di fatto che uscita da quella giornata non potevo certo dire di saperne molto di più su Chablis. La dovuta premessa è che le case vitivinicole più blasonate che avevo contattato si erano negate per una visita, senza neppure degnarsi a rispondere alle mie e-mail… ah, i francesi… Detto questo, recentemente ho partecipato ad una serata organizzata da Ais Monza e Brianza che è valsa tutta la mia conoscenza su quella zona.

Chablis è sinonimo di Chardonnay. La zona si trova a nord della Borgogna, più vicino a Parigi che a Beaune, in prossimità della regione dello Champagne, posizione geografica enormemente caratterizzante per la coltivazione del vitigno.

Questo significa non solo che rispetto alla Côte-d’Or i terreni risultano essere diversi, ma che la personalità dello Chardonnay si esprime con un carattere tipico, ben distinto da quello di Beaune. La vicinanza allo Champagne spiega, d’altra parte, come mai in certe schede tecniche della zona di Aube, si legga “Vin chablisienne avec perlage”, come ad indicare, una volta in più, questa parentela geografica e di terroir.

In cantina lo Chardonnay di Chablis si distingueulteriormente dal cugino della Côte-d’Or per l’affinamento. La filosofia produttiva vuole un uso esclusivo dell’acciaio e del vetro, senza alcun passaggio in legno, caratteristica dominante degli Chardonnay opulenti de la Côte de Beaune. Solo ultimamente qualche produttore di Chablis ha iniziato ad utilizzare le botti grandi per smorzare l’acidità di certe annate, ma nel complesso non può dirsi che i vini ne rimangano stravolti.
Gli ettari vitati sono 4300, collocati su entrambe le sponde del fiume Serein. Il sottosuolo è kimmeridgiano, contraddistinto da presenza di calcare e marne dell’alto Giurassico, inframezzato da fossili marini “Exogira Virgola” risalenti a circa 145 milioni di anni fa. Questo fossile è uno dei responsabili di quelle note sapide, iodate, quasi salmastre di certi vini dello Chablis, soprattutto dei Grand Cru. Scendendo infatti dal pendio della collina (200 m slm) il terreno cambia, con la denominazione qualitativa, proprio a causa della ridotta quantità calcarea e fossile. Non è un caso, quindi, che nelle Aoc Chablis e Petit Chablis il terreno sia più pesante e marnoso, di tutt’altra natura rispetto alle denominazioni più importanti.

La zona si trova al 48° parallelo nord, con un clima continentale caratterizzato da estati calde, inverni freddi e frequenti gelate primaverili. Passando tra marzo e aprile a Chablis, può capitare di notare delle grandi stufe poste proprio nel bel mezzo delle vigne, che hanno lo scopo di riscaldare l’aria ed evitare che le gelate notturne distruggano i germogli. Un altro metodo utilizzato per vincere la natura è quello di spruzzare dell’acqua direttamente sui tralci, creando una pellicola protettiva di ghiaccio utile per preservare la vite.

Le rigide condizioni climatiche e la particolare composizione del terreno conferiscono ai vini di Chablis quel tipico carattere minerale, fresco ed incredibilmente riconoscibile che l’hanno reso famoso nel mondo come lo “Chardonnay venuto dal freddo”.

L’Aoc, Appellation d’origine controllee, si distingue in quattro sottodenominazioni, al cui vertice qualitativo si trova lo Chablis Grand Cru seguito dallo Chablis Premier Cru, dallo Chablis ed infine dal Petit Chablis. Quest’ultima denominazione, in particolare, non può dirsi di grande pregio, per i terreni poco vocati ed il clima freddo che conferisce, a questi vini, un’acidità fin troppo aggressiva.

La grande produzione dello Chablis si trova essenzialmente sulla riva destra della Serein. Non a caso anche i Premier Cru posti su quella sponda, nelle Aoc Montée de Tonnerre, Mont de Milieu e Fourchaume, non hanno da invidiare nulla, o quasi, ai più blasonati Grand Cru Aoc. Quest’ultimi si dividono in sette Climats, o sottozone, che hanno esposizione a sud sud-ovest: Vaudésir, Grenouilles, Valmur, Les Clos, Blanchot, Preuses e Bougros.

Vicino Chablis c’è la Côte d’Auxerre, degna di nota per la coltivazione di un vitigno autoctono introvabile altrove: il César. Il nome del vitigno trae origine da Giulio Cesare e dalla campagna gallica che impegnò le legioni romane per ben dieci anni. Verosimilmente, infatti, questo era il vitigno con cui si faceva il vino per le legioni stanziali in Gallia. Si tratta di un’uva rossa piuttosto tannica, ma piacevole che viene vinificata in purezza o in assemblaggio col Pinot Nero nella Aoc Irancy. Nella stessa zona si coltiva anche il Sauvignon Blanc nella denominazione Saint-Bris Aoc.

Vi lascio la recensione dei vini degustati durante la serata tenuta da Ais Monza e Brianza:

 

Chablis – Les Vénérables Vielles Vignes – La Chablisienne 2007: giallo paglierino. Al naso emergono subito delle note agrumate che si arricchiscono di pesca gialla, ananas e di una grandiosa nota minerale (gesso e graffite). In bocca ritorna l’agrume e la nota sapida. Un vino giovane, ben fatto, che si potrà affinare col tempo.

 

 

Chablis Premier Cru – Montmains – Jean Paul & Benoit Droin 2007: paglierino luminoso. Buona complessità aromatica, elegante mineralità empireumatica (idrocarburi), mista a frutta matura. In bocca grande freschezza e acidità. Vino ancora giovane, che potrà affinarsi in pochi anni.

  

 

 

Chablis Premier Cru – Vaillons – Vincent Dauvissant 2007: paglierino carico. All’esame olfattivo si sente un bouquet fruttato (agrumi, melone, ananas, pesca), con un sentore solforato caratteristico misto ad una nota di terra bagnata. In bocca il solforato scompare per lasciare spazio all’agrume ed al gesso. Buona potenzialità di invecchiamento

 

 

 

Chablis Grand Cru – Valmur – Jean Paul & Benoit Droin 2008: giallo paglierino carico. Aromi tipici dello Chardonnay più classico, con note di frutta matura (banana), spezie dolci (vaniglia) e cipria sul finire. Meno minerale rispetto agli altri vini degustati. In bocca emerge la nota sapida e di pietra focaia (flint stone). Bastoncino di liquirizia nel retrogusto.

 

 

 

Chablis Premier Cru – Montée de Tonnerre – La Chablisienne 2005: giallo paglierino carico, con grande consistenza. Metano al naso, con aromi sulfurei intervallati a mentolo e gesso. In bocca grandissima freschezza e sapidità.