25 febbraio 2015

Bergamo si fa Champagne per tre volte: oui c’est Champagne!

La delegazione di Bergamo apre la nuova stagione di degustazioni con un Master sullo Champagne, presso il ristorante “Mille Storie e Sapori” di Bergamo. Ogni mese potrete scoprire perché lo Champagne è “terroir, passion e tradition”

Guido Invernizzi, carismatico trascinatore della serata, non poteva che iniziare citando Anselme Selosse, titolare della pregiata maison Jacques Selosse che durante un convegno, qualche anno fa, rispose a chi gli chiedeva quali fossero gli elementi che rendessero unico la Champagne indicando il terroir, la passion e la tradition. Fattori irripetibili – secondo Selosse – che fanno della Champagne una zona unica nel suo genere, inavvicinabile per quelle regioni vitivinicole che hanno “molta passion, un po’ di terroire poca tradition” per potersi avvicinare alla realtà francese.

D’atra parte i fattori che influenzano le caratteristiche organolettiche degli Champagne sono numerosi: il gioco dei vitigni, la composizione dei terreni, l’esposizione delle vigne, la personalità del produttore. La regione della Champagne si trova a 150 chilometri a nord-est di Parigi, in una striscia di terra posta al 49° parallelo. La temperatura media annua è di 10,2 °C, al limite della media di 9,6 ° C al di sotto della quale non si raggiunge la soglia minima di maturazione dell’uva. Buona parte della fortuna della regione la si deve al terreno ricco di calcare e fossili che rendono questa zona estremamente vocata per la produzione vinicola. In origine, settanta milioni di anni fa, la regione era completamente occupata dall’Oceano, il cui progressivo ritiro ha lasciato nel terreno dei sedimenti gessosi (craie) che, mescolati ai fossili marini  (belemnite quadrata), rappresentano l’elemento essenziale del sottosuolo. Le radici delle viti, penetrando nel terreno per 200-300 metri, assorbono i minerali presenti nel sottosuolo determinando i sentori tipici dello Champagne.  

I vini degustati

Gaston Chiquet Tradition Premier Cru – Sans Année – 35% Chardonnay, 45% Pinot Meunier e 20% Pinot Noir:  Giallo paglierino con bollicine fini che salgono a catenelle. Profumo di panetteria (lievito), intervallato da agrumi (mandarino). In bocca riemergono le stesse corrispondenze olfattive che esprimono perfettamente quel goût de terroir” (il gusto di terroir), tipico della zona. Elegante.

Larmandier Bernier Longitude – Blac de blanc: giallo paglierino con bollicine più fini del precedente. Bel naso in evoluzione, con partenza fruttata (agrumi e mela renetta) che vira dopo qualche minuto vero la nocciola e una nota iodata molto interessante. In bocca ha una bella freschezza e ricordi gessosi. Persistente.

Le Mesnil Cuvée Sublime Grand Cru Blanc de Blanc: giallo paglierino intenso. Bollicine fini e persistenti.  Profumi complessi di spezie (vaniglia, pepe bianco) e confettura di agrumi. In bocca spicca la sapidità e un ritorno agrumato molto lungo.

Laherte Freres Deux Mille Dix – 100% Pinot Meunier: dorato pelle di cipolla. Bollicine a catenelle finissime. Ecco uno Champagne decisamente atipico che nasce da pratiche colturali biodinamiche. Il naso è un’esplosione di intensità e pulizia, in evoluzione minuto dopo minuto. Frutta tropicale (ananas, banana), patisserie (Madelaine di proustiana memoria) e soffi di note eteree. In bocca conferma tutta la sua intensità e potenza, con buona freschezza a corredo. Molto persistente.

Selosse Grand Cru – Blanc de blanc: dorato brillante. Note floreali molto ricche (su tutte emerge la mimosa), frutta secca, miele e inaspettate note di torrone. Il naso è davvero entusiasmante e ricco di sorprese. In bocca conferma tutta la potenza del naso. Lunghissimo e cremoso. Nota: dopo la spremitura il mosto viene messo in barrique per la fermentazione, con lieviti selezionati e batonnage settimanale durante il periodo invernale, mensile durante l’estate. La fermentazione malolattica è contenuta, l’acidità naturale del vino non viene neutralizzata poichè i concimi non contengono potassi minerali e non si effettua mai alcun tipo di filtrazione. Lo Champagne passa 3 anni sui lieviti e la sboccatura è fatta à la voilée. Selosse aggiunge solo del fruttosio come liqueur d’expedition.

Secondo incontro mercoledì 18 marzo ore 20.30 - clicca qui

Ais Bergamo - Champagne

2 novembre 2013

Bianchi e rossi di Châteauneuf du Pape

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Una grande serata di degustazione!

Fino a tredici vitigni in un vino, ma vi rendete conto?  Questa è la peculiarità di una denominazione francese (AOC) del Rodano medidionale, lo Châteauneuf du Pape. Non avevo mai degustato questi vini sino a poche settimane fa, quando ho partecipato ad un’interessante serata di degustazione promossa dalla delegazione di Ais Monza e Brianza, presso il ristorante “Il Chiodo” di Usmate. Ad accompagnare il pubblico di appassionati sommelier, e non solo, è stato Guido Invernizzi, uno tra i relatori più importanti dell’associazione, spesso in viaggio tra le varie delegazioni italiani e straniere della sommellerie.

Ma veniamo a questa denominazione…

Il nome di  Châteauneuf du Pape risale alla “cattività avignonese dei Papi”, altrimenti detta “la seconda prigionia babilonica”, quando Papa Clemente V spostò l’intera corte papale ad Avignone, per sfuggire ai tumulti di Roma. Nel 1309 fu eretto, dunque, un nuovo castello capace di accogliere il papato, attorno ai cui vasti territori fu coltivata la vite.

La zona ha un terreno pietroso composto, in prevalenza, da ciottoli risalenti all’epoca geologia del Miocene. Circa un milione d’anni fa, il substrato composto principalmente da quarzo, argilla e sabbia, fu progressivamente ricoperto da rocce sedimentarie,  le “galets roules”, che dalle Alpi francesi scesero frantumandosi a valle, verso il Rodano.  Questo particolare terreno è in grado di immagazzinare calore durante il giorno, per rilasciarlo alla vite durante la notte. La zona ha 2800 ore di luce all’anno, di cui 1000 concentrate durante il periodo estivo, condizione che favorisce lo stress idrico della vite.

Il Rodano meridionale ha un clima mediterraneo con inverni miti ed estati calde. L’influenza di clima e terreno conferisce, ai vini di questa zona, caratteristiche di particolare opulenza, struttura e complessità aromatica. L’allevamento della vite è ad alberello.

Il Granache è il vitigno più importante del Rodano meridionale, che dà vini dagli aromi speziati e fruttati, con bassa acidità e buon tenore alcolico. Il Syrah è presente anche in questa zona, tuttavia la grande produzione di qualità è concentrata nel Rodano settentrionale. Il vitigno ama i climi mediterranei caldi, ma temperati, soffrendo sia il freddo, che la canicola estiva. Ha maturazione tardiva, resiste alle ossidazioni e dà vini dall’alto potenziale alcolico, colore concentrato, tannini vivi ed aromi speziati (provenienti dalla molecola rotundone). Gli altri vitigni a bacca nera del territorio sono il Morvedre, il Muscadin, il Vaccarese, il Terret, il Counoise e il Cinsault.

Tra i vitigni a bacca bianca il più importante è il Grenache Blanc, che dà vini rotondi, di corpo e con bassa acidità. Gli altri vitigni sono il Clairette e il Bourboulenc che danno vini floreali e delicati; il Picpoul, il Roussanne e il Picardan, quest’ultimo molto raro e quasi scomparso.

Occorre infine ricordare il Muscat à Petit Grains, un vitigno nobile con cui si producono “i vins doux natural” fortificati con l’aggiunta di alcol, nella denominazione Beaumes-de-Venice.

Di seguito i vini degustati durante la serata:

Châteauneuf du Pape  – Blanc – Domaine Brunier – Clos La Roquéte – 2009 (35% Clairette, 35% Grenache Blanc, 25% Roussanne, 10% Bourboulenc): giallo paglierino carico. Profumi evoluti di frutta gialla matura (melone, ananas), soffi di vaniglia intervallati da note quasi smaltate. In bocca è sapido con un retrogusto di mandarla amara, lunga persistenza e perfetta corrispondenza gusto-olfattiva degli aromi.

 Provalo con gli Involtini di tonno e mozzarella di bufala campana Dop al profumo di Sicilia

Châteauneuf du Pape –  “Cuvée Boisrenard”  – Blanc – Domaine Beaurenard – 2007 (35% Clairette, 22% Roussanne, 25% Bourboulenc, 20% Grenache Blanc, 3% Picardan, 3% Picpoul): dorato. Emergono immediatamente, all’esame olfattivo, degli eleganti profumi floreali e dei richiami minerali (gesso), rincorsi da un elegante profumo di albicocca. In bocca è sapido con aromi perfettamente corrispondenti all’esame olfattivo.

 Provalo con Gli spiedini di mare

Châteauneuf du Pape – Rouge – Vieux Telegraphe – 2009 (65% Grenache, 15% Mourvedre, 15% Syrah, 15% Cinsault, 15% Clairette):  rubino. Naso intenso di frutta rossa, ricordi speziati di pepe nero e noce moscata. Fresco in bocca, con tannino vivo e retrogusto amaricante (liquirizia). Elegante.

  Provalo con il Filetto di maiale in crosta

Châteauneuf du Pape – Rouge – Domaine de la Vieille Julienne – 2007 (tutti i vitigni tranne il Terret) : rubino. Molto intenso al naso, con frutta matura e sottospirito, corredato da un’avvolgente nota speziata e dal profumo della liquirizia. In bocca si percepisce un alcol elegante. Persistente.

 Provalo con lo Stinco di maiale

Châteauneuf du Pape – Rouge – Cuvée Etienne Gonnet – Domaine Font de Michelle – 2005 (90% Grenache, 10% Syrah): rubino. Naso molto interessante di barbabietola, terra bagnata e frutti rossi. Fresco in bocca. Il tannino ricorda quasi il tè verde. Nota amaricante in chiusura. Molto elegante.

 Provalo con Le braciole di maiale farcite

Muscat de Beaumes de Venice: dorato brillante. Molto intenso al naso, con ricordi eterei di smalti e profumi evoluti di frutta matura. In bocca è dolce e molto persistente.

 Da meditazione

11 dicembre 2012

Annate storiche, quando il vino parla la lingua del tempo

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Aprire un Barolo del 1964, infatti, è un privilegio raro…

Sono mancata per un pò, lo ammetto, ma ritorno parlandovi di con una degustazione “col botto”. Si tratta di una serata organizzata da AIS Bergamo, con Guido Invernizzi quale relatore, che mi ha emozionato incredibimente. Aprire un Barolo del 1964, infatti, è un privilegio raro, ma lo è molto di più se arriva dopo un’escalation di sette vini praticamente introvabili. Un incontro emozionante con dei prodotti che hanno parlato la lingua del tempo attraverso colore, profumi e aromi,  dimostrando come il vino sia un prodotto vivo, in grado di evolversi come l’uomo. Giovane, maturo, vecchio, questi sono alcuni dei termini della scheda analitico-descrittiva AIS che, non a caso, meglio rappresentano questa liaison tra vino ed essere umano, cominciata nella notte dei tempi.

Vini introvabili, dicevamo, in taluni casi veri e propri pezzi unici che, nell’evoluzione dei gusti e dei disciplinari, hanno cambiato parte degli uvaggi. E’ il caso di un Regaleali Riserva del Conte 1976, prodotto allora col 95% di Nero d’Avola e il 5% di Perricone, vitigno dal buon tenore zuccherino, medio tannino  e buona acidità. Alle origini dunque un Nero d’Avola quasi in purezza, affinato in botti grandi di castagno, proveniente da un vigneto impiantato nel 1954 ad alberello. Oggi oltre al Nero d’Avola e al Perricone, il Rosso del Conte è prodotto aggiungendo altri vitigni autorizzati dal disciplinare Doc Contea di Sclafani.

Tra le piacevoli sorprese della serata, si segnala uno Schioppettino del 1980 dell’azienda Toti di Prepotto. Vino  celebrato da Mario Soldati nel suo film-documentario “Vino al vino”, lo Schioppettino nasce in Friuli, terra d’elevazione di grandi bianchi e vini passiti, conosciuto come un vitigno di buona acidità, discreto tannino e medio invecchiamento.  Degustare un prodotto del 1980, perfettamente conservato, e rilevarne l’equilibrio tra le durezze e le morbidezze, fa riflettere su quanto  il vino possa essere un mondo ancora inesplorato, difficilmente imbrigliabile nelle pagine di un manuale.

A monte e la valle di questi vini, i due pilastri della produzione vitivinicola italiana, il Brunello di Montalcino e il Barolo, declinati in cinque annate, 2009 e 1978 per il primo, 2008, 1971 e 1964 per il secondo. Sangiovese al 100%, il Brunello viene attualmente affinato in botti di rovere per almeno due anni e immesso in commercio dopo cinque anni dalla vendemmia. I territori a sud di Montalcino, più caldi e meno umidi, composti da calcari e marne a est,  e da argille e calcari a ovest, danno vini più tannici e potenti, mentre quelli a nord, composti da argille e sabbia, regalano vini con maggiore eleganza e finezza. Il Barolo, vino di grande invecchiamento, prodotto in purezza da uve nebbiolo, è considerato tendenzialmente giovane dai 4 ai 6 anni a causa dei tannini ancora poco levigati che si ingentiliscono con il tempo. Coltivato nella provincia di Cuneo su 4800 ettari vitati, il Barolo è un vino di carattere, ricco di profumi che si evolvono nel tempo verso i sentori terziari.

Di seguito la degustazione dei vini tenuta da Guido Invernizzi:

Brunello 2009 – ColdiSole – Lionello Marchesi: colore granato. Aromi di frutta, fiori (geranio) e karkadè. In bocca elegante, con un tannino che ricorda la stecca di liquirizia.

Brunello 1978 – Altesino: colore aranciato. Emerge subito una nota di fungo porcino e di spezie (pepe). Buona acidità in bocca, supportato da un tannino di carattere.

Schioppettino 1980 – Azienda Toti: colore non classificabile. Naso molto interessante di croccante e caramello. Fine. In bocca morbido, con spalla acida ancora presente.

Regaleali Riserva del Conte 1976: colore non classificabile. Note animali e di fungo che lasciano il posto, dopo una ventina di minuti, a un profumo tendente al dolce (caramella mou). In bocca perfetta corrispondenza gusto-olfattiva, supportato da un ricordo di dattero.

Barolo 2008 – Gattera – Fratelli Ferrero: colore granato. Nota fruttata preminente con una leggera speziatura. In bocca buona acidità e tannino. Elegante  

Barolo 1971 – Pio Cesare: colore non classificabile. Brace, tabacco, spezie, con soffi minerali. Potente in bocca, ritorna il tabacco e un ricordo di sigaro. Buona acidità ed equilibrio.

Barolo 1964 – Borgogno: colore non classificabile. In prima battuta emerge una nota animale, che lascia il posto al tabacco e alle spezie dolci. In bocca permane una certa nota amaricante nel retrogusto. Molto persistente.

19 maggio 2011

A spasso nella leggendaria Cote d’Or

A spasso nella leggendaria Cote d’Or

L’anno scorso sono stata in Borgogna, a sud della Cote d’Or, in un terra straordinariamente vocata per i bianchi.

L’anno scorso sono stata in Borgogna, a sud della Cote d’Or, in un terra straordinariamente vocata per i bianchi. Il vero Roi Blanc, è lo Chardonnay, un vitigno nato dall’incrocio tra Pinot Noir e Gouais Blanc, portato in Francia, con ogni probabilità, dai cavalieri durante le Crociate. Molto minerale lo Chardonnay di Chablis, più opulento e speziato quello della Cote d’Or anche a causa dell’utilizzo, in questa zona, della barrique da 228 litri.

Andando verso Beaune si incontra subito la famosa montagna di Corton divisa dai comuni di Aloxe, Pernand-Vergelesses e Ladoix. Secondo la tradizione si deve a Carlomagno la scelta di impiantare più Chardonnay che Pinot Nero su questa montagna. La motivazione? L’imperatore, diventato anziano, non voleva più sporcare la sua lunga barba bianca col rosso del Pinot Noir. Noblesse oblige, vien da dire! Da qui il nome di uno tra i più famosi Grand Cru al mondo, il celeberrimo Corton-Charlemagne a base di Chardonnay.

 Sulla montagna si trova un altro Grand Cru, il Corton da uve bianche e rosse da Pinot Noir. Entrambi i vitigni hanno bisogno di un’esposizione diversa per dare il meglio. Se infatti il Pinot Noir “Face the sun”, ossia guarda il sole con esposizione tutta ad est, lo Chardonnay “Follow the sun”, segue il sole con esposizione sud-est.

 Proseguendo verso Beaune si incontrato altre denominazioni come le Savigny-lès-Beaune e le Pernard-Vergelesses dove si producono dei Premier Cru molto interessanti. Un’altra denominazione minore ma degna di nota è Saint Aubin dove di producono solo bianchi, con terreno marnoso ed esposizione sud est. A Meursault si producono vini dalla classica nota burrosa, mentre spingendosi verso Montrachet entriamo in un’altra celeberrima zona per i Grand Cru. Anche in questo caso le leggende si intrecciano con la figura di Carlomagno. Secondo la tradizione, infatti, fu lui a far impiantare delle vigne su Montrachet, il “monte calvo”, chiamato così perchè unico nella zona ad essere privo di alberi sulla cima.

Ma come scelse il luogo più adatto? Carlomagno alzò il naso al cielo, guardò la montagna innevata ed indicò il luogo esatto in cui le nevi si erano già sciolte: il pendio con la migliore esposizione solare. Il vigneto di Montrachet che produce uno dei vini più noti al mondo si trova a metà tra due piccoli villaggi: Puligny e Chassagne che hanno aggiunto al proprio nome questa denominazione. In questi comuni si producono altri Grands Crus: a Puligny c’è le Batard-Montrachet, Bienvenues Montrachet e Chevalier Montrachet, a Chassagne Criots-Batrd- Montrachet e metà del Batard Montrachet.

Pochi giorni fa ho partecipato ad una serata sui vini della Cote d’Or promossa dell’Associazione Italiana Sommelier di Monza e Brianza, presso il ristorante Il Chiodo di Usmate. Abbiamo degustato dei vini di raro pregio, meravigliosi per la complessità degli aromi e la sontuosità del palato. Vi lascio la degustazione tenuta da un grande relatore Ais, Guido Invernizzi.

Saint-Aubin Premier Cru – Le Charmois – Bruno Colin – 2008: giallo paglierino. Aroma di frutta gialla matura (pesca, banana), spezie dolci, pepe bianco e burro. Fresco in bocca e note erbacee un po’ verdi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Morey-Saint –Denis “En la Rue de Vergy” – Bruno Clair – 2007: giallo paglierino brillante. Emerge fortissima la caramella mou al naso, la pesca disidratata, la frutta secca, il torrone e note di torrefazione. Elegantissimo. In bocca fresco, sapido e persistente.

 

 

 

 

 

 

 

 

Puligny – Montrachet Premier Cru – Les Chaps Canet – Louis Carrillon & Fils – 2007: giallo paglierino lucente. Profumi di yogurt alla banana, pepe bianco, ritorni di ginestra, nota floreale e fieno bagnato. In bocca stenta a riconoscersi, certamente fresco ma meno intenso che al naso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Meursault – Blagny– Pascale Matrot – 2004: paglierino tendente al dorato carico. Opulento, ricco al naso. Burro fuso, spezie dolci, aromi eterei, sbuffi di terra bagnata e fungo. Al palato fresco, splendidamente sapido. Molto persistente.

 

 

 

 

 

 

 

 

Corton Charlemagne – Grand Cru – Bonneau du Martray – 1997: colore giallo dorato, splendido. Complesso. Il fiore del sambuco e la scorza del mandarino candito si intervallano meravigliosamente ad eleganti profumi terziari. Minerale. In bocca è fine, sapido e fresco. Al palato ritornano il pepe bianco e l’ardesia. Molto persistente.