15 dicembre 2011

Satèn VigneNote, quando c’è da ricredersi

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Quando arriva il Satèn giusto, lo riconosci!

Ammetto di non aver mai apprezzato fino in fondo il Satèn, un prodotto che per la sua particolarità, non è mai stato nelle mie corde, ma devo dire che il VigneNote mi ha fatto ricredere. Consigliato da un amico sommelier, Luca Castelletti che, nove volte su dieci ci vede lungo, mi sono avvicinata a questa bottiglia con molta curiosità e buona dose di preconcetti, nati evidentemente da altri Satèn che non mi avevano totalmente convinta.

Sia ben chiaro, in questo blog, che nasce dalla mia passione personale per il mondo dell’enogastronomia, non scrivo di tutti i vini che degusto. Scelgo. Preferisco scrivere solo se un vino mi ha convinto, tralasciando quei prodotti che non ho apprezzato. Questo per dire che difficilmente troverete in queste pagine stroncature di vini o ristoranti, perchè ritengo che prima di sparare a zero su un’azienda o un prodotto, che ha alle spalle famiglie di lavoratori, occorra pensarci molto bene. La dovuta premessa per dirvi che questo Satèn mi ha fatto ricredere su una tipologia di Franciacorta che, come già detto, non mi aveva mai entusiasmato.  

L’azienda VigneNote si trova a Timoline di Corte Franca, all’interno del settecentesco Borgo Santa Giulia,  da cui i proprietari hanno ricavato anche un bell’agriturismo. Vi chiederete, dunque, perchè questo Satèn mi abbia entusiasmato rispetto ad altri. Ebbene, ha continuato a cambiare minuto dopo minuto, dimostrando un’eleganza e una vellutata finezza gustativa che non mi aspettavo. Colore giallo paglierino brillante, alla prima stappatura sono emersi subito dei delicati aromi di lievito, che hanno lasciato il posto, poco dopo, al floreale, intervallato a più riprese alla pesca bianca, prima, e agli agrumi, dopo, su cui spiccava il mandarino. In bocca, perlage cremoso e  lungo,  chiuso da una buona  freschezza e da una marcata, ma piacevole, sapidità.   

Per chi non lo sapesse:

Il Franciacorta Satèn Docg, si differenzia dalle altre tipologie prodotte nel territorio per una minore pressione in bottiglia (5 atmosfere) che gli conferisce un perlage finissimo e la tipica morbidezza gustativa. Prodotto solo nella tipologia Brut è un ottimo compagno di risotti delicati e i piatti a base di pesce.

Per conoscere il mondo del Metodo Classico in Italia, leggi il mio approfondimento tratto da Affari di Gola del mese di novembre 2011.

I miei abbinamenti sfiziosi: :)

Io ve lo consiglio con i Vol au vent con crema al formaggio di capra e mortadella di cinghiale e con il   Risotto alla crema di Gamberoni .

21 giugno 2011

Kapnios 2003, aglianico amaro appassito del beneventano

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Me l’ha consigliato un caro amico bergamasco, Luca Castelletti dell’Enoteca di Ponte S. Pietro…

Foto di Sara Melocchi tratta dal blog www.cookandthecity.it
Foto di Sara Melocchi tratta dal blog www.cookandthecity.it

Me l’ha consigliato un caro amico bergamasco, Luca Castelletti dell’Enoteca di Ponte S. Pietro, vero talent scout di vini. Lui, infatti, non si accontenta di avere una cantina storica piena zeppa di bottiglie e distillati d’annata, con alcuni pezzi unici introvabili, come l’inestimabile Cognac del 1868 appartenuto, nientemeno, che a Napoleone III.

Luca è uno scopritore di talenti in piena regola, un cercatore di vini ancora poco noti che come outsiders si classificano, spesso, ai primi posti dei concorsi vinicoli nazionali e stranieri. Leggi l’intervista qui.

E’ grazie a lui se ho scoperto il Kapnios 2003 della Masseria Frattasi, Aglianico amaro del Taburno 100%, che ho portato a cena a casa della mia amica Sara, autrice della foto. Si tratta di un vino le cui origini sono antichissime, citato nientemeno nel Naturalis Historia da Plinio e nell’Ateneo I da Platone, antenato del Cabernet e Aglianico affumicato del Taburno. L’appassimento delle uve su graticci conferisce al vino delle note del tutto particolari, che lo fanno lontanamente assomigliare al più noto Amarone della Valpolicella, ma con meno nerbo.

Cecere Clemente è il titolare di questa azienda che produce dal 1779, ma che solo relativamente da poco tempo ha cominciato a imbottigliare in proprio. L’azienda è in una masseria del 1179, ai piedi del Taburno, a Montesarchio. Ci troviamo a due passi dall’avellinese, in provincia di Benevento, da dove partirono le viti per ripopolare di Falanghina i vigneti messi in ginocchio dalla fillossera che a fine ’800 distrusse gran parte  della vitis vinifera sativa, altrimenti detta vite europea. In cantina c’è l’enologo Maurizio Caffarelli che viene dalla scuola del celeberrimo enologo campano Luigi Moio, specializzato al Laboratoire de Recherches sur les Arômes dell’Institut National de La Recherche Agronomique di Dijon.

Caffarelli  ha imparato bene la lezione, rispettando il territorio e curando con cura maniacale antiche vigne, poste tra i 500 e i 700 m slm. Gli aromi del Kapnios 2003 ci sono tutti, fini, eleganti, talvolta inaspettati.  Il vino è di un bel rosso rubino impenetrabile, con profumi di confettura di mirtilli e prugne disidratate che si intervallavano splendidamente, al palato, ad aromi di cioccolto e ciliegie sotto spirito (i boeri!). In bocca è morbidissimo, avvogente, con tannini saudenti e note di caffè e cioccolato fondente. Insomma proprio un bel vino che noi abbiamo accompagnato alla faraona alla romana di Sara.

La stessa azienda produce anche l’Aglianico Iovi Tonant, uscito quest’anno con la Riserva 2006, il Taburno Falanghina Donnalaura, che dicono essere splettacolare, il Nymphis Sacrae da vitigno Coda di Volpe, un Passito di Moscato,  ed altri vini sempre da Aglianico. Questo per amor di cronaca perchè, ahimé, questi vini non sono ancora passati dal mio bicchiere!  :) Se qualcuno li avesse provati, mi dica come li trova!  

Abbinamento regionale:

Il Kapnios 2003 può essere abbinato a tutti i secondi piatti tradizionali della cucina campana, ma è l’ideale con il capretto in agrodolce dell’Irpina e il capretto uova e cacio Irpino stagionato in grotta