21 settembre 2012

La Valle d’Aosta nel bicchiere

valle

Viticoltura di montagna

La Valle d’Aosta ha una viticoltura di montagna concentrata soprattutto lungo la valle della Dora Baltea per circa 80 chilometri. La regione ha solo la Doc Valle d’Aosta che racchiude tutti i vini di qualità prodotti nel territorio, l’85% dei quali sono rossi e autoctoni. La superficie vitata è di appena 684 ettari con terrazzamenti che hanno strappato alla montagna piccole porzioni dove coltivare la vite.

La viticoltura valdostana si divide in tre zone: Alta Valle, Valle Centrale e Bassa Valle. Nella prima troviamo il Prié Blanc, un vitigno autoctono bianco che è sopravvissuto alla fillossera, malattia che durante l’800 sterminò gran parte dei vitigni europei e che per questo è a piede franco, ossia non è innestato su vite americana come lo sono invece tutti gli altri vitigni d’Europa. Questa pianta è coltivata a 1200 metri di altitudine, al limite di sopravvivenza della vite, e viene utilizzata in purezza per produrre il noto Blanc de Morgex et La Salle Doc, un vino dal delicato color paglierino tendente al verdolino, profumo caratteristico di erbe di montagna e sapore di mela renetta, ideale compagno per un aperitivo o con la “carbonada” valdostana.

Nella Valle Centrale troviamo altri vitigni autoctoni come il Prié Rouge col quale si produce il Torrette, un vino con discreta alcolicità e sapore vellutato; il Fumin,  più strutturato che dà vita al Valle d’Aosta Fumin Doc, vino che può invecchiare e che viene affinato in barriques e il Vien de Nus che col Priè Rouge è il più coltivato della regione.

Nella Bassa Valle il vitigno più importante è il Nebbiolo, chiamato qui Picotendro (dall’acino piccolo e tenero) coltivato nelle sottozone di Donnas e Arnad-Monjovet. Il primo è un vino robusto che si abbina alle carni rosse, agli stracotti e ai formaggi stagionati; il secondo è ideale a tutto pasto con i primi piatti ricchi e le carni di maiale, mentre la denominazione Superiore può abbinarsi con la selvaggina e i piatti rustici valdostani. Un valido aiuto, per conoscere i vini e le eccellenze gastronomiche della regione, lo dà “La Strada dei Vini della Valle d’Aosta”, che consiglia itinerari enoici che sposano natura, cucina e cultura.

Per info: www.routedesvinsvda.it

6 dicembre 2011

Sua Maestà, il Barolo

Sua Maestà, il Barolo

Signori e Signore, Sua Maestà il Barolo.

Foto di Adriana Valentini

 

Tornata da un simposio sul Barolo, inebrita dalla sua forza evocativa, ho scritto un’altra cronaca di gusto che potete leggere su Tranquilla (qui). Questo vino è prodotto in purezza da uve Nebbiolo nei comuni di Barolo, Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, La Morra, Monforte d’AIba, Novello, Verduno, Grinzane Cavour, Diano d’Alba, Roddi e Cherasco. Il mio caro amico Matteo, fine conoscitore delle Langhe e sommelier presso l’Enoteca del Barolo, durante quel week end mi ha svelato tutti i segreti sui vari cru del territorio. Un giorno lo ospiterò per una bella intervista, intanto godetevi la sua trasmissione radiofonica  in podcast, Degustazione & Dintorni su Radio Cuneo 103.

Foto di Adriana Valentini

Sua Maestà, il Barolo. Ci troviamo in provincia di Cuneo, con ben 4800 ettari vitatipercorribili su quella che, dal 2006, è diventata la Strada del Barolo e dei grandi vini di Langhe. Il paesaggio è davvero suggestivo e merita un viaggio per scoprire, non solo i sapori di questa zona del Piemonte, ma per conoscere la natura e le antiche residenze che la popolano. Il Barolo è decisamente un vino di carattere, ricco di profumi che possono andare dai fruttati evoluti, alle spezie e al tabacco, con ampie sensazioni gustative che possono regalare emozioni incredibili.

Saper cogliere il momento giusto per aprirne una bottiglia non è facile, ma qualche piccola indicazione sulla sua longevità può servire.

Un Barolo è considerato giovane dai 4 al 6 anni, con tannini ancora poco levigati e caratteristiche che si abbinano, per esempio, ai bolliti e alla cacciagione. Dai 7 ai 10 anni il vino dovrebbe aver acquisito profumi più evoluti che si abbinano a preparazioni importanti a base di carne. Esistono poi dei Barolo che, per struttura, annata ed ottima conservazione in cantina, possono evolvere il maniera eccellente dai 10 ai 20 anni, oppure ahimè, diventare troppo maturi. Il gioco sul “quando” sta alla nostra sensibilità ed al piacere dell’attesa. Diciamo due parole anche sulla decantazione. Su questa pratica, infatti, occorre prestare attenzione.

Questo suggerimento mi fu dato da Biondi Santi “padre”, celeberrimo produttore di Brunello. Secondo lui infatti ossigenare troppo un vino, anche da grande invecchiamento, significa perdersi parte dei suoi profumi. Molto meglio aprirlo qualche ora prima, lasciarlo da parte coperto da un panno di lino e versarlo in un ampio bicchiere. Solo allora potremo ossigenarlo, ruotando delicatamente il bicchiere, godendoci appieno la scala degli aromi che il vino saprà darci. Cosa ben diversa, invece, quando abbiamo un vino da grandissimo invecchiamento che abbia dei residui sul fondo. Solo in quel caso varrà la pena decantarlo, ma esclusivamente per togliere i residui che altrimenti rischierebbero di intorpidirlo.

Foto di Adriana Valentini

21 novembre 2011

Valtellina, mon amour. Vini e abbinamenti tipici

Uva per Sforzato

se vien voglia di Valtellina…

Questa mattina mi sono svegliata con una fame matta, convulsa, disordinata. Sapete di quelle che ti prendono alle 7.00 del mattino e che, inspiegabilmente, ti chiedono piatti improbabili per il momento della colazione? E già perché mi son svegliata con un’improvvisa voglia di pizzoccheri! :) Ah, la Valtellina, che voglia di andarci! Così, visto che i miei impegni lavorativi non me lo permettono mi sono lasciata prendere dalla voglia di fantasticare sugli abbinamenti enogastronomici tipici.

Qualche dato sull’enologia, per i più curiosi. Gli ettari vitati in Valtellina sono 800 con una produzione media di vino che si attesta sui 30.000 ettolitri all’anno. La coltivazione si estende per 40 chilometri da Ardenno a Tirano, con Sondrio al centro, in una zona particolarmente vocata per l’esposizione solare. Il vitigno principe di questa zona è il Nebbiolo, detto qui Chiavennasca (che non ha nulla a che fare con il salume tipico), coltivato in terrazzamenti sui quali arriva la mano dell’uomo senza l’aiuto, se non in casi rarissimi, di macchine e trattori. Ecco perché si dice che qui la viticoltura è eroica e non è solo un modo di dire. Altri vitigni minori, come Rossola, Pignola e Prugnola, completano l’ampelografia valtellinese.

I vini. Il grande vino della zona è lo Sfurzat o Sforzato di Valtellina Docg. Pensate che è stato il primo passito rosso secco italiano ad aver ottenuto, nel 2003, la Docg. Dopo la vendemmia le migliori uve Nebbiolo vengono poste ad appassire per circa tre mesi su graticci in locali detti “fruttai”, ben areati ed asciutti per evitare la formazione di muffe. Con l’appassimento l’uva ha perso il 40% del suo peso e ha concentrato profumi ed aromi. Dopo la vinificazione, il vino viene lasciato ad affinare per 20 mesi in legno e bottiglia. Il colore è granato, con profumi complessi ed evoluti. L’abbinamento: è un ottimo vino da meditazione, pur abbinandosi perfettamente ai formaggi d’alpe e alle carni. Lo abbinerei volentieri con una Lepre in salmì o con dei Bocconcini di Capriolo.

La produzione del Valtellina Superiore Docg si estende tra Berbenno e Tirano con una produzione massima di 8 tonnellate per ettaro. Ha un periodo minimo di affinamento di 24 mesi, di cui almeno 12 in botti di rovere. Questo vino ha cinque sottozone: Maroggia, Sassella, Grumello, Inferno, e Valgella.

Il primo, Maroggia, ha un colore rubino con riflessi granati, sapore asciutto e giustamente tannico. Si abbina con carni rosse, selvaggina e formaggi stagionati. Io me lo immagino con del Bitto tagliato a fette, immerso in una calda polenta taragna, preparata con grano saraceno. Ne sento già il profumino

Il Sassella si coltiva nella zona ovest di Sondrio, forse la più famosa della Valtellina il cui nome deriva da un’omonima chiesetta. Ci vedrei bene un abbinamento con i tipici Sciàtt valtessinesi, delle frittelline di grano saraceno con un goloso cuore di formaggio Casera.

Il Grumello viene prodotto nella parte est di Sondrio e prende il nome dall’omonimo castello. Ha un profumo intenso e fine, con sapore vellutato e austero. Anche qui si consiglia l’abbinamento con carni importanti e formaggi stagionati. Uno Stinco non mi dispiacerebbe!:)

L’Inferno è considerato il più austero di tutte le sottozone, con sapore asciutto e leggermente tannico. Trova giusto accostamento con i tipici piatti valtellinesi, la polenta ed il tipico Agnello alla valtellinese.

E per finire il Valgella coltivato nei comuni di Chiuro e Teglio, a nord-est di Sondrio. Al naso è delicato e tipico, mentre in bocca ha un sapore morbido e fresco. Di tutti è quello che, per le fresche note floreali, può essere apprezzato anche giovane con i Pizzoccheri conditi con verze, patate ed abbondante burro fuso, la bresaola ed il violino di capra. In alternativa consiglio anche gli Gnocchetti di Chiavenna conditi con burro, salvia e rosmarino

Il Rosso di Valtellina Doc è un vino che viene coltivato nelle stesse zone del Valtellina Superiore Docg, con resa massima di 10 tonnellate per ettaro. Il vino ha 7 mesi di affinamento ed un titolo alcolometrico minimo di 11%. E’ il classico vino a tutto pasto, con gusto asciutto e leggermente tannico. Lo proverei con del Scimudin, una formaggella a pasta molle da latte vaccino.