23 maggio 2011

Francesco Moser, dalla bici al vino

Qualche tempo fa mi è capitato di intervistare colui che, per molti, è stato un mito degli anni Ottanta, Francesco Moser.

Foto di Daniele e Remo Mosna

Qualche tempo fa mi è capitato di intervistare colui che, per molti, è stato un mito degli anni Ottanta, Francesco Moser.

Le sue imprese sono legate alla mia infanzia e all’immagine di mio padre che, seduto accanto a me accalorato e paonazzo come pochi, tifava il grande ciclista con mia madre che, alzati gli occhi al cielo, gli diceva neanche troppo teneramente:”Ma Giorgio, è inutile che urli, tanto non ti sente!”.

Ho rintracciato Francesco Moser per un’intervista, era una calda mattina estiva, intono alle 11.30. Lui mi disse che era seduto comodamente al bar con degli amici, bevendo “un calice di quello buono“, nel centro di Gardolo di Mezzo in Trentino. Oramai da anni, da quando si è ritirato dall’agonismo nel 1987, Francesco Moser vive lì, nel Maso Villa Warth dove si è messo a produrre vino. Non si creda però che abbia seguito una tendenza che, ultimamente, va per la maggiore, nossignore. Mi riferisco al connubio tra vip e mondo del vino che vede produttori, personaggi come Ottavio Missoni, Mick Hucknall, Sting, Gad Lerner, Ron e Ornella Muti, solo per citarne alcuni. Francesco Moser, al contrario, questo lavoro l’ha sempre fatto anche quando era nel mondo del ciclismo. “La nostra famiglia ha sempre prodotto vino in provincia di Trento, esattamente a Palù dove sono nato, ed io lavoravo nei campi già da quando ero ragazzo. Iniziammo negli anni Cinquanta con mio padre che vendeva all’ingrosso, poi nel 1975 quando mio fratello smise col ciclismo cominciammo ad imbottigliare”.

Parlando di ciclismo gli chiedo quale sia stata la sua vittoria più bella e lui mi dice, senza mezzi termini, che ogni traguardo tagliato ha segnato per lui un’emozione fortissima, che non può scegliere. “Certo, certo – gli dico – ma ce ne sarà una più di altre”. Lui ci pensa un po’ su e mi dice: “Se proprio devo scegliere le dico il Giro d’Italia, perchè quella è una corsa lunga, diversa da tutte le altre. Avevo provato a lungo, per molte volte a vincerla. Quando ce la feci fu per me una vera liberazione“. Parliamo del record dell’ora, a Città del Messico, quei primi 50,808 km, migliorati quattro giorni dopo a 51,151 km: Moser si trasforma in un fiume in piena. “Il primo record lo feci durante quella che sarebbe dovuta essere una semplice prova per testare la pista. Avrei dovuto fare una ventina di chilometri e poi fermarmi, ma mi resi conto che stavo andando forte e continuai. Quattro giorni dopo decidemmo di ritentare il record solo perché stavano arrivando numerosi tifosi italiani e non volevamo deluderli. Così, visto che ero in forma e mi ero preparato per mesi, volli ritentare“. Venne così consegnato alla storia coi suoi 51,151 km. Ci sarebbero voluti nove anni per superarlo, nel 1993 Graeme Obree, l’uomo che si diceva avesse una bici fatta con i pezzi di una lavatrice, gli strappò il record con 51,596 km.

“Le manca l’agonismo?” – domanda secca, senza preamboli. Rimane in silenzio, poi riprende con voce decisa. “Assolutamente no. Ho fatto 20 anni di agonismo al limite della sopportazione, con sacrifici, rischi e tensioni portate all’estremo. Chi ha fatto agonismo sa bene che la vita successiva è una passeggiata. Oggi mi occupo della mia tenuta, delle mie cose e continuo ad amare il ciclismo, ma da certe storie, dalle polemiche rimango fuori“. Ecco spiegato, forse, perchè non lo si veda più bazzicare l’ambiente, neanche come commentatore del Giro. Il ciclismo gli è comunque rimasto nel cuore tanto che, una volta all’anno, organizza una cicloturistica per la Valle dell’Adige, con vecchie glorie dello sport, quest’anno giunta alla 23° edizione.

Poi parliamo di vino,mi spiega cosa significa per lui stare in vigna. “Ho un’idea di viticoltura tradizionale, direi quasi artigianale. La vendemmia la facciamo tutta a mano, perchè i vigneti in collina non ci permettono di utilizzare le macchine ed io mi occupo personalmente della gestione della vite. Vado sul trattore, mi occupo della potatura e di tutto quel che concerne i trattamenti. Naturalmente non sono solo, con me, oltre ai collaboratori nei campi, c’è l’enologo, mio nipote, e mia figlia che si occupa della parte amministrativa“.

Oggi produce Chardonnay, Muller Thurgau, Riesling, Lagrein, Teroldego e un Trento Doc, il 51,151, che testimonia il suo record. “Gli altri hanno un nome – mi dice ironico – noi abbiamo un numero!”. Per la recensione dei suoi vini leggi cookandthecity, il blog di Sara Melocchi.

Ultima domanda, quella che, intuisco di sbagliare clamorosamente, secondo la sua concezione. “Ci consigli qualche abbinamento tra i suoi vini e le pietanze trentine”. Risposta: “Mah, non sono per l’idea degli abbinamenti, ognuno ha un proprio gusto e lo deve seguire. Mica devo dire io alla gente cosa mangiare. Di solito si dice che col bianco ci va il pesce, coi rossi le carni, mentre lo spumante può fare da aperitivo. Oramai c’è anche chi beve il rosso col pesce per seguire certe mode, liberissimo per carità. L’unica cosa che conta davvero, per me, è che il vino sia buono, poi per il resto che ognuno segua il proprio palato“. E allora, de gustibus!

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