5 dicembre 2011

Tra le vigne del Tignanello: racconto semiserio su un week end enoico. Terza e ultima puntata

Tra le vigne del Tignanello: racconto semiserio su un week end enoico. Terza e ultima puntata

Finalmente siamo entrati!

Qui trovi la prima puntata e la seconda.

Dentro sembra di essere nella pancia di una nave. Saliamo su un ponte sospeso ai cui lati emergono le teste delle cisterne d’acciaio, alcune ancora aperte. Tutto è asettico, fin troppo tecnologico, poco romantico. Avvicino la testa ad una cisterna spalancata. Sono sopra, mi sporgo, vedo e sento tutto. “Per fortuna – mi dico – la natura vince la tecnologia”. Dal cappello di vinacce si innalza, vigoroso, il profumo del mosto. L’uva appena pigiata ha un aroma che mi fa esplodere la testa, che mi dà la portata di quanto sia miracolosa la trasformazione dell’uva in vino. Percorriamo il lungo corridoio sopraelevato, a destra e a sinistra solo cisterne con quello che, un giorno, sarà il Tignanello. In fondo, vedo da lontano, la cantina con le barriques per l’affinamento, nella silenziosa quiete del loro riposo. Poi torniamo sui nostri passi come reduci da un’impresa.

La sera ce la siamo goduta proprio una bottiglia di buon Tignanello, io e il mio amore, per una cenetta romantica. Era l’annata del 2008, un bambino. L’abbiamo preso ancora in fasce e quelle note di gioventù si sentivano tutte.

Colore rubino fitto, dichiarazione palese che non si tratta di Sangiovese in purezza, altrimenti trasparente nel bicchiere. Il naso è un tripudio di mirtillo, ciliegia sotto spirito, spezie dolci, pepe nero e chiodi di garofano. Lasciato nel calice per qualche minuto, ci giungono dei soffi vegetali, quasi di peperone rosso fatto alla brace, tangibile segno dei due Cabernet. Poi ritornano le spezie dolci, con una nota di vaniglia che ricorda, quasi, la pasticceria secca. In bocca è morbido, avvolgente. I tannini sono ancora ruvidi, ma eleganti: si ingentiliranno col tempo. Il retrogusto è quello della liquirizia. Noi l’abbiamo abbinato ad una chianina alla brace, perfetta da ogni punto di vista.

2 dicembre 2011

Tra le vigne del Tignanello: racconto semiserio su un week end enoico. Seconda puntata

Tra le vigne del Tignanello: racconto semiserio su un week end enoico. Seconda puntata

La seconda puntata …

(Per leggere la prima puntata vai qui

Mi avvicino a uno dei due. Parliamo dell’annata, del tempo che è improvvisamente cambiato costringendoli ad anticipare la vendemmia, delle tre sorelle Antinori che controllano personalmente la produzione di tutte le aziende vitivinicole sparse per il mondo, del suo lavoro che gli piace da matti “anche se c’è da lavorare nei week end”.

Poi, appena dietro di lui il mio occhio vede quello che la mente non ha ancora messo a fuoco: la cantina di produzione. La porta è aperta, un fremito. Circa venti metri mi dividono dal luogo in cui tutto avviene, dove il mosto fermenta in grandi cisterne d’acciaio, ribollendo, dove il vino fiore viene tolto e trasferito nelle barriques. Ogni vitigno, solingo, segue lo stesso destino. Poi, il Sangiovese, il Cabernet Sauvignon e il Cabernet Franc, finalmente, si incontrano. Vengono assemblati, lasciati riposare in altre botti di rovere per 12 mesi ed, infine, imbottigliati.

 Il Tignanello, lo si può ben dire, è stato uno dei primi “vini moderni” prodotti nel nostro Paese, antesignano di quel modus operandi che ha visto l’utilizzo della barrique anche per i nostri vitigni autoctoni. Amato da alcuni, vituperato da altri che l’accusano di essere troppo “ruffiano”, questo vino nato dall’intuizione dell’enologo Giacomo Tachis non lascia, di certo, indifferenti. Chiedersi se la tradizione del Sangiovese risulti o no snaturata dall’internazionalità del Cabernet Sauvignon (10%) e del Cabernet Franc (5%), sono discorsi che, in quel preciso momento, non mi sfiorano neanche.

I miei pensieri vengono disturbati dall’arrivo di una macchina, è uno dei responsabili di cantina. Parla con l’altro operaio, ci indica. Si avvicina, si presenta. Non ho il coraggio di chiederglielo, sono già stata così fortunata, ed invece lo faccio: “E’ possibile fare una visita?”. Lui storce il naso. “No – dice – le visite sono guidate e su appuntamento”. E lo so, dico tra me e me… Mantengo la calma, fingendo noncuranza. “Ma almeno vedere la cantina di produzione?” – ri-storce il naso, nella sua mente “i soliti turisti del week end”, io lo anticipo: “Sa, siamo due sommelier, io scrivo per un giornale bergamasco di enogastronomia…”. Peggio, nella sua mente “la solita giornalista…”. Poi, evidentemente “preso per sfinimento” ci dice che possiamo entrare.

to be continued…

1 dicembre 2011

Tra le vigne del Tignanello: racconto semiserio su un week end enoico. Prima puntata

Tra le vigne del Tignanello: racconto semiserio su un week end enoico. Prima puntata

Tutto è vero…quasi…

 

“Pronto, agriturismo Fonte de’ Medici? Sarò da voi nel prossimo week end, vorrei prenotare una visita alle cantine del Tignanello. Ah, la fate solo il venerdì? No, non posso anticipare la partenza – silenzio – Sì, sì sono ancora in linea… E’ che… E’ un vero peccato essere ospite da voi e non poter vedere le vostre cantine… – lungo silenzio – Va bene, grazie, non insisto” - svenimento.

Ridestata dal colpo per la “ferale notizia”, inizio a riflettere sul da farsi. “Potrei scassinare la porta della cantina – mi dico – no, meglio rapire il custode minacciandolo con uno dei miei tacchi”. Poi rifletto che, non portando tacchi a spillo, ma quelli comodi da “zia”, l’idea di utilizzarli come pericolosa arma contundente, non sembra essere poi così brillante. Cala un velo di tristezza.

Passo la notte sognando le cantine del Tignanello, là davanti a me. Vedo le tre sorelle Antinori: A come Albiera, A come Allegra, A come Alessia, allungo la mano e, “puff”, spariscono in un soffio. Mi sveglio la mattina seguente, molto presto, con una “A” stampata sulla fronte, poi mi impongo di credere che “sarà pur sempre bello essere là dove tutto ha avuto inizio, dove furono fatte, in terra toscana, le prime sperimentazioni sui vitigni internazionali che, negli anni Sessanta, trasformarono la tenuta Antinori in vero e proprio laboratorio di ricerca”.

Decido di non pensarci più. Il sabato parto col mio compagno per Santa Maria a Macerata, non lontano da Firenze.

“Hanno anticipato la vendemmia, forse la cantina è aperta – questa è l’unica frase che colgo dalla ragazza della reception tra un “la cena è servita alle…” e “la stanza è da lasci…”. Senza quasi aspettare il mio compagno, mi dirigo verso la tenuta.

Arrivo radente il muro, quatta, quatta. Allungo la testa oltre il cancello d’entrata per vedere se qualcuno è nelle vicinanze e, fischiettando con le mani in tasca, mi avvicino a due ragazzi che stanno facendo funzionare la pigiadiraspatrice. I grappoli, di un bel rosso intenso, tondi e turgidi, stanno scendendo nella macchina, quasi rimbalzando. Il frastuono non mi permette di parlare. Spengono la pigiadiraspatrice e mi guardano come dire: “Embè?”. Sfodero il mio sorriso più bello. “Sono ospite dell’agriturismo, mi hanno detto che state facendo la vendemmia del Sangiovese”. Loro mi guardano, sorridono e ricominciano a lavorare senza dire altro. Prima che ricomincino a far funzionare la macchina ho appena il tempo di dire: “Sto qui a guardare, buona, buona”.

to be continued…