30 ottobre 2014

I Timorasso di Daniele Ricci…e non solo

“Io sono Timorasso”, è ciò che polemicamente Daniele Ricci rispose qualche anno fa a chi gli chiedeva, con una certa protervia tipica di chi il vino lo beve comodamente nel salotto di casa, senza mettere un piede in vigna, perché si fosse messo a coltivare un vitigno difficile come il Timorasso, al posto dei ben più noti e piacioni vitigni internazionali che vengono su, senza troppi problemi. Quel “io sono Timorasso”, non è solo una frase ad effetto, che all’epoca chiuse la bocca ai suoi interlocutori, ma rappresenta oggi la storia di Ricci e di chi, come lui, è riuscito a salvaguardare una tradizione contadina antichissima.

Completamente biologica ed ecosostenibile l’azienda Ricci, nata nel lontano 1929, ha ricominciato a produrre Timorasso meno di vent’anni fa, proprio nel cuore dei colli orientali del Piemonte, a Costa Vescovato.  Anche per questo i vini di Daniele Ricci rappresentano, non solo il rinascimento di quella parte del tortonese che negli ultimi anni grazie a Walter Massa ha riconquistato credibilità qualitativa, ma sono l’impronta di carattere di un viticoltore che, piaccia o no, fa vini a modo suo. E lo dice senza tanti fronzoli, con schiettezza, che i vini che produce devono piacere a lui per primo, affrancandosi coerentemente da strani equilibrismi per stare nelle logiche di mercato, che – come bene lascia intendere Ricci – hanno avvilito e appiattito la tradizione culturale contadina, selezionando vitigni “facili” e vini senza carattere. I suoi no, un carattere ce l’hanno, e sono il connubio tra la natura e l’uomo, la prima che dà quel che genera secondo il terroir, il secondo che la interpreta senza snaturarla.

E che Ricci sia un viticoltore coerente con quel che dice, lo si intuisce da quel suo stare in vigna personalmente, giorno dopo giorno. Un impegno quotidiano, che esprime attraverso una frase che sembra passare sottotono, ma che è in realtà il motore stesso della sua filosofia. “Non si può essere molti a lavorare le vigne”, dice, spiegando come sia lui a stare personalmente tra i filari, conoscendo ogni singola vigna personalmente da trent’anni, come fossero compagni d’infanzia con cui si è cresciuti e dei quali si conosce tutto, i difetti, le piccole bizze caratteriali e la chiave per la loro generosità.

Daniele Ricci - BicchieriE non potrebbe essere altrimenti con un vitigno difficile come il Timorasso, che dà molto ma che chiede altrettanto in termini di quotidiana cura in vigna. Le caratteristiche agronomiche del Timorasso, infatti, sono l’elevata fertilità, l’abbondante vegetazione e una maturazione precoce. “Quando Walter Massa cominciò a riscoprire il Timorasso – racconta Ricci, che seguì sin dall’inizio l’eroica avventura enologica di Massa – ne rimasi affascinato, nonostante i molti i detrattori del vitigno non credessero a un suo possibile ritorno qualitativo. Se è quasi scomparso, – ci dicevano – un motivo ci sarà, al punto che lo stesso Donato Lanati, all’inizio di quest’avventura, ebbe modo di pronunciarsi negativamente sulla riscoperta del Timorasso. Poi si è dovuto ricredere, come la maggior parte di chi, fuori e dentro al territorio, oggi considerano il Timorasso un grandissimo vino”.

Vini franchi, quelli di Daniele Ricci, senza mezze misure, che li si ami oppure no. Certamente vini che non lasciano indifferenti, grazie a una filosofia produttiva che prevede leggere macerazioni, lieviti indigeni, temperature di fermentazione senza controllo. I vini affinano da un minimo di uno a un massimo di tre anni in botti di rovere, mentre l’imbottigliamento, effettuato seguendo le fasi lunari, non prevede chiarifiche, né microfiltrazioni, tantomeno solfiti aggiunti (50 mg/l totali).

Degustazione

Terre del Timorasso 2011: giallo paglierino già tendente al dorato. Molto luminoso. Naso lievemente minerale che tradisce l’origine del terreno tortonese. Dopo qualche minuto il vino si apre a note floreali fresche e di muschio, che ritroviamo anche in bocca, supportate da una sapidità e acidità di livello. Timorasso San Leto Verde 2009:  dorato. Acacia e cedro, su base minerale al naso. Ben strutturato in bocca, dove la nota dell’acacia ritorna a più riprese. Freschezza e sapidità non mancano, tanto da agevolare un sorso dopo l’altro.

Timorasso Giallo di Costa 2010: dorato. Più soave al naso con aromi di camomilla, valeriana e soffi di origano. Dopo qualche minuto i profumi virano verso la susina e l’albicocca disidratata. Avvolgente e caldo in bocca, con lunghi ritorni sapidi.

Timorasso San Leto Blu 2010: dorato luminoso. Naso da interpretare con potenti note di pietra focaia e “gomma bruciata”, che lasciano il posto dopo qualche minuto a note più dolci. In bocca è potente, con lunga persistenza. Da capire.

Timorasso San Leto Blu 2006: dorato luminoso. Etereo con ritorni di frutta gialla sottospirito, caratteristica che ritroviamo anche all’analisi degustativa, supportata da un corredo di spezie dolci particolarmente interessante. Finale leggermente amaricante.

Croatina Elso 2006: rosso rubino. Floreale (garofano) con lievi note di liquirizia dolce che ritornano anche in bocca. Bella freschezza e tannicità in bocca.

Barbera Castellania 2005: granato. Naso intenso con ricordi di marmellata di ribes e mirtillo, con qualche spezia nera. In bocca è avvolgente, bel tannino e lunga persistenza. Molto interessante.

Daniele Ricci - i vini