29 agosto 2011

Carmen Russo e la sua nuda…verità

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Quando ho intervistato Carmen Russo…

Quando ho intervistato Carmen Russo stava giusto per uscire col suo libro autobiografico dall’ammiccante titolo “La mia nuda verità” a cui faceva da corredo una premessa scritta da Antonio Ricci. A parte chiedersi se ci fosse bisogno o no di una sua biografia, la cosa che aveva fatto discutere allora, circa un paio d’anni fa, era che la “Carmen nazionale” parlava, tra le altre cose, anche di Berlusconi, facendo intendere chissà quali misteri da svelare… Cosa non si farebbe pur di vendere un libro, dico io, e noi giornalisti tutti là a chiederle cosa avesse “rivelato” sul Cavaliere più di quello che già non si sapeva allora, con le varie D’addario, sulla sua passione per le donne. 

Paga il gossip e lo sbirciare dal buco della serratura, si sa…

Erano gli anni Ottanta quelli di Carmen Russo, il periodo di Drive In e dei primi incontri clandestini con quello che sarebbe diventato in seguito suo marito, Enzo Paolo Turchi. Il libro non va molto più in là di questo, così prima dell’uscita il caso non si era montato e la bolla di sapone era esplosa prima ancora che riuscisse a diventare grande. Carmen, icona sexi di quegli anni, che sta con lo stesso uomo da una vita, ha fatto uscire una biografia pulita, pulita…  si spiegano gli inizi della sua carriera, i suoi ricordi sui colleghi, come Beruschi, Greggio e gli altri del Drive In, si parla di Berlusconi come imprenditore… Così, è uscita una biografia all’acqua si rose rispetto a quello che si vede e si sente oggi su mondo dello spettacolo. Oggi non puoi più fare la ballerina in santa pace, che subito ti propongono una carica pubblica! Ehee, bei tempi quelli di Carmen, dove una donna dello spettacolo era e faceva solo quello…

Nuda la sua verità, e pulita, pure troppo per appagare la pruderie degli italiani che, con qualche ruga in più, la ricordavano come la finta ochetta di Drive In, la trasmissione cult di quel periodo. Un ricordo tenero, un sorriso che tutti facciamo a noi stessi, per il tempo che passa, e a lei per aver voluto rispolverare un periodo che, nonostante la commedia sexi all’italiana a cui Carmen partecipò facendo molte docce, ;)  di scandaloso non aveva proprio niente!

Per approfondire leggi la mia intervista a Carmen Russo pubblicata su InEuropa del 14 dicembre 2009

22 luglio 2011

Piccoli gourmand crescono, le ricette di Giuseppe Capano per educare i bambini al gusto

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L’educazione sensoriale dei più piccoli…

Un paio di mesi fa mi sono occupata, per Affari di Gola, di un approfondimento riguardante l’educazione sensoriale dei più piccoli intervistando lo chef Giuseppe Capano, il consulente alimentare che ha scritto il libro “La cucina per i bimbi“. Oltre a lui ho avuto il piacere di conoscere ed intervistare Aimo Moroni, chef e patron del ristorante Il Luogo di Aimo e Nadia e Davide Oldani, del D’O di Cornaredo, con la sua cucina Pop alla portata di molte tasche. Per approfondire leggi Affari di Gola di maggio 2011.

Capita a volte, quando si intervista qualcuno che passando sotto le forche caudine dei revisori, si debbano apportare dei tagli per evidenti questioni di spazio. I giornali cartacei hanno questa caratteristica che i magazine on line, bontà loro, non hanno. :)

Durante l’intervista Capano mi aveva dato delle ricette facili, facili per aiutare le mamme ad educare i propri bimbi al gusto, invogliandoli a mangiare alimenti sgraditi, come frutta e verdura e fornendo loro delle merendine dal basso contenuto calorico. L’obesità infantile, infatti, è una piaga che stiamo importando sempre di più dagli Stati Uniti. I bimbi grassi, lo dicono le ricerche, con ogni probabilità saranno  obesi del futuro, con tutto quello che comporterà in termini di salute pubblica e spesa sanitaria. Oltre a questo, non bisogna dimenticare che una merendina confezionata tenderà, nelle prime fasi dell’età evolutiva in cui si forma il gusto, ad appiattire le percezioni dei più piccoli, creando nel futuro degli adulti incapaci di riconoscere la qualità degli alimenti, attraverso sensi non adeguatamente sviluppati.

 

Ecco, dunque, i consigli di Giuseppe Capano che, ahimè, non sono rientrati nel mio approfondimento ma che reputo molto interessanti.

RICETTE per camuffare frutta e verdura:

Ghiaccioli e dessert di frutta: pulire e frullare frutta a piacere. Zuccherare il minimo indispensabile, solo se necessario. Proteggere con poco succo di limone e mettere nei vari stampini conservandoli in congelatore. In seguito lasciare i preparati dai 20 ai 30 minuti in frigorifero per servirli alla giusta consistenza.

Verdure impanate: Cuocere al vapore o lessate la verdura scelta, dividendola in pezzi. Condirla con poco olio, impanarla con pangrattato mescolato a poco formaggio, frutta secca tritata (mandorle, nocciole, ecc.) e semplice farina gialla dal bel colore oro. Mettere in una teglia e gratinate nel forno caldo per 5 minuti. 

RICETTE per una merenda sana dal basso contenuto calorico:

Pan di Spagna aromatizzato al cacao: con una frusta elettrica montare per 7-8 minuti 4 uova intere, con 150 g di zucchero. Aggiungere 100 g di farina bianca, 50 g di fecola e un cucchiaino di lievito per dolci. Completare con 4 cucchiai di olio vegetale (oliva, girasole, riso a scelta) mescolato ad altrettanto latte e 1-2 cucchiai di cacao amaro. Dividere il composto in stampini tondi da muffins cosparsi con gocce di cioccolato fondente. Cuoce in forno a 190 gradi per 15 minuti circa.

Spiedini di frutta: tagliare la frutta a pezzi scegliendo colori diversi (kiwi, banane, fragole, ecc) e bagnarne la polpa con poche gocce di succo di limone, per evitarne l’ossidazione. In questa fase il bambino può infilare la frutta su degli stecchini di legno. Procedere con una veloce e leggera impanatura con poco zucchero di canna, mescolato a pangrattato, per limitare la componente zuccherina.

RICETTA per educare il gusto dei bambini ai sapori intensi

Palline di riso: bollire del riso integrale, (oppure della polenta tenuta più morbida del normale) ed aggiungere degli elementi sminuzzati dal sapore forte (pesce, formaggi, verdure). Mescolare il tutto e, dopo essersi bagnati le mani con poco olio, formare delle palline. L’ideale per giocare con forma, consistenza e sapori.

16 luglio 2011

Emanuele Riva, il miglior sommelier di Lombardia 2011

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L’ha spuntata il 29 giugno scorso ed è diventato il miglior sommelier di Lombardia 2011…

L’ha spuntata il 29 giugno scorso ed è diventato il miglior sommelier di Lombardia 2011. Emanuele Riva l’avevo intervistato per L’Arcante proprio pochi mesi fa, non a caso sui concorsi da sommelier. Nella lunga chiaccherata che ci eravamo fatti, una frase mi aveva colpita: “Ci sono molti numero uno, ma pochi veri campioni, soprattutto nel mondo dei concorsi“. Un ragazzo di appena 27 anni, comasco che dal 2007 gestisce il locale di famiglia “La Cava dei Sapori“, a Como. Questo, in due battute, il profilo di Emanuele.

Come si prepara ad importanti competizioni come il Miglior Sommelier d’Italia?” – gli avevo chiesto durante l’intervista. Lui mi aveva spiegato quanto fosse importante il confronto con i suoi colleghi sommelier, amici ormai, con cui condivideva la degustazione ragionata di numerosi campioni alla volta. “Da soli non si fa proprio niente” - aveva esordito, lasciando intendere quanto supporto avesse dai colleghi e, soprattutto, dalla famiglia con cui gestisce il locale.

Riesco ad individuare talvolta anche l’annata di un vino, soprattutto se fa parte di certe zone che conosco molto bene. -  aveva spiegato -  Tuttavia, più vado avanti, più mi rendo conto di quanto sia vasta la materia e, soprattutto, di quanto poco sapessi in passato“. Di certo, quello che ha saputo durante le prove che si sono svolte a giugno è bastato a Emanuele per strappare la vittoria. Ad ottobre si giocherà la partita più difficile partecipando al concorso “Miglior Sommelier d’Italia 2011” titolo attualmente detenuto da Nicola Bonera. Teniamo sin d’ora le dita incrociate per Emanuele! :)

Per approfondire leggi la mia intevista qui e quella di Franco Ziliani qui

 

9 giugno 2011

Addio a Italo Castelletti, maestro del vino

Addio a Italo Castelletti, maestro del vino

Ieri si è spento un caro amico, vero precursore della cultura del vino.

Ieri si è spento un caro amico, vero precursore della cultura del vino. Italo Castelletti è stato un maestro della sommellerie italiana, tra i primi a credere nelle potenzialità di un settore che fino a pochi decenni fa, poteva dirsi ancora acerbo.

Di lui si potrebbero ricordare tante cose. Che fu tra i primi iscritti dell’Associazione Italiana Sommelier, che fondò la delegazione bergamasca nel 1974, che creò a Ponte San Pietro un’enoteca storica tra le più importanti del territorio, che fu un talent scout di rara bravura.

Eppure di lui conserverò per sempre qualcosa che va al di là dei meriti che in questa vita ha saputo faticosamente guadagnarsi. “Vieni con me” – mi disse poco dopo averlo conosciuto. Eravamo nella sua enoteca ed io, un po’ intimidita, mi ritrovai a seguirlo tra i tanti vini che aveva sugli scaffali del negozio.

Ogni vino nascondeva una storia, ogni storia un nome, ogni nome un altro racconto. Come in un gioco di scatole cinesi, rimasi affascinata da quanta vita vissuta contenessero quelle parole, piene, vive, appassionate. Un’arte del racconto, la sua, che svelava studio ed esperienza, preparazione e professionalità.

Mi raccontò tutto, Italo. Di quella volta che andò in Francia per cercare quel vino, di quell’altra che stappò una storica bottiglia di Champagne, di quando conobbe quel produttore che in seguito divenne famoso, forse dico io, anche grazie a lui. I suoi occhi buoni andavano ben oltre le parole, sapevano illuminarsi come quelli di un ragazzino.

Questo conserverò di Italo: il ricordo di un uomo appassionato della vita, entusiasta del suo lavoro, che un pomeriggio d’inverno mi portò per mano sulle strade del mondo del vino.

E quanto ci mancheranno quelle storie.

 Ciao Italo

23 maggio 2011

Nino Benvenuti, Emile Griffith e la nobile arte

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E’ indubbio che Nino Benvenuti abbia fatto della nobile arte, una filosofia di vita che è andata ben oltre il ring.

 

E’ indubbio che Nino Benvenuti abbia fatto della nobile arte, una filosofia di vita che è andata ben oltre il ring. “Negli Stati Uniti si può morire senza un’assicurazione medica” – mi da detto con la voce rotta dalla commozione, parlando del suo amico-nemico Emile Griffith, oggi malato di Alzheimer.

Chi ha seguito la sua carriera non può non ricordare i suoi storici incontri tra i due che incoronarono Benvenuti, due su tre, vincitore del titolo Mondiale dei pesi medi. Eravamo alla fine degli anni Sessanta e, come ebbe modo di dirmi personalmente “allora l’America sembrava lontanissima anni luce dall’Italia, pochi c’erano stati, e l’idea che un bianco sfidasse un nero era impensabile. Noi pugili bianchi provavamo una certa soggezione contro i neri americani perché li consideravamo, da sempre, più forti e resistenti“. 

Benvenuti aveva lanciato una sfida fino ad allora mai tentata da un italiano: combattere contro il campione in carica, Emile Griffith, sul ring del Madison Square Garden, l’arena più famosa per la boxe mondiale.   ”Nessuno, – mi confessò Benvenuti –  nemmeno la stampa italiana che mi stimava, credeva in una mia vittoria”.

Prima di lui solo un altro europeo Marcel Cerdan era volato in America per strappare la corona mondiale, seguito da una serie di altri pugili che avevano fallito l’impresa.

Nino Benvenuti salì sul ring il 17 aprile 1967. L’incontro che lo incoronò campione delle cinture WBC e WBA, fu seguito da oltre 17 milioni di italiani  per radio. ”Ero al meglio della forma fisica, profondamente determinato, tutte le condizioni favorevoli per vincere” – ha commentato a distanza di anni.

Poi venne quel secondo incontro, quella rivincita dovuta a Griffith. “Quello fu forse l’incontro più duro di tutta la mia carriera perché al secondo round Griffith assestò un colpo che mi provocò la rottura di una costola. Non so come andai avanti, ma tenni duro fino all’ultimo round, senza l’onta di perdere per ritiro”.

Infine l’ultimo clamoroso incontro tra i due, il 4 marzo 1968, che rielesse definitivamente Benvenuti campione WBC e WBA.

Storia finita tra i due, si dirà. E invece no. Perchè a fine carriera, dopo le vittorie, le sconfitte, i matrimoni, i figli e le separazioni Nino Benvenuti ed Emile Griffith iniziarono a frequentarsi di nuovo, questa volta non più come rivali, ma come amici. “Non puoi non diventare amico di una persona con cui hai condiviso 45 round - mi disse, raccontandomi che Emile era stato anche padrino di cresima di suo figlio Giuliano.

Da sinistra Emile Griffith Gil Clancy (allenatore di Griffith, Cassius Clay, Frazier, Foreman) e Nino Benvenuti

E così veniamo a oggi, o meglio a un anno fa, quando Benvenuti organizzò una cordata di solidarietà per aiutare l’amico Emile, malato da tempo di Alzheimer. “Prima di Natale ho ricevuto la telefonata di Luis, suo figlio, che mi chiedeva aiuto. Nell’ultimo periodo le sue condizioni si sono aggravate e la pensione che riceve, solo 300 dollari al mese, non gli permette di curarsi a dovere. Negli Stati Uniti si può morire senza un’assicurazione medica. Per questo ho mobilitato uno sponsor col quale abbiamo donato 10.000 euro e l’abbiamo fatto venire in Italia, per raccogliere dei fondi che lo possano aiutare a vivere decentemente”. E’ da allora che Benvenuti sta mobilitando sponsor, Federazione e opinione pubblica per aiutare il suo amico.

Gli ultimi aggiornamenti di questa commovente storia d’amicizia e di nobiltà d’animo, vengono da un articolo di Repubblica del 3 marzo scorso, della brava Anita Madaluni. Chiunque vorrebbe un amico così, vien proprio da dire.   

Per approfondire leggi la carriera di NINO BENVENUTI, tratto da InEuropa.

23 maggio 2011

Francesco Moser, dalla bici al vino

Qualche tempo fa mi è capitato di intervistare colui che, per molti, è stato un mito degli anni Ottanta, Francesco Moser.

Foto di Daniele e Remo Mosna

Qualche tempo fa mi è capitato di intervistare colui che, per molti, è stato un mito degli anni Ottanta, Francesco Moser.

Le sue imprese sono legate alla mia infanzia e all’immagine di mio padre che, seduto accanto a me accalorato e paonazzo come pochi, tifava il grande ciclista con mia madre che, alzati gli occhi al cielo, gli diceva neanche troppo teneramente:”Ma Giorgio, è inutile che urli, tanto non ti sente!”.

Ho rintracciato Francesco Moser per un’intervista, era una calda mattina estiva, intono alle 11.30. Lui mi disse che era seduto comodamente al bar con degli amici, bevendo “un calice di quello buono“, nel centro di Gardolo di Mezzo in Trentino. Oramai da anni, da quando si è ritirato dall’agonismo nel 1987, Francesco Moser vive lì, nel Maso Villa Warth dove si è messo a produrre vino. Non si creda però che abbia seguito una tendenza che, ultimamente, va per la maggiore, nossignore. Mi riferisco al connubio tra vip e mondo del vino che vede produttori, personaggi come Ottavio Missoni, Mick Hucknall, Sting, Gad Lerner, Ron e Ornella Muti, solo per citarne alcuni. Francesco Moser, al contrario, questo lavoro l’ha sempre fatto anche quando era nel mondo del ciclismo. “La nostra famiglia ha sempre prodotto vino in provincia di Trento, esattamente a Palù dove sono nato, ed io lavoravo nei campi già da quando ero ragazzo. Iniziammo negli anni Cinquanta con mio padre che vendeva all’ingrosso, poi nel 1975 quando mio fratello smise col ciclismo cominciammo ad imbottigliare”.

Parlando di ciclismo gli chiedo quale sia stata la sua vittoria più bella e lui mi dice, senza mezzi termini, che ogni traguardo tagliato ha segnato per lui un’emozione fortissima, che non può scegliere. “Certo, certo – gli dico – ma ce ne sarà una più di altre”. Lui ci pensa un po’ su e mi dice: “Se proprio devo scegliere le dico il Giro d’Italia, perchè quella è una corsa lunga, diversa da tutte le altre. Avevo provato a lungo, per molte volte a vincerla. Quando ce la feci fu per me una vera liberazione“. Parliamo del record dell’ora, a Città del Messico, quei primi 50,808 km, migliorati quattro giorni dopo a 51,151 km: Moser si trasforma in un fiume in piena. “Il primo record lo feci durante quella che sarebbe dovuta essere una semplice prova per testare la pista. Avrei dovuto fare una ventina di chilometri e poi fermarmi, ma mi resi conto che stavo andando forte e continuai. Quattro giorni dopo decidemmo di ritentare il record solo perché stavano arrivando numerosi tifosi italiani e non volevamo deluderli. Così, visto che ero in forma e mi ero preparato per mesi, volli ritentare“. Venne così consegnato alla storia coi suoi 51,151 km. Ci sarebbero voluti nove anni per superarlo, nel 1993 Graeme Obree, l’uomo che si diceva avesse una bici fatta con i pezzi di una lavatrice, gli strappò il record con 51,596 km.

“Le manca l’agonismo?” – domanda secca, senza preamboli. Rimane in silenzio, poi riprende con voce decisa. “Assolutamente no. Ho fatto 20 anni di agonismo al limite della sopportazione, con sacrifici, rischi e tensioni portate all’estremo. Chi ha fatto agonismo sa bene che la vita successiva è una passeggiata. Oggi mi occupo della mia tenuta, delle mie cose e continuo ad amare il ciclismo, ma da certe storie, dalle polemiche rimango fuori“. Ecco spiegato, forse, perchè non lo si veda più bazzicare l’ambiente, neanche come commentatore del Giro. Il ciclismo gli è comunque rimasto nel cuore tanto che, una volta all’anno, organizza una cicloturistica per la Valle dell’Adige, con vecchie glorie dello sport, quest’anno giunta alla 23° edizione.

Poi parliamo di vino,mi spiega cosa significa per lui stare in vigna. “Ho un’idea di viticoltura tradizionale, direi quasi artigianale. La vendemmia la facciamo tutta a mano, perchè i vigneti in collina non ci permettono di utilizzare le macchine ed io mi occupo personalmente della gestione della vite. Vado sul trattore, mi occupo della potatura e di tutto quel che concerne i trattamenti. Naturalmente non sono solo, con me, oltre ai collaboratori nei campi, c’è l’enologo, mio nipote, e mia figlia che si occupa della parte amministrativa“.

Oggi produce Chardonnay, Muller Thurgau, Riesling, Lagrein, Teroldego e un Trento Doc, il 51,151, che testimonia il suo record. “Gli altri hanno un nome – mi dice ironico – noi abbiamo un numero!”. Per la recensione dei suoi vini leggi cookandthecity, il blog di Sara Melocchi.

Ultima domanda, quella che, intuisco di sbagliare clamorosamente, secondo la sua concezione. “Ci consigli qualche abbinamento tra i suoi vini e le pietanze trentine”. Risposta: “Mah, non sono per l’idea degli abbinamenti, ognuno ha un proprio gusto e lo deve seguire. Mica devo dire io alla gente cosa mangiare. Di solito si dice che col bianco ci va il pesce, coi rossi le carni, mentre lo spumante può fare da aperitivo. Oramai c’è anche chi beve il rosso col pesce per seguire certe mode, liberissimo per carità. L’unica cosa che conta davvero, per me, è che il vino sia buono, poi per il resto che ognuno segua il proprio palato“. E allora, de gustibus!

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17 maggio 2011

Jerry Calà, non sono bello…piaccio!

Jerry Calà, non sono bello…piaccio!

Ammettiamolo, senza abbassare la voce, quelli della mia generazione, hanno amato Jerry Calà.

 

Ammettiamolo, senza abbassare la voce, quelli della mia generazione, gli ultra-trentenni intendo, hanno amato Jerry Calà e continuano a trovarlo simpatico. Sarà che ci ricorda l’infanzia, sarà che certe battute sono diventate dei tormentoni…sarà, come sarà ma Jerry Calà, parafrasando una sua nota battuta, non è bello, ma… piace.

L’ho intervistato un paio d’anni fa e devo dire che non è cambiato affatto, la verve da ragazzino non è proprio passata! Aveva un’influenza di quelle che ti fa stare a letto mezzo distrutto eppure, nonostante questo era un continuo fiorire di battute, gag, alcune magari già sentite, ma molto divertenti. L’idea che mi sono fatta è che sia un uomo sereno, felice di certe scelte ed innamorato del figlio. E sì perchè Jerry Calà ha “messo la testa a posto”, si è sposato e ha un bimbo piccolo che, a sentir lui, ha un talento vero per lo spettacolo.

Prima della fatidica ora, avevo pensato a lungo sul cosa chiedergli ed una domanda mi frullava nel cervello. Sì certo, ma come fargliela? Credo che sia la domanda che chiunque gli farebbe, se avesse la possibilità di parlargli anche solo per un attimo col suo mito dell’infanzia.

Perchè sul grande e piccolo schermo non la si vede più da moltissimi anni? Era questa la mia domanda… In realtà Jerry Calà continua a lavorare alla Capannina di Forte dei Marmi, a fare spettacoli in giro per l’Italia, ma in tv e cinema non lo si vede da un pezzo. Quando l’ho intervistato mi aveva parlato di un progetto per rifare “Operazione vacanze“, il telefilm anni Ottanta con Gegia e Sabrina Salerno e stava lavorando come regista a Pipì Room, un film sui giovani e lo sballo del sabato sera, “visto” dalla prospettiva di un gabinetto. Leggete quì.

Jerry Calà continua ad esibirsi e fa il regista ma, mi chiedevo prima dell’intervista, cosa l’avesse spinto a non fare più certi film che gli avrebbero assicurato quella notorietà che altri, come Greggio, Boldi e De Sica, hanno ancora. Sarò una nostalgica ma ammetto che mi piacerebbe rivederlo in un film o telefilm stile anni Ottanta. E voi?

Vi lascio uno stralcio dell’intervista tratta da InEuropa del 14 dicembre 2009. Ecco cosa mi ha risposto.

Venendo al presente oggi siamo arrivati al ventiseiesimo cinepanettone in prossima uscita, eppure lei fu proprio uno dei protagonisti del primo “Vacanze di Natale”. Perché smise con quel filone?  Mah, all’epoca fu una mia scelta. Ero appena uscito da un gruppo, quello dei “Gatti”, per entrare in un altro assieme a Greggio, Boldi, De Sica e la cosa mi stava stretta. Sono sempre stato un po’ insofferente alle collaborazioni troppo chiuse ed avevo voglia di continuare la carriera da protagonista. Poi mi sembrava che i film di Natale si assomigliassero tutti ed avevo voglia di provare altre strade.
Per questo, dalla metà degli anni Novanta l’abbiamo vista sempre meno sul grande schermo?
Mah, sì forse per questo. Forse fu un errore all’epoca, forse non credetti abbastanza in quel prodotto, al fatto che sarebbe durato tanto. Sa, di errori nella vita se ne fanno tanti, anche se devo dire di aver sempre continuato a lavorare, sia in teatro che in giro per l’Italia con le mie serate. E poi se non avessi fatto certe scelte non avrei potuto fare altre esperienze, come il regista che amo e che mi dà grandi soddisfazioni. (tratto da InEuropa del 14 dicembre 2009)
Per approfondire leggi In Europa del 14 dicembre 2009 – Jerry Calà
6 maggio 2011

Sandro Pertini, gli aneddoti sul presidente che segnò profondamente la prima Repubblica

Sandro Pertini, gli aneddoti sul presidente che segnò profondamente la prima Repubblica

Dire che Sandro Pertini fu il presidente più amato è poca cosa, per un uomo che come lui segnò così fortemente un periodo storico.

“Coerenza è comportarsi come si è e non come si è deciso di essere.”

                                       Sandro Pertini

 

Dire che Sandro Pertini fu il presidente più amato dagli italiani è poca cosa, per un uomo che, come lui, segnò così fortemente un periodo storico. 

Meno di due anni fa mi capitò di occuparmi della sua figura istituzionale per un approfondimento sugli anni Ottanta e rimasi sbigottita da quanti aneddoti trovai sul suo conto.

Driin, squilla il telefono. Immaginatevi di essere un bambino di otto anni e di ricevere una chiamata dal presidente della Repubblica che vi ringrazia per la bella letterina che gli avete scritto. Pertini era così: vicino ai cittadini, ai più deboli, ai bambini. C’è da rimanerne segnati per tutta la vita, non vi pare? Avere otto anni e credere che le Istituzioni vi rispondano personalmente, vuol dire credere in uno Stato che non esiste, per lo meno in Italia. Eppure io sarei voluta essere quel bambino.

E che dire della sua Liguria, del suo amore per Genova, della sua trattoria preferita, il Ristorante alle Mura delle Grazie, sempre lo stesso da decenni? Si sedeva al solito tavolo, il presidente Pertini, amava chiaccherare con Rina la cuoca del locale, quasi un’amica dopo tanti anni, mangiare i piatti di pesce, tornare lì quando gli impegni di Stato glielo consentivano.

Noi tutti ricordiamo Pertini ai Mondiali dell’82, la sua esultanza sugli spalti, quella frase urlata come solo un tifoso può fare ”Ormai non ci prendono più!”. E come dimenticare il ritorno di tutta la squadra sull’aereo presidenziale, quella partita a scopa col grande Enzo Bearzot, la Coppa del Mondo lì accanto. Qui trovi la mia intervista sui Mondiali a Bergomi.

Tutti questi aneddoti ci dicono perchè Pertini fu tanto amato. Era un uomo del popolo, una persona fuori dalle logiche di potere, semplice, schietto che anche con gli avversari di partito aveva mantenuto onestà e lealtà. 

Ma più di tutti vorrei raccontarvi questo aneddoto poco noto, che ci dà la portata della sua grandezza di uomo e di politico. E’ tratta dall’intervista uscita su InEuropa del 14 dicembre 2009 rilasciatami dall’on. Cerofolini amico di Pertini e compagno di partito.

“Negli anni delle contestazioni e del terrorismo, Pertini fu oratore ufficiale ad una grande manifestazione popolare a Padova. Alcune frange di contestatori estraparlamentari fischiarono alcuni passi del suo discorso e una parte della Piazza reagì mostrando di voler passare allo scontro. Pertini subito di slancio : ” Fermi tutti! ” E con tutta la sua robusta voce:” Libero fischio in libera piazza!”.

Un gesto che scongiurò gli scontri di piazza, che ci dà la portata di cosa fossero per lui  “democrazia” e ”diritto d’espressione”, princìpi fondamentali che come partigiano e presidente difese per tutta la vita. 

Per approfondire leggi: tratto da InEuropa del 14 dicembre 2009 Pertini