9 gennaio 2013

Mamma in forma: si può, si deve

mamma in forma

Bastano poche, semplici regole…

Una volta si diceva: “Sono incinta, devo mangiare per due”. Niente di più sbagliato per la propria salute e per quei chili di troppo che diventano macigni nel post partum. Ma quali sono le regole per arrivare in forma al parto? “E’ meglio non fidarsi della bilancia e imparare a valutare la propria composizione corporea”, suggerisce Rossella Pruneti, atleta e scrittrice dell’ebook “Mamma in forma”, edito da Bruno Editore.

Meglio guardare ai centimetri, che ai chilogrammi. ”Occorre parlare col ginecologo e valutare con lui se prendere un integratore di acido folico che permetta di migliorare qualitativamente la propria alimentazione e il proprio allenamento. - spiega - Se  lo stato di salute della donna permette dell’attività fisica, occorre tuttavia stare molto attente a quale sport praticare. In generale le attività controindicate in gravidanza sono quelle che richiedono sforzi bruschi, rischio di cadute e contrazioni addominali”. Al bando quindi bungee jumping, ciclismo, equitazione, ginnastica aerobica ad alto impatto, interval training, mountain bike, pattinaggio sul ghiaccio, pallavolo, pallacanestro, rampicata su roccia, sci, skydiving, snow board, tennis, immersioni e tuffi.

E dopo il parto, com’è possbile rimettersi in forma?Moltissime donne che hanno avuto dei figli fanno del terrorismo, sostenendo che dopo il parto sia pressoché impossibile tornare in forma. – spiega l’esperta - Niente di più sbagliato. Serve del tempo, forse meno di quanto si pensi, per saper dosare sapientemente alimentazione, allenamento e umore. Subito dopo il parto, è opportuno riprendere l’attività fisica lentamente, rispettando il corpo e i suoi limiti”.

E per le più dubbiose, sappiate che la metà del peso preso in gravidanza è già perso col parto, mentre dopo 4 mesi rimane la massa grassa, i fluidi e i tessuti magri connessi all’allattamento (in ragione di un 60-75%). Ancora una volta, dunque, la bilancia non fornisce informazioni utili e può diventare una fonte di frustrazione.

10 agosto 2012

Roma, Olimpiadi 1960

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… le ultime Olimpiadi italiane

Furono le Olimpiadi che portarono Roma alla ribalta mondiale, le prime che gettarono le basi verso lo sport moderno, le ultime, a dire di molti protagonisti, nelle quali si respirò il vero spirito sportivo di De Coubertin. La Rai trasmise in tutta Europa oltre 100 ore di immagini che immortalarono i grandi sportivi di allora: la vittoria dell’etiope Abebe Bikila che corse la maratona senza scarpe; l’Oro nei mediomassimi di Cassius Clay che appena diciottenne si impose per velocità e potenza; lo strapotere dell’americana Wilma Rudolph che vinse tutto, i 100, i 200 e la staffetta; il miracolo di Livio Berruti che eguagliò il record del mondo nei 200; i tre Ori nel pugilato con Nino Benvenuti nei welter, Francesco Musso nei piuma e Franco De Piccoli nei massimi. Fu anche l’Olimpiade dell’URSS nella ginnastica femminile con 15 medaglie su un massimo di 16 possibile e dell’Italia nel ciclismo con 5 Ori sui 6 disponibili.

XVII Olimpiade:

  • 5393 atleti iscritti
  • 84 Nazioni partecipanti
  • 150 competizioni
  • 17 sport

Cerimonia d’apertura:
25 agosto 1960

Cerimonia di chiusura:
11 settembre 1960

  • URSS: 43 medaglie d’Oro, 29 Argento, 31 Bronzo, tot. 103
  • USA: 34 medaglie d’Oro, 21 Argento, 16 Bronzo, tot. 71
  • ITALIA: 13 medaglie d’Oro, 10 Argento, 13 Bronzo, tot. 36

I vincitori italiani

Oro:

Livio Berruti (Atletica leggera – 200 metri piani) Sante Gaiardoni (Ciclismo – Inseguimento su pista individuale) Giuseppe Beghetto, Sergio Bianchetto (Ciclismo – Tandem) Sante Gaiardoni (Ciclismo – 1 Km. cronometro da fermo) Luigi Arienti, Franco Testa, Mario Vallotto, Marino Vigna (Ciclismo – 4 Km. inseguimento su pista a squadre) Antonio Bailetti, Ottavio Cogliati, Giacomo Fornoni, Livio Trapè (Ciclismo – 100 Km. cronometro su strada a squadre) Raimondo D’Inzeo (Equitazione – G.P. Nazioni individuale) Amedeo Ambron, Danio Bardi, Giuseppe D’Altrui, Salvatore Gionta, Giancarlo Guerrini, Franco Lavoratori, Gianni Lonzi, Luigi Mannelli (pallanuotista), Rosario Parmegiani, Eraldo Pizzo, Dante Rossi, Brunello Spinelli (Pallanuoto maschile) Francesco Musso (Pugilato – Categoria pesi piuma) Nino Benvenuti (Pugilato – Categoria pesi welter) Francesco De Piccoli (Pugilato – Categoria pesi massimi) Giuseppe Delfino (Scherma – Spada individuale) Giuseppe Delfino, Edoardo Mangiarotti, Fiorenzo Marini, Carlo Pavesi, Alberto Pellegrino, Gian Luigi Saccaro (Scherma – Spada a squadre).

Argento:

Aldo Dezi, Francesco La Macchia (Canoa-Kayak – C2 1.000 metri) Tullio Baraglia, Renato Bosatta, Giancarlo Crosta, Giuseppe Galante (Canottaggio – quattro senza) Livio Trapè (Ciclismo – corsa su strada individuale) Giovanni Carminucci (Ginnastica – parallele) Primo Zamparini (Pugilato – gallo) Sandro Lopopolo (Pugilato – leggeri) Carmelo Bossi (Pugilato – welter pesanti) Aldo Aureggi, Luigi Carpaneda, Mario Curletto, Edoardo Mangiarotti, Alberto Pellegrino (Scherma – fioretto a squadre) Piero D’Inzeo (Sport equestri – gran premio nazioni individuale) Galliano Rossini (Tiro al volo – piattello).

Bronzo:
Giuseppina Leone (Atletica – 100 metri donne) Abdon Pamich (Atletica – marcia 50 Km) Fulvio Balatti, Romano Sgheiz, Ivo Stefanoni (tim.), Franco Trincavelli, Giovanni Zucchi (Canottaggio – quattro con) Valentino Gasparella (Ciclismo – velocità) Franco Menichelli (Ginnastica – corpo libero) Giovanni Carminucci, Pasquale Carminucci, Gianfranco Marzolla, Franco Menichelli, Orlando Polmonari, Angelo Vicardi (Ginnastica – concorso generale a squadre) Giulio Saraudi
(Pugilato – medio massimi) Wladimiro Calarese (Scherma – sciabola individuale) Giampaolo Calanchini, Wladimiro Calarese, Pier Luigi Chicca, Roberto Ferrari, Mario Ravagnan (Scherma – sciabola a squadre) Irene Camber, Velleda Cesari, Bruna Colombetti, Claudia Pasini, Antonella Ragno (Scherma – fioretto a squadre donne) Sebastiano Mannironi (Sollevamento pesi – piuma) Piero D’Inzeo, Raimondo D’Inzeo, Antonio Oppes (Sport equestri – gran premio nazioni
a squadre) Antonio Ciciliano, Antonio Cosentino, Giulio De Stefano (Vela – classe Dragoni)

14 giugno 2011

Gli scandali del calcio italiano, dal 1980 a oggi. Vinceremo i prossimi Mondiali?

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Lo ammetto, il calcio non lo seguo, solo i Mondiali ma a fatica.

Lo ammetto, il calcio non lo seguo, solo i Mondiali ma a fatica. Di quelli dell’82 però conservo un ricordo tenero, pulito, forse per una questione nostalgica, per il presidente Pertini o per chissà quale altro motivo. D’altra parte gli ultimi avvenimenti sul calcioscommesse non me lo rendono certo più vicino, come sport. Leggi l’intervista a Prandelli sul Corriere dello Sport.

Da quei Mondiali dell’82 il calcio è cambiato, moltissimo “dovrebbe essere tempo e spazio, tattica e ragionamento, mentre oggi è velocità e scontro. – mi ha detto Bergomi durante un’intervista - Non a caso ci si infortuna più spesso rispetto a un tempo. Anche fuori dal campo tutt’altra storia: oggi i calciatori sono dei divi. Nell’82 eravamo degli sportivi, dei calciatori, e questo bastava“. Tra i tanti giocatori che ricordo di quel glorioso Mondiale c’è il mitico “zio” Bergomi, che debuttò in Nazionale proprio in Spagna. Anche lui piccolo, quasi un pivellino di 18 anni con quell’esordio contro il Brasile al 34′, quando Collovati fu sostituito per un infortunio. Leggi la mia intervista a Bergomi sui Mondiali ’82.

Eppure molti ricorderanno che appena due anni prima, nel 1980, il calcio era stato protagonista del primo importante scandalo di illeciti sportivi che aveva trascinato nel fango importanti squadre di serie A e B. Paolo Rossi ebbe tre anni di squalifica, Franco Cordova 1 anno e 2 mesi, Felice Colombo, presidente del Milan, fu radiato e così si potrebbe continuare. 

Così, c’è chi dice che vincere quei Mondiali significò un riscatto per i giocatori, per il calcio italiano, in patria come agli occhi del mondo.

Dopo quello scandalo ne esplose un altro, nel 1986, il secondo nella storia del calcio italiano, ribattezzato Calcioscommesse 2. Delle intercettazioni telefoniche avevano fatto scoprire degli illeciti riguardanti i campionati delle stagioni 1984-1985, 1985-1986. Nella sentenza di primo grado l’Udinese fu retrocessa in serie B, il Lazio in C1 e furono molti i calciatori ad essere radiati o squalificati. Uno scandalo che offuscò nuovamente il calcio italiano, ma che ad onor del vero non ebbe la stessa risonanza mediatica di quello del 1980. 

Arriviamo a Calciopoli 2006, proprio a ridosso dei Mondiali, altro giro, altro regalo. La vicenda è complicatissima, fatta di un primo filone di indagini, ricorsi, condanne, secondo filone di indagini, procedimenti disciplinari e condanne. La sentenza d’appello ha ridimensionato di molto quella di primo grado, ma i nomi coinvolti rimangono quelli arcinoti di Moggi, Giraudo, Della Valle, Lotito e Galliani.

Travolta da Calciopoli, l’Italia si risollevò vincendo i Mondiali di Germania.

E’ una coincidenza, certamente, ma è indubbio che la vittoria dei Mondiali servì al nostro Paese, alle società e ai calciatori, a spalare un pò di fango da uno sport che conta anche sulle entrate economiche dei tifosi, soprattutto ultras. 

Calcioscommesse 2011. Vinceremo nuovamente i Mondiali del 2014? Chi vivrà, vedrà perchè ”una coincidenza è solo una coincidenza, due coincidenze sono solo due coincidenze, tre coincindenze sono un indizio“. Così almeno pensava Sir Arthur Conan Doyle.

23 maggio 2011

Nino Benvenuti, Emile Griffith e la nobile arte

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E’ indubbio che Nino Benvenuti abbia fatto della nobile arte, una filosofia di vita che è andata ben oltre il ring.

 

E’ indubbio che Nino Benvenuti abbia fatto della nobile arte, una filosofia di vita che è andata ben oltre il ring. “Negli Stati Uniti si può morire senza un’assicurazione medica” – mi da detto con la voce rotta dalla commozione, parlando del suo amico-nemico Emile Griffith, oggi malato di Alzheimer.

Chi ha seguito la sua carriera non può non ricordare i suoi storici incontri tra i due che incoronarono Benvenuti, due su tre, vincitore del titolo Mondiale dei pesi medi. Eravamo alla fine degli anni Sessanta e, come ebbe modo di dirmi personalmente “allora l’America sembrava lontanissima anni luce dall’Italia, pochi c’erano stati, e l’idea che un bianco sfidasse un nero era impensabile. Noi pugili bianchi provavamo una certa soggezione contro i neri americani perché li consideravamo, da sempre, più forti e resistenti“. 

Benvenuti aveva lanciato una sfida fino ad allora mai tentata da un italiano: combattere contro il campione in carica, Emile Griffith, sul ring del Madison Square Garden, l’arena più famosa per la boxe mondiale.   ”Nessuno, – mi confessò Benvenuti –  nemmeno la stampa italiana che mi stimava, credeva in una mia vittoria”.

Prima di lui solo un altro europeo Marcel Cerdan era volato in America per strappare la corona mondiale, seguito da una serie di altri pugili che avevano fallito l’impresa.

Nino Benvenuti salì sul ring il 17 aprile 1967. L’incontro che lo incoronò campione delle cinture WBC e WBA, fu seguito da oltre 17 milioni di italiani  per radio. ”Ero al meglio della forma fisica, profondamente determinato, tutte le condizioni favorevoli per vincere” – ha commentato a distanza di anni.

Poi venne quel secondo incontro, quella rivincita dovuta a Griffith. “Quello fu forse l’incontro più duro di tutta la mia carriera perché al secondo round Griffith assestò un colpo che mi provocò la rottura di una costola. Non so come andai avanti, ma tenni duro fino all’ultimo round, senza l’onta di perdere per ritiro”.

Infine l’ultimo clamoroso incontro tra i due, il 4 marzo 1968, che rielesse definitivamente Benvenuti campione WBC e WBA.

Storia finita tra i due, si dirà. E invece no. Perchè a fine carriera, dopo le vittorie, le sconfitte, i matrimoni, i figli e le separazioni Nino Benvenuti ed Emile Griffith iniziarono a frequentarsi di nuovo, questa volta non più come rivali, ma come amici. “Non puoi non diventare amico di una persona con cui hai condiviso 45 round - mi disse, raccontandomi che Emile era stato anche padrino di cresima di suo figlio Giuliano.

Da sinistra Emile Griffith Gil Clancy (allenatore di Griffith, Cassius Clay, Frazier, Foreman) e Nino Benvenuti

E così veniamo a oggi, o meglio a un anno fa, quando Benvenuti organizzò una cordata di solidarietà per aiutare l’amico Emile, malato da tempo di Alzheimer. “Prima di Natale ho ricevuto la telefonata di Luis, suo figlio, che mi chiedeva aiuto. Nell’ultimo periodo le sue condizioni si sono aggravate e la pensione che riceve, solo 300 dollari al mese, non gli permette di curarsi a dovere. Negli Stati Uniti si può morire senza un’assicurazione medica. Per questo ho mobilitato uno sponsor col quale abbiamo donato 10.000 euro e l’abbiamo fatto venire in Italia, per raccogliere dei fondi che lo possano aiutare a vivere decentemente”. E’ da allora che Benvenuti sta mobilitando sponsor, Federazione e opinione pubblica per aiutare il suo amico.

Gli ultimi aggiornamenti di questa commovente storia d’amicizia e di nobiltà d’animo, vengono da un articolo di Repubblica del 3 marzo scorso, della brava Anita Madaluni. Chiunque vorrebbe un amico così, vien proprio da dire.   

Per approfondire leggi la carriera di NINO BENVENUTI, tratto da InEuropa.

23 maggio 2011

Francesco Moser, dalla bici al vino

Qualche tempo fa mi è capitato di intervistare colui che, per molti, è stato un mito degli anni Ottanta, Francesco Moser.

Foto di Daniele e Remo Mosna

Qualche tempo fa mi è capitato di intervistare colui che, per molti, è stato un mito degli anni Ottanta, Francesco Moser.

Le sue imprese sono legate alla mia infanzia e all’immagine di mio padre che, seduto accanto a me accalorato e paonazzo come pochi, tifava il grande ciclista con mia madre che, alzati gli occhi al cielo, gli diceva neanche troppo teneramente:”Ma Giorgio, è inutile che urli, tanto non ti sente!”.

Ho rintracciato Francesco Moser per un’intervista, era una calda mattina estiva, intono alle 11.30. Lui mi disse che era seduto comodamente al bar con degli amici, bevendo “un calice di quello buono“, nel centro di Gardolo di Mezzo in Trentino. Oramai da anni, da quando si è ritirato dall’agonismo nel 1987, Francesco Moser vive lì, nel Maso Villa Warth dove si è messo a produrre vino. Non si creda però che abbia seguito una tendenza che, ultimamente, va per la maggiore, nossignore. Mi riferisco al connubio tra vip e mondo del vino che vede produttori, personaggi come Ottavio Missoni, Mick Hucknall, Sting, Gad Lerner, Ron e Ornella Muti, solo per citarne alcuni. Francesco Moser, al contrario, questo lavoro l’ha sempre fatto anche quando era nel mondo del ciclismo. “La nostra famiglia ha sempre prodotto vino in provincia di Trento, esattamente a Palù dove sono nato, ed io lavoravo nei campi già da quando ero ragazzo. Iniziammo negli anni Cinquanta con mio padre che vendeva all’ingrosso, poi nel 1975 quando mio fratello smise col ciclismo cominciammo ad imbottigliare”.

Parlando di ciclismo gli chiedo quale sia stata la sua vittoria più bella e lui mi dice, senza mezzi termini, che ogni traguardo tagliato ha segnato per lui un’emozione fortissima, che non può scegliere. “Certo, certo – gli dico – ma ce ne sarà una più di altre”. Lui ci pensa un po’ su e mi dice: “Se proprio devo scegliere le dico il Giro d’Italia, perchè quella è una corsa lunga, diversa da tutte le altre. Avevo provato a lungo, per molte volte a vincerla. Quando ce la feci fu per me una vera liberazione“. Parliamo del record dell’ora, a Città del Messico, quei primi 50,808 km, migliorati quattro giorni dopo a 51,151 km: Moser si trasforma in un fiume in piena. “Il primo record lo feci durante quella che sarebbe dovuta essere una semplice prova per testare la pista. Avrei dovuto fare una ventina di chilometri e poi fermarmi, ma mi resi conto che stavo andando forte e continuai. Quattro giorni dopo decidemmo di ritentare il record solo perché stavano arrivando numerosi tifosi italiani e non volevamo deluderli. Così, visto che ero in forma e mi ero preparato per mesi, volli ritentare“. Venne così consegnato alla storia coi suoi 51,151 km. Ci sarebbero voluti nove anni per superarlo, nel 1993 Graeme Obree, l’uomo che si diceva avesse una bici fatta con i pezzi di una lavatrice, gli strappò il record con 51,596 km.

“Le manca l’agonismo?” – domanda secca, senza preamboli. Rimane in silenzio, poi riprende con voce decisa. “Assolutamente no. Ho fatto 20 anni di agonismo al limite della sopportazione, con sacrifici, rischi e tensioni portate all’estremo. Chi ha fatto agonismo sa bene che la vita successiva è una passeggiata. Oggi mi occupo della mia tenuta, delle mie cose e continuo ad amare il ciclismo, ma da certe storie, dalle polemiche rimango fuori“. Ecco spiegato, forse, perchè non lo si veda più bazzicare l’ambiente, neanche come commentatore del Giro. Il ciclismo gli è comunque rimasto nel cuore tanto che, una volta all’anno, organizza una cicloturistica per la Valle dell’Adige, con vecchie glorie dello sport, quest’anno giunta alla 23° edizione.

Poi parliamo di vino,mi spiega cosa significa per lui stare in vigna. “Ho un’idea di viticoltura tradizionale, direi quasi artigianale. La vendemmia la facciamo tutta a mano, perchè i vigneti in collina non ci permettono di utilizzare le macchine ed io mi occupo personalmente della gestione della vite. Vado sul trattore, mi occupo della potatura e di tutto quel che concerne i trattamenti. Naturalmente non sono solo, con me, oltre ai collaboratori nei campi, c’è l’enologo, mio nipote, e mia figlia che si occupa della parte amministrativa“.

Oggi produce Chardonnay, Muller Thurgau, Riesling, Lagrein, Teroldego e un Trento Doc, il 51,151, che testimonia il suo record. “Gli altri hanno un nome – mi dice ironico – noi abbiamo un numero!”. Per la recensione dei suoi vini leggi cookandthecity, il blog di Sara Melocchi.

Ultima domanda, quella che, intuisco di sbagliare clamorosamente, secondo la sua concezione. “Ci consigli qualche abbinamento tra i suoi vini e le pietanze trentine”. Risposta: “Mah, non sono per l’idea degli abbinamenti, ognuno ha un proprio gusto e lo deve seguire. Mica devo dire io alla gente cosa mangiare. Di solito si dice che col bianco ci va il pesce, coi rossi le carni, mentre lo spumante può fare da aperitivo. Oramai c’è anche chi beve il rosso col pesce per seguire certe mode, liberissimo per carità. L’unica cosa che conta davvero, per me, è che il vino sia buono, poi per il resto che ognuno segua il proprio palato“. E allora, de gustibus!

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