5 ottobre 2012

Generazione 1000 euro

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Posso, voglio, desidero…

C’è, da prima della crisi una generazione, o meglio, più generazioni trasversalmente accumunate dal prendere 1000 euro al mese, poco più o poco meno. Oggi, che non si fa altro che parlare di recessione, ci si accorge anche di loro: precari dei call center, metalmeccanici senza specializzazione, giovani che si arrabattano come possono tra cooperative e lavori part time. Eppure, chi più, chi meno, “le generazioni 1000 euro” trovano il modo di andare in vacanza, avere il telefonino e uscire con gli amici.

Vado dalla china hairdresser”, che poi sarebbe la giovane parrucchiera cinese che ha aperto un negozietto sotto casa, “per le vacanze mi arrivano delle offerte strepitose da un sito internet” che, tra le altre cose, (volendo!) fa degli sconti eccezionali anche per la protesi mobile di nonna, “per il cellulare ho accettato la portabilità del numero, così posso parlare gratis col mio fidanzato”, che tradotto vuol dire che ha semplicemente cambiato gestore, mentre “per i miei bimbi, ho chiesto a mia cugina di passarmi i vestitini dei suoi figli”, che poi era quello che faceva mia madre con me.

Necessità e desideri si fondono nell’arte di arrangiarsi, di inventarsi ogni giorno un modo nuovo per andare avanti, facendo quotidianamente gli equilibristi tra “quel che posso e quel che vorrei”. Per un week end si sceglie il treno in offerta a poche decine di euro, “tanto quella città d’arte non l’avevo mai visitata”, mentre per la pizzata del sabato sera si va tutti da “Prosciuffo”, il pizzaiolo straniero che ha sbagliato tutti i nomi delle portate italiane, “così possiamo anche riderci sopra”.

Insomma, la generazione 1000 euro, per quell’antichissima arte di “saper fare di necessità virtù”, andrebbe protetta e accudita come i panda, nonostante non sia una specie in via d’estinzione, ma ahimè, sia destinata progressivamente a crescere.

21 giugno 2012

Le streghe di Triora

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Il processo del 1587…

Sono le maligne figlie del demonio, usano incantesimi e pozioni magiche. Sono le streghe. Quanta letteratura su di loro, qualche leggende, miti e fiabe. Eppure erano donne, povere creature nate e cresciute in un mondo che le voleva arse al rogo. L’accusa di stregoneria arrivava a donne e uomini considerati “diversi”, che avevano un livello culturale talvolta alto, che sapevano preparare infusi con erbe officinali, che conoscevano i preziosi segreti dei metalli, dell’alchimia.

Chi voglia saperne di più, chi abbia il desiderio di scoprire il sottile confine tra leggenda e storia non potrà farsi sfuggire una visita a Triora, il paese delle streghe. La zona infatti è ricchissima di tradizione popolare e tuttora sono numerosi i luoghi in cui, si dice, si ritrovassero le maligne. E come sempre, anche in questo caso, la leggenda è legata ad un fatto storico realmente accaduto. Qui infatti si celebrò un processo che rimase tristemente noto. Anno Domini 1587. Triora vessava in una tragica carestia che aveva affamato la popolazione. Iniziò a girare il sospetto che il paese fosse stato colpito da un rito malefico. Furono arrestate duecento donne sospettate di essere streghe. Furono interrogate, torturate. I supplizi furono tali che, secondo la cronaca di allora, una giovane donna si lanciò da una finestra e molte altre perirono durante gli interrogatori. La crudeltà degli Inquisitori fu tale che la popolazione insorse chiedendone l’allontanamento. Il processo durò un anno. Furono condannate al rogo cinque donne e tradotte a Genova dove vennero eseguite le sentenze. Oggi per ricordare quegli omicidi è sorto il Museo Etnografico e della Stregoneria dove sono conservati i documenti del processo e dov’è possibile vedere gli strumenti di tortura utilizzati.

CURIOSITA’

Nel fortino di San Dalmazio è possibile visitare le celle in cui erano tenute le streghe.

INFORMAZIONI UTILI

Museo Etnografico e della Stregoneria – Corso Italia 1 – Tel. 0184 – 94477 – Fax 0184 – 94164 Autostrada Genova-Ventimiglia, uscita Arma di Taggia, proseguire per la statale 548 fino a Molino di Triora. Da qui si sale a Triora dopo circa 5 Km.

20 giugno 2012

Woodstock, la CIA e Jimi Hendrix

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Un’esibizione rivoluzionaria

Red Ronnie è uno degli esperti di musica più noti del panorama italiano, collezionista e cultore di quei “Favolosi anni Sessanta” che hanno fatto grande la storia del rock. Mi è capitato di parlarci, anni fa, e tra le tanti aneddoti che mi ha raccontato, uno mi è rimasto particolarmente impresso:  ”Durante Woodstock la CIA volle eliminare la generazione hippies. Ho parlato con chi  c’era, con chi ha vissuto quei tre giorni, e mi è stato confermato che la CIA mise in giro della droga tagliata male per eliminarli. Fu il tentativo di distruggere una generazione intera, considerata pericolosa, ormai fuori controllo. Non solo, sembra che fu la stessa CIA ad organizzare Woodstock, per concentrare tutti gli hippies in un luogo solo. La prova è che ancora oggi non si sa chi finanziò quei tre giorni di concerto”.

Ammetto di aver trovato  quella teoria assolutamente inverosimile, tanto da aver trattenuto a stento un sorriso malizioso. Facendo una ricerca in rete, tuttavia, i siti complottisti che spiegano analiticamente come sono andati i fatti, sono numerosi. Secondo alcuni Woodstock è riconducibile ad un esperimento estremo tentato dalla CIA nell’ambito dell’operazione Chaos, elaborata nel 1963 dal generale americano William Westmoreland sotto la nuova amministrazione Johnson che avrebbe avuto l’obiettivo di contrastare il comunismo a livello globale, e di eliminare al livello locale, le contestazioni alla guerra del Vietnam. Per approfondire vai qui.

Non saprei dire se si tratta di una leggenda metropolitana, una bufala o se abbia una certa verità storica. Che ognuno mantenga il proprio parere, a riguardo. A me basta la rivoluzionaria esibizione di Jimi Hendrix per capire l’importanza di quel concerto.

L’inno americano suonato senza testo, storpiato volutamente da quei sibili acuti che richiamano gli aerei e le bombe cadute sul Vietnam, fu un dissacrante attacco al potere americano e un richiamo pacifista contro la guerra.

19 giugno 2012

La ghigliottina del Santuario di Caravaggio

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Che la ghigliottina sia nata in provincia di Bergamo?

Ma cosa ci fa a Caravaggio una ghigliottina che anticipa, di tre secoli, quella ideata da Joseph-Ignace Guillotin? Ebbene pare che si tratti di una lontana antenata di quella che avrebbe fatto cadere tante teste durante la Rivoluzione Francese. Sì, va bene, ma cosa ci fa nel Santuario di Caravaggio? Ci troviamo in provincia di Bergamo, nel paese che diede i natali a Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio appunto. Qui una fanciulla, Giannetta, invocando la Madonna perché la salvasse da un marito violento, ebbe un’apparizione mariana. Maria comparve di fronte ai suoi occhi e miracolosamente si aprì una sacra fonte taumaturgica. Filippo Maria Visconti, ascoltata la storia della giovinetta, ne fu talmente colpito da voler fare erigere un Santuario a memore ricordo della misteriosa apparizione. Il culto della Madonna di Caravaggio è quindi ricco di mistero e legato a fatti miracolosi. Uno di questo è proprio quello di un brigante ed una ghigliottina.

Narra la leggenda che nel 1529 un ladro venisse catturato, processato e condannato a morte. L’uomo si ravvide per i peccati commessi, pregò la Madonna e le chiese la grazia. L’esecuzione fu fissata per il 26 maggio, anniversario
dell’apparizione. Il condannato fu portato al patibolo, ma…la ghigliottina si inceppò. Si gridò al miracolo e gli fu resa salva la vita. Oggi è possibile vedere quella ghigliottina nei sotterranei del Santuario.

CURIOSITA’

Non è certo che Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, abbia trovato i suoi natali proprio nel paese bergamasco. Manca un documento ufficiale sul luogo di nascita del pittore. I dati certi ci dicono che il padre si trovava a Caravaggio nell’anno in cui nacque il figlio. Altre teorie lo vorrebbero nato a Milano come i fratelli Fermo e Lucia.

INFORMAZIONI UTILI

Santuario Santa Maria del Fonte Viale Papa Giovanni XXIII – 24043 Caravaggio (Bergamo) Tel. +39 0363 3571 Fax +39 0363 357203

12 giugno 2012

Il fantasma del castello di Trezzo sull’Adda

Associazione culturale CROP - www.croponline.org torre del castello

Bernabò Visconti, sanguinario Signore di Milano

Associazione culturale CROP – www.croponline.org trezzofantasma

Sullo sfondo, appena dietro la centrale idroelettrica, si staglia la torre di quello che un tempo fu una roccaforte dei Visconti. Nelle segrete ancora visitabili del castello vi trovò la morte il crudele Bernabò Visconti, avvelenato dal nipote Gian Galeazzo: Anno Domini 1385. Una zuppa di fagioli, servita nella cella del castello, gli fu fatale. La crudeltà di Bernabò era ben risaputa nella zona. Non ultimo l’omicidio di una delle sue figlie Bernarda Visconti, murata viva a Porta Nuova, colpevole di aver tradito un marito impostole dal padre, Giovanni Suardo, con un giovane cortigiano, Antoniolo Zotto. Questa, appena accennata, la vita di Bernabò Visconti che passò alla storia come un Signore crudele e sanguinario. E proprio questa sua triste fama, che l’accompagna ancora oggi, fa immaginare che il fantasma apparso nel 2004 al castello di Trezzo possa essere il suo. La “presenza” fu fotografata dal Crop Circle di Milano, un gruppo di esperti ed appassionati ricercatori di fenomeni “paranormali”, durante una visita al maniero. L’8 settembre 2004 furono scattate diverse fotografie, una delle quali in fase di sviluppo, rivelò qualcosa di  incomprensibile. La pellicola aveva impressa un’immagine antropomorfa. Una sagoma, forse di un uomo d’armi, forse di un nobile. Il gruppo sottopose l’immagine all’analisi del Centro di Investigazione Occulta che sembrò testimoniare la non manipolazione della foto e che trovò delle analogie fisiognomiche con la statua di Bernabò conservata nei Musei del Castello Sforzesco di Milano. Che ognuno tragga le proprie conclusioni. Certo è che scendere nei sotterranei del castello, e chi scrive può testimoniarlo, è un’esperienza ricca di arcano e inquietante fascino.

LE LEGGENDE SULLA FIGURA DI BERNABO’

Secondo le narrazioni, che nei secoli hanno descritto la figura di Bernabò, il sanguinario Signore di Milano sembra fosse solito gettare i corpi agonizzanti dei nemici e delle giovani fanciulle, con cui giaceva per una sola notte, nei pozzi delle segrete del castello. Ancora oggi sono visibili delle chiazze rosse sulle pareti, sangue rattrappito delle sue vittime. In realtà si tratterebbe di muschi rossastri che ben si sposano con le leggende del castello. Altra storia tristemente nota è quella della “stanza della goccia”. Le prigioni infatti sono allo stesso livello dell’Adda, quindi è facile immaginare l’alto tasso di umidità dei sotterranei. Ebbene secondo la leggenda i prigionieri che non volevano collaborare subivano questa atroce tortura: venivano legati sotto la goccia che lentamente, giorno dopo giorno, scavava loro un buco nel cranio. Viste le condizioni di vita, però, è più facile pensare che i malcapitati morissero molto prima.

INFORMAZIONI UTILI

Castello Visconteo di Trezzo sull’Adda, Autostrada A4 Milano-Venezia – uscita Trezzo. Per la visita al castello: Proloco TrezzoVia C. Biffi, 4 – 20056 Trezzo sull’Adda – MI Tel/Fax 029092569 – La proloco è aperta da martedì a sabato – dalle ore 9 alle ore 12 info@prolocotrezzo.com. Vengono organizzate anche visite notturne.

8 giugno 2012

Miniera, quando le lettere diventano storia

miniera

Un tesoro ritrovato…

Questa è la storia di un tesoro ritrovato, fatto di lettere vergate intingendo il pennino nel calamaio, che rievocano un mondo che non c’è più, scomparso per sempre sulle tastiere dei computer. Rosalba Mariani racconta, attraverso il carteggio della sua famiglia, quasi un secolo di storia, dal 1909 al 1997, sul cui sfondo appare l’andirivieni quotidiano di un paesino sardo dai tratti quasi fiabeschi, Montevecchio, con la sua miniera di piombo argentifero. Ed è proprio attraverso le lettere che Rosalba eredita alla morte della sorella Silvia, che scopriamo tutto sulla miniera e sui suoi personaggi incredibili. Donne coraggiose, grandi amori, briganti, viaggi durante la seconda guerra mondiale, il boom economico, giungendo lettera, dopo lettera sino ai giorni nostri, riscoprendo con nostalgia quanto sia affascinante e poetica una lettera scritta a mano.

MINIERA
di Rosalba Mariani
De Carlo Delfino Editore, 188 pag.

23 settembre 2011

Consonno, storia del paese che non c’è

Il minareto. Immagine tratta da www.consonno.it

Il Paese dei Balocchi che si trasformò in paese fantasma…

Il minareto. Immagine tratta da www.consonno.it

 

 

“Talvolta la realtà supera di gran lunga la fantasia, è proprio il caso di dirlo. Questa è la storia di un paese fantasma, non di quelli da racconti del brivido, anche se il folklore popolare potrebbe tesserne facilmente la trama trasformandola in leggenda o fiaba macabra. Questa è la storia di un posto insolito, curioso, forse un po’ inquietante, ma del tutto vero. Questa è la storia di Consonno, frazione di Olginate in provincia di Lecco, che fu “Paese dei balocchi” e che, in un battito di ciglia, si trasformò in paese fantasma”.

Tratto da InEuropa del 10 agosto 2009

 

Per gentile concessione. Immagine tratta da www.consonno.it

Con questo incipit, un paio d’anni fa, iniziavo un articolo su Consonno, frazione di Olginate in provincia di Lecco, che  negli anni Sessanta fu oggetto di sconsiderate speculazioni edilizie che ne trasformarono irrimediabilmente il volto. Oggi quel che resta è  lasciato in balìa del tempo, dei vandali e del degrado, con progetti di riqualificazione che non sembrano dover mai partire.     

Consonno era, e non è più.

Consonno era  un delizioso borgo medievale, buttato giù dalla stupidità umana a suon di denaro, gru, escavatori e bulldozer. Al suo posto nacque un luogo di divertimenti che qualcuno chiamò il ”Paese dei Balocchi”, fatto di casinò, ristoranti, hotel, nani e ballerine (si direbbe oggi).

La nuova struttura, secondo il Conte Bagno, artefice di questo “illuminato” progetto, avrebbe dato centinaia di posti di lavoro e un impulso economico dirompente a tutta la zona.

Lo chiamavano il Paese dei Balocchi, Consonno

Mai nome fu più adatto a descrivere il vacuo progetto di ricchezza del Conte Bagno, mai immagine fiabesca fu più profetica nel descrivere quello che sarebbe successo.

A nulla erano servite le proteste della popolazione, nè le accuse di  danno paesaggistico-ambientale, nè le prove di rischio idrogeologico per fermare la nascita del Paese dei Balocchi. Il borgo fu buttato giù. 

Il minareto. Immagine tratta da www.consonno.it

Così come nella fiaba di Collodi i fanciulli si svegliarono asini dopo cinque mesi di follie, anche Consonno si svegliò trasformata dopo che una frana la isolò per sempre. Non più  feste, balli e bel mondo. L’età dell’oro, del paese della Cuccagna, era ormai tristemente finita e la natura si era ripresa quello che l’uomo le aveva tolto.  

Consonno era là allora, come lo è adesso. Il borgo, quello piccolo, bello e poetico, non c’è più. Al suo posto possiamo vedere gli scheletri di quell’onniponte senso di grandezza che, da sempre, alimenta la presunzione dell’uomo.

Quella presunzione che la natura non gli perdona.      

 

Per approfondire leggi la mia inchiesta su Consonno. Vai anche qui, per vedere il degrado di Consonno oggi.

6 maggio 2011

Sandro Pertini, gli aneddoti sul presidente che segnò profondamente la prima Repubblica

Sandro Pertini, gli aneddoti sul presidente che segnò profondamente la prima Repubblica

Dire che Sandro Pertini fu il presidente più amato è poca cosa, per un uomo che come lui segnò così fortemente un periodo storico.

“Coerenza è comportarsi come si è e non come si è deciso di essere.”

                                       Sandro Pertini

 

Dire che Sandro Pertini fu il presidente più amato dagli italiani è poca cosa, per un uomo che, come lui, segnò così fortemente un periodo storico. 

Meno di due anni fa mi capitò di occuparmi della sua figura istituzionale per un approfondimento sugli anni Ottanta e rimasi sbigottita da quanti aneddoti trovai sul suo conto.

Driin, squilla il telefono. Immaginatevi di essere un bambino di otto anni e di ricevere una chiamata dal presidente della Repubblica che vi ringrazia per la bella letterina che gli avete scritto. Pertini era così: vicino ai cittadini, ai più deboli, ai bambini. C’è da rimanerne segnati per tutta la vita, non vi pare? Avere otto anni e credere che le Istituzioni vi rispondano personalmente, vuol dire credere in uno Stato che non esiste, per lo meno in Italia. Eppure io sarei voluta essere quel bambino.

E che dire della sua Liguria, del suo amore per Genova, della sua trattoria preferita, il Ristorante alle Mura delle Grazie, sempre lo stesso da decenni? Si sedeva al solito tavolo, il presidente Pertini, amava chiaccherare con Rina la cuoca del locale, quasi un’amica dopo tanti anni, mangiare i piatti di pesce, tornare lì quando gli impegni di Stato glielo consentivano.

Noi tutti ricordiamo Pertini ai Mondiali dell’82, la sua esultanza sugli spalti, quella frase urlata come solo un tifoso può fare ”Ormai non ci prendono più!”. E come dimenticare il ritorno di tutta la squadra sull’aereo presidenziale, quella partita a scopa col grande Enzo Bearzot, la Coppa del Mondo lì accanto. Qui trovi la mia intervista sui Mondiali a Bergomi.

Tutti questi aneddoti ci dicono perchè Pertini fu tanto amato. Era un uomo del popolo, una persona fuori dalle logiche di potere, semplice, schietto che anche con gli avversari di partito aveva mantenuto onestà e lealtà. 

Ma più di tutti vorrei raccontarvi questo aneddoto poco noto, che ci dà la portata della sua grandezza di uomo e di politico. E’ tratta dall’intervista uscita su InEuropa del 14 dicembre 2009 rilasciatami dall’on. Cerofolini amico di Pertini e compagno di partito.

“Negli anni delle contestazioni e del terrorismo, Pertini fu oratore ufficiale ad una grande manifestazione popolare a Padova. Alcune frange di contestatori estraparlamentari fischiarono alcuni passi del suo discorso e una parte della Piazza reagì mostrando di voler passare allo scontro. Pertini subito di slancio : ” Fermi tutti! ” E con tutta la sua robusta voce:” Libero fischio in libera piazza!”.

Un gesto che scongiurò gli scontri di piazza, che ci dà la portata di cosa fossero per lui  “democrazia” e ”diritto d’espressione”, princìpi fondamentali che come partigiano e presidente difese per tutta la vita. 

Per approfondire leggi: tratto da InEuropa del 14 dicembre 2009 Pertini