13 novembre 2013

A spasso per la Liguria, vini e abbinamenti tipici

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Il mare d’inverno? Perchè no!

Il mare d’inverno è un concetto che la mente non considera”, cantava la Bertè negli anni Ottanta. Sarà, ma l’idea di stare su una spiaggia, avvolta da una coperta che ripara dal vento, non mi dispiace affatto, soprattutto se penso di essere, su quella spiaggia, finalmente sola. Nessuna calca, nessun corpo flaccido e madido da cui scappare, nessuna bolgia dantesca. Solo io, il mio plaid ed un buon libro. Ovviamente nelle mie fantasie, oltre a tutto questo, immagino di avere come degno compagno (no, nessun Richard Gere, mi basta il mio…) una buona bottiglia di vino da sorseggiare in santa pace… cosa volere di più? Così, fantasticando tra un ricordo ed un altro, ho pensato alla Liguria ed ai suoi vini.

La viticoltura ligure si è meritata, negli anni, l’appellativo di eroica a causa degli impervi terrazzamenti che, proprio a strapiombo sul mare, hanno obbligato l’uomo a coltivare la vite in situazioni estreme. Un fazzoletto di 5000 ettari vitati in un territorio per il 65% montuoso, collinare per il restante 35%, con una produzione annua di 170 ettolitri di vino, a stragrande maggioranza bianco. E’ come se i liguri avessero strappato a forza, nei secoli, lo spazio per coltivare la vite, come se l’avessero conquistato dopo lotte interminabili con la natura. Tenaci i liguri, non c’è che dire. La sfida è stata vinta ed oggi, dopo un periodo di abbandono delle viticoltura, per fortuna se ne sono rimpadroniti. La differenza che balza subito agli occhi, nella lunga striscia ligure tra Ponente e Levante, è che nella prima parte troviamo vitigni prodotti in purezza, diretta influenza piemontese, mentre nella seconda uvaggi che derivano dalla vicina Toscana. Una Doc, Golfo del Tigullio, denominazione della provincia di Genova, fa un po’ da spartiacque tra le due tendenze, con vini prodotti ancora in purezza, come la Bianchetta Genovese o il Vermentino, ed assemblaggi di vitigni, come nella denominazione “Bianco”.

Ed allora vediamo assieme qualche vino ligure.

C’è il Rossese di Dolceacqua Doc prodotto dall’antichissimo vitigno autoctono Rossese, pare, conosciuto sin dai Greci. Il colore è rubino, con l’affinamento può virare sul granato, mentre i profumi sono tendenzialmente floreali e fruttati. Nella zona si mangia con una tipica preparazione, la Capra coi fagioli. Bisogna spendere due parole su questi prelibati cannellini bianchi di Badalucco, Conio e Pigna. La produzione è scarsissima tanto che Slow Food, per scongiurarne la scomparsa e il rischio di contraffazione, ha fondato un suo presidio. Guardate qui.

Ormeasco di Pornassio Doc, altro non è che un dolcetto, antico parente di quello piemontese che viene prodotto nella provincia di Imperia. Il colore è rosso rubino con aromi floreali e fruttati, in bocca lievemente tannico con una certa freschezza. L’abbinamento tipico è con il Coniglio, mentre la versione Superiore si sposa bene con il Cinghiale. C’è anche una versione rosata, lo Sciac-trà (da non confondersi con lo Sciacchetrà… tipica domanda ai test da sommelier di primo livello…) che non ho mai assaggiato. Anzi, se qualcuno lo conosce e vuole dirmi come lo trova, son qui!

Riviera di Ponente Pigato Doc, è un bianco autoctono che apprezzo molto, diffuso principalmente nelle provincie di Imperia e Savona. Il colore è un bel paglierino, i profumi sono floreali e fruttati, con note vegetali che ricordano la salvia e buona persistenza aromatica, tutte caratteristiche che lo fanno degno compagno per una delle preparazioni più classiche della Liguria, le Trenette o le Trofie al pesto.

Riviera di Ponente Vermentino Doc i profumi meno intensi rispetto al Pigato, con buona freschezza e sapidità, accompagna tutte le preparazioni a base di pesce e molluschi, per esempio io ci vedrei bene i Calamaretti in umido alla genovese.

Golfo del Tigullio Bianchetta Genovese Doc questo vino bianco con buona freschezza si abbina tipicamente con la famosa Focaccia di Recco.

Cinque Terre Doc nasce dall’assemblaggio di Bosco, Albarola e/o Vermentino. Il colore è un giallo paglierino scarico con riflessi verdolini, i profumi sono delicati con giusta freschezza e sapidità che ben si sposano con la Farinata di ceci.

Cinque Terre Sciacchetrà Doc. E’ forse il vino più noto di tutta la regione, un passito da sempre fiore all’occhiello della viticoltura ligure. Le uve sono le stesse del bianco secco e l’appassimento è effettuato su graticci, per tre mesi. Il colore è dorato, tendente all’ambrato, con profumi intensi e persistenti di ananas, albicocca e frutta secca, come la mandorla. Se il suo affinamento è lungo si possono avvertire sentori ancora più evoluti, come il miele di castagno o le prugne secche (avete presente le Sunsuit?). Al palato ha una buona struttura e sapidità che l’accompagna perfettamente col Pandolce genovese.

Colli di Luni Rosso Doc, è una denominazione interregionale che la Liguria condivide con la Toscana. L’influenza la si nota tutta, infatti questo vino è fatto con Sangiovese, Canaiolo e/o Ciliegiolo (vitigni delle più importanti Docg toscane). Classicamente si abbina al Galletto in casseruola coi carciofi.

1 ottobre 2013

Un verre de vin a Montpellier

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Piazze, vini e piatti tipici…

Se passate per il sud della Francia, nella vasta regione della Languedoc-Roussillon,  una serata a Montpellier è assolutamente d’obbligo. Se ci arrivate per caso, senza una guida turistica sottobraccio, vi balzerà subito agli occhi una cosa: Montpellier è brulicante di giovani, viva, piena di locali, ma non chiassosa. La città ospita una tra le più antiche università di tutta la Francia, con una facoltà di medicina molto importante.

Sedervi per un aperitivo veloce, in uno dei locali in place de la Comédie o seguendo rue de la Loge, non sarà difficile. Iniziate da un bianco da vitigni autoctoni, basta con i soliti Chardonnay e i Sauvignon Blanc, per quelli “giusti” occorre andare in altre regioni della Francia (anche se ad onor del vero, dove li metti, li metti, vengon su ovunque nel mondo). Provate un vin blanc nella denominazione Coteaux de Languedoc, di norma prodotto con Rolle, Grenache blanc, Marsane, Roussane e Viognier, vitigni locali che vengono coltivati ad alberello, proprio come i rossi della regione, a causa dei sette venti che soffiano durante tutto l’anno. Il vino in questione è delicatamente profumato, con una buona sapidità e freschezza, abbinabile al pesce e ai coquillages.

Fate un giretto per la città, idealmente divisa a nord da bei ristoranti e a sud da locali per studenti. Le giovani francesi vanno in giro, a seconda dello stile personale, con calzoncini o mini striminzite, ballerine o tacchi vertiginosi, ma tutte rigorosamente con le calze nere ultra coprenti da cinquanta denari. Tutte, nessuna esclusa. Sarà per il vento, immagino, non mi sono data un’altra spiegazione. Scelto il ristorante, il primo ostacolo che dovrete superare a Montpellier è la lingua: nessuno parla inglese (o più facilmente fanno finta di non capirlo). Il francese tipo vi guarda con l’occhio pendulo e inizia a parlare nella sua lingua e chi s’è visto, s’è visto.

Rispolverato il mio francese scolastico, sotto una coltre di anni e di vins au verre, nelle tre sere che siamo stati a Montpellier abbiamo preso, “la cuisse de canard laquée au miel et gingembre doux” (coscia d’anatra), “le magret de canard à la mangue et aux raisins de Corinthe” (filetto d’anatra) e il Confit (ali e cosce d’anatra cotte nella terracotta). Insomma, un menu “vario”! Ironia a parte, è proprio difficile dire di no all’anatra, perché tutti i ristoranti ve la propongono in mille modi diversi. Per cambiare un po’ buttatevi sul pesce.

Come vino non perdetevi una meraviglia perfetta con l’anatra (tanto per cambiare): il Pic Saint Loup, l’Aoc più settentrionale della  Languedoc, fatto in prevalenza di Grenache noir, con l’aggiunta di Carignan, Syrah e Cinsault, tra i vitigni più importanti della regione. Una curiosità: il Grenache noir altro non è che un clone del nostro Cannonau, arrivato dalla Spagna col nome di Garnaccia, storia che condivide col  Carignan che in Sardegna è stato chiamato Carignano.  Il Pic Saint Loup è un vino potente, dal colore rosso rubino penetrante, profumi di fiori appassiti e di cassis, con tannini addomesticati ed un retrogusto amaricante di caffè, che si abbina perfettamente a tutte le carni importanti.

Per un giretto digestivo arrivate sino a rue Sain Paul per ammirare, oltre all’omonima chiesa, anche un albero che con la sua inclinazione a 45°, sfida la forza di gravità. Arrivate poi a rue du Plan D’Agde, nella zona dei locali per giovani, dove potrete ammirare un trompe d’oeil moderno, posto su un edificio. Il gioco sarà capire, nella luce fosca della sera, ciò che è vero, da ciò che non lo è. Passeggiare per Montpellier è  piacevole e può riservarvi qualche incontro  inaspettato, come quello che è capitato a me con un clochard che mentre tendeva la mano, leggeva tutto concentrato un libro di Dumas. Porquoi pas?

21 settembre 2012

La Valle d’Aosta nel bicchiere

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Viticoltura di montagna

La Valle d’Aosta ha una viticoltura di montagna concentrata soprattutto lungo la valle della Dora Baltea per circa 80 chilometri. La regione ha solo la Doc Valle d’Aosta che racchiude tutti i vini di qualità prodotti nel territorio, l’85% dei quali sono rossi e autoctoni. La superficie vitata è di appena 684 ettari con terrazzamenti che hanno strappato alla montagna piccole porzioni dove coltivare la vite.

La viticoltura valdostana si divide in tre zone: Alta Valle, Valle Centrale e Bassa Valle. Nella prima troviamo il Prié Blanc, un vitigno autoctono bianco che è sopravvissuto alla fillossera, malattia che durante l’800 sterminò gran parte dei vitigni europei e che per questo è a piede franco, ossia non è innestato su vite americana come lo sono invece tutti gli altri vitigni d’Europa. Questa pianta è coltivata a 1200 metri di altitudine, al limite di sopravvivenza della vite, e viene utilizzata in purezza per produrre il noto Blanc de Morgex et La Salle Doc, un vino dal delicato color paglierino tendente al verdolino, profumo caratteristico di erbe di montagna e sapore di mela renetta, ideale compagno per un aperitivo o con la “carbonada” valdostana.

Nella Valle Centrale troviamo altri vitigni autoctoni come il Prié Rouge col quale si produce il Torrette, un vino con discreta alcolicità e sapore vellutato; il Fumin,  più strutturato che dà vita al Valle d’Aosta Fumin Doc, vino che può invecchiare e che viene affinato in barriques e il Vien de Nus che col Priè Rouge è il più coltivato della regione.

Nella Bassa Valle il vitigno più importante è il Nebbiolo, chiamato qui Picotendro (dall’acino piccolo e tenero) coltivato nelle sottozone di Donnas e Arnad-Monjovet. Il primo è un vino robusto che si abbina alle carni rosse, agli stracotti e ai formaggi stagionati; il secondo è ideale a tutto pasto con i primi piatti ricchi e le carni di maiale, mentre la denominazione Superiore può abbinarsi con la selvaggina e i piatti rustici valdostani. Un valido aiuto, per conoscere i vini e le eccellenze gastronomiche della regione, lo dà “La Strada dei Vini della Valle d’Aosta”, che consiglia itinerari enoici che sposano natura, cucina e cultura.

Per info: www.routedesvinsvda.it

10 settembre 2012

La salama da sugo ferrarese, la regina della tavola emiliana

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Da gustare a piccole dosi…

E’ passato quasi un anno da quel fatale incontro con la “salamina da sugo“, così poetico e gastronomicamente sensuale, da celebrarne ancora le forme e i profumi. Scherzi a parte, a Ferrara tutti diventano molto seri quando si parla di salama da sugo e di tradizioni enogastronomiche, che c’è poco da fare gli ironici. A cavallo tra settembre e ottobre, infatti, c’è la consueta Sagra a Madonna Boschi, luogo d’elezione del prelibato salume (leggi qui). La salamina al cucchiaio, si distingue dal salume tagliato a fette, proprio perchè la si può (anzi la si deve) gustare calda, accompagnata da una purea che, se da un lato la rende estremamente attraente, al pari di un’affascinante signora, dall’altro la classifica come un peccato da prendersi a “piccole dosi”, accompagnato da un vino frizzantello come un Fortana Frizzante, che proprio grazie alle bollicine è in grado di pulire la bocca, boccone dopo boccone (per approfondire leggi qui).

La pasta è preparata macinando sia polpa magra che grassa del maiale, come il guanciale, a cui qualcuno aggiunge una percentuale di fegato e lingua, il tutto aromatizzato da molto pepe, noce moscata e vino rosso. In realtà ogni piccolo appassionato custodisce gelosamente la propria ricetta di famiglia che tramanda di padre in figlio, di generazione in generazione. Dopo la stagionatura, che per quella al cucchiaio è sugli 6-8 mesi, si procede dapprima con la lunga cottura, per poi servirla calda, con abbondante purea. Provatela, è una vera prelibatezza, ma se volete gustarla al meglio non riempitevi prima, come abbiamo fatto noi, di pasticcio ferrarese e di cappellacci di zucca: la salama merita il posto d’onore!

Leggi il racconto pubblicato su Tranquilla.it

Per il programma delle sagra, vai qui.

21 giugno 2012

Le streghe di Triora

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Il processo del 1587…

Sono le maligne figlie del demonio, usano incantesimi e pozioni magiche. Sono le streghe. Quanta letteratura su di loro, qualche leggende, miti e fiabe. Eppure erano donne, povere creature nate e cresciute in un mondo che le voleva arse al rogo. L’accusa di stregoneria arrivava a donne e uomini considerati “diversi”, che avevano un livello culturale talvolta alto, che sapevano preparare infusi con erbe officinali, che conoscevano i preziosi segreti dei metalli, dell’alchimia.

Chi voglia saperne di più, chi abbia il desiderio di scoprire il sottile confine tra leggenda e storia non potrà farsi sfuggire una visita a Triora, il paese delle streghe. La zona infatti è ricchissima di tradizione popolare e tuttora sono numerosi i luoghi in cui, si dice, si ritrovassero le maligne. E come sempre, anche in questo caso, la leggenda è legata ad un fatto storico realmente accaduto. Qui infatti si celebrò un processo che rimase tristemente noto. Anno Domini 1587. Triora vessava in una tragica carestia che aveva affamato la popolazione. Iniziò a girare il sospetto che il paese fosse stato colpito da un rito malefico. Furono arrestate duecento donne sospettate di essere streghe. Furono interrogate, torturate. I supplizi furono tali che, secondo la cronaca di allora, una giovane donna si lanciò da una finestra e molte altre perirono durante gli interrogatori. La crudeltà degli Inquisitori fu tale che la popolazione insorse chiedendone l’allontanamento. Il processo durò un anno. Furono condannate al rogo cinque donne e tradotte a Genova dove vennero eseguite le sentenze. Oggi per ricordare quegli omicidi è sorto il Museo Etnografico e della Stregoneria dove sono conservati i documenti del processo e dov’è possibile vedere gli strumenti di tortura utilizzati.

CURIOSITA’

Nel fortino di San Dalmazio è possibile visitare le celle in cui erano tenute le streghe.

INFORMAZIONI UTILI

Museo Etnografico e della Stregoneria – Corso Italia 1 – Tel. 0184 – 94477 – Fax 0184 – 94164 Autostrada Genova-Ventimiglia, uscita Arma di Taggia, proseguire per la statale 548 fino a Molino di Triora. Da qui si sale a Triora dopo circa 5 Km.

19 giugno 2012

La ghigliottina del Santuario di Caravaggio

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Che la ghigliottina sia nata in provincia di Bergamo?

Ma cosa ci fa a Caravaggio una ghigliottina che anticipa, di tre secoli, quella ideata da Joseph-Ignace Guillotin? Ebbene pare che si tratti di una lontana antenata di quella che avrebbe fatto cadere tante teste durante la Rivoluzione Francese. Sì, va bene, ma cosa ci fa nel Santuario di Caravaggio? Ci troviamo in provincia di Bergamo, nel paese che diede i natali a Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio appunto. Qui una fanciulla, Giannetta, invocando la Madonna perché la salvasse da un marito violento, ebbe un’apparizione mariana. Maria comparve di fronte ai suoi occhi e miracolosamente si aprì una sacra fonte taumaturgica. Filippo Maria Visconti, ascoltata la storia della giovinetta, ne fu talmente colpito da voler fare erigere un Santuario a memore ricordo della misteriosa apparizione. Il culto della Madonna di Caravaggio è quindi ricco di mistero e legato a fatti miracolosi. Uno di questo è proprio quello di un brigante ed una ghigliottina.

Narra la leggenda che nel 1529 un ladro venisse catturato, processato e condannato a morte. L’uomo si ravvide per i peccati commessi, pregò la Madonna e le chiese la grazia. L’esecuzione fu fissata per il 26 maggio, anniversario
dell’apparizione. Il condannato fu portato al patibolo, ma…la ghigliottina si inceppò. Si gridò al miracolo e gli fu resa salva la vita. Oggi è possibile vedere quella ghigliottina nei sotterranei del Santuario.

CURIOSITA’

Non è certo che Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, abbia trovato i suoi natali proprio nel paese bergamasco. Manca un documento ufficiale sul luogo di nascita del pittore. I dati certi ci dicono che il padre si trovava a Caravaggio nell’anno in cui nacque il figlio. Altre teorie lo vorrebbero nato a Milano come i fratelli Fermo e Lucia.

INFORMAZIONI UTILI

Santuario Santa Maria del Fonte Viale Papa Giovanni XXIII – 24043 Caravaggio (Bergamo) Tel. +39 0363 3571 Fax +39 0363 357203

12 giugno 2012

Il fantasma del castello di Trezzo sull’Adda

Associazione culturale CROP - www.croponline.org torre del castello

Bernabò Visconti, sanguinario Signore di Milano

Associazione culturale CROP – www.croponline.org trezzofantasma

Sullo sfondo, appena dietro la centrale idroelettrica, si staglia la torre di quello che un tempo fu una roccaforte dei Visconti. Nelle segrete ancora visitabili del castello vi trovò la morte il crudele Bernabò Visconti, avvelenato dal nipote Gian Galeazzo: Anno Domini 1385. Una zuppa di fagioli, servita nella cella del castello, gli fu fatale. La crudeltà di Bernabò era ben risaputa nella zona. Non ultimo l’omicidio di una delle sue figlie Bernarda Visconti, murata viva a Porta Nuova, colpevole di aver tradito un marito impostole dal padre, Giovanni Suardo, con un giovane cortigiano, Antoniolo Zotto. Questa, appena accennata, la vita di Bernabò Visconti che passò alla storia come un Signore crudele e sanguinario. E proprio questa sua triste fama, che l’accompagna ancora oggi, fa immaginare che il fantasma apparso nel 2004 al castello di Trezzo possa essere il suo. La “presenza” fu fotografata dal Crop Circle di Milano, un gruppo di esperti ed appassionati ricercatori di fenomeni “paranormali”, durante una visita al maniero. L’8 settembre 2004 furono scattate diverse fotografie, una delle quali in fase di sviluppo, rivelò qualcosa di  incomprensibile. La pellicola aveva impressa un’immagine antropomorfa. Una sagoma, forse di un uomo d’armi, forse di un nobile. Il gruppo sottopose l’immagine all’analisi del Centro di Investigazione Occulta che sembrò testimoniare la non manipolazione della foto e che trovò delle analogie fisiognomiche con la statua di Bernabò conservata nei Musei del Castello Sforzesco di Milano. Che ognuno tragga le proprie conclusioni. Certo è che scendere nei sotterranei del castello, e chi scrive può testimoniarlo, è un’esperienza ricca di arcano e inquietante fascino.

LE LEGGENDE SULLA FIGURA DI BERNABO’

Secondo le narrazioni, che nei secoli hanno descritto la figura di Bernabò, il sanguinario Signore di Milano sembra fosse solito gettare i corpi agonizzanti dei nemici e delle giovani fanciulle, con cui giaceva per una sola notte, nei pozzi delle segrete del castello. Ancora oggi sono visibili delle chiazze rosse sulle pareti, sangue rattrappito delle sue vittime. In realtà si tratterebbe di muschi rossastri che ben si sposano con le leggende del castello. Altra storia tristemente nota è quella della “stanza della goccia”. Le prigioni infatti sono allo stesso livello dell’Adda, quindi è facile immaginare l’alto tasso di umidità dei sotterranei. Ebbene secondo la leggenda i prigionieri che non volevano collaborare subivano questa atroce tortura: venivano legati sotto la goccia che lentamente, giorno dopo giorno, scavava loro un buco nel cranio. Viste le condizioni di vita, però, è più facile pensare che i malcapitati morissero molto prima.

INFORMAZIONI UTILI

Castello Visconteo di Trezzo sull’Adda, Autostrada A4 Milano-Venezia – uscita Trezzo. Per la visita al castello: Proloco TrezzoVia C. Biffi, 4 – 20056 Trezzo sull’Adda – MI Tel/Fax 029092569 – La proloco è aperta da martedì a sabato – dalle ore 9 alle ore 12 info@prolocotrezzo.com. Vengono organizzate anche visite notturne.

8 giugno 2012

Miniera, quando le lettere diventano storia

miniera

Un tesoro ritrovato…

Questa è la storia di un tesoro ritrovato, fatto di lettere vergate intingendo il pennino nel calamaio, che rievocano un mondo che non c’è più, scomparso per sempre sulle tastiere dei computer. Rosalba Mariani racconta, attraverso il carteggio della sua famiglia, quasi un secolo di storia, dal 1909 al 1997, sul cui sfondo appare l’andirivieni quotidiano di un paesino sardo dai tratti quasi fiabeschi, Montevecchio, con la sua miniera di piombo argentifero. Ed è proprio attraverso le lettere che Rosalba eredita alla morte della sorella Silvia, che scopriamo tutto sulla miniera e sui suoi personaggi incredibili. Donne coraggiose, grandi amori, briganti, viaggi durante la seconda guerra mondiale, il boom economico, giungendo lettera, dopo lettera sino ai giorni nostri, riscoprendo con nostalgia quanto sia affascinante e poetica una lettera scritta a mano.

MINIERA
di Rosalba Mariani
De Carlo Delfino Editore, 188 pag.

8 febbraio 2012

Una fiorentina così, almeno una volta nella vita!

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Tenerissima dentro, abbrustolita e croccante fuori.

Sono stata a Firenze qualche anno fa con delle amiche e, quasi per caso, siamo capitate in uno dei luoghi storici della buona tavola toscana,  “Il Latini” – che poi ho scoperto essere tra i ristoranti “top” consigliati dal MangiaRozzo. Difficile qualsiasi commento che sappia rendere pienamente la vera atmosfera del locale e il sapore dei deliziosi piatti toscani che potrete gustare. Ci si deve andare, almeno una volta, questo è il mio unico consiglio spassionato! 

Sul tavolo già la prima sorpresa: un bel fiaschetto di vino che attende l’ospite al suo arrivo. Ci si siede e, non par vero di vedere in bella vista, sugli scaffali in alto, tutti quei libri – alcuni vecchissimi – sulla cultura e le tradizioni toscane e, un po’ più in là, tutte quelle bottiglie di vino. Nella prima sala, poi, vi capiterà di vedere appesi il salumi che, pochi minuti dopo, vedrete nei vostri piatti, un bello spettacolo davvero! I tavoloni sono lunghi e larghi, quindi occorre entrare da “Il Latini” con l’animo di poter mangiare, gomito a gomito, con degli sconosciuti, se non ci fosse abbastanza posto. A noi erano toccati due grassocci stranieri che continuavano a rubarci il pane, ma dopo un buon bicchiere di Chianti non ci facevamo più caso.

In breve tempo arrivano i camerieri che consigliano un antipasto misto con affettati toscani – io ricordo, ancora con commozione, un salame di cinghiale e una finocchiona da manicomio! – poi portano, a stretto giro, un’insalata di farro, dei crostoni toscani ed altre squisitezze. Dopo l’antipasto, noi “leggiadre donzelle”, siamo passate subito ai secondi, cosa di cui oggi mi rammarico :( immaginando le paste fatte in casa e i ragù di selvaggina.

I secondi ? Stracotto di manzo per me e fiorentina per le mie amiche. Sapete che c’è ? Buono lo stracotto, ma la fiorentina… pura poesia, un’ode ai sapori genuini della Toscana! Solo quella vale un viaggio dai Latini, ah e sì, anche a Firenze! :) Tenerissima dentro, abbrustolita e croccante fuori, per non parlare del delizioso “puccino” di olio e aromi che guarniva il piatto. Da provare almeno una volta nella vita!!

Il locale ha due turni per la sera (19.30 e 21 circa). E’ tassativa la prenotazione perché è sempre pienissimo

 

21 novembre 2011

Valtellina, mon amour. Vini e abbinamenti tipici

Uva per Sforzato

se vien voglia di Valtellina…

Questa mattina mi sono svegliata con una fame matta, convulsa, disordinata. Sapete di quelle che ti prendono alle 7.00 del mattino e che, inspiegabilmente, ti chiedono piatti improbabili per il momento della colazione? E già perché mi son svegliata con un’improvvisa voglia di pizzoccheri! :) Ah, la Valtellina, che voglia di andarci! Così, visto che i miei impegni lavorativi non me lo permettono mi sono lasciata prendere dalla voglia di fantasticare sugli abbinamenti enogastronomici tipici.

Qualche dato sull’enologia, per i più curiosi. Gli ettari vitati in Valtellina sono 800 con una produzione media di vino che si attesta sui 30.000 ettolitri all’anno. La coltivazione si estende per 40 chilometri da Ardenno a Tirano, con Sondrio al centro, in una zona particolarmente vocata per l’esposizione solare. Il vitigno principe di questa zona è il Nebbiolo, detto qui Chiavennasca (che non ha nulla a che fare con il salume tipico), coltivato in terrazzamenti sui quali arriva la mano dell’uomo senza l’aiuto, se non in casi rarissimi, di macchine e trattori. Ecco perché si dice che qui la viticoltura è eroica e non è solo un modo di dire. Altri vitigni minori, come Rossola, Pignola e Prugnola, completano l’ampelografia valtellinese.

I vini. Il grande vino della zona è lo Sfurzat o Sforzato di Valtellina Docg. Pensate che è stato il primo passito rosso secco italiano ad aver ottenuto, nel 2003, la Docg. Dopo la vendemmia le migliori uve Nebbiolo vengono poste ad appassire per circa tre mesi su graticci in locali detti “fruttai”, ben areati ed asciutti per evitare la formazione di muffe. Con l’appassimento l’uva ha perso il 40% del suo peso e ha concentrato profumi ed aromi. Dopo la vinificazione, il vino viene lasciato ad affinare per 20 mesi in legno e bottiglia. Il colore è granato, con profumi complessi ed evoluti. L’abbinamento: è un ottimo vino da meditazione, pur abbinandosi perfettamente ai formaggi d’alpe e alle carni. Lo abbinerei volentieri con una Lepre in salmì o con dei Bocconcini di Capriolo.

La produzione del Valtellina Superiore Docg si estende tra Berbenno e Tirano con una produzione massima di 8 tonnellate per ettaro. Ha un periodo minimo di affinamento di 24 mesi, di cui almeno 12 in botti di rovere. Questo vino ha cinque sottozone: Maroggia, Sassella, Grumello, Inferno, e Valgella.

Il primo, Maroggia, ha un colore rubino con riflessi granati, sapore asciutto e giustamente tannico. Si abbina con carni rosse, selvaggina e formaggi stagionati. Io me lo immagino con del Bitto tagliato a fette, immerso in una calda polenta taragna, preparata con grano saraceno. Ne sento già il profumino

Il Sassella si coltiva nella zona ovest di Sondrio, forse la più famosa della Valtellina il cui nome deriva da un’omonima chiesetta. Ci vedrei bene un abbinamento con i tipici Sciàtt valtessinesi, delle frittelline di grano saraceno con un goloso cuore di formaggio Casera.

Il Grumello viene prodotto nella parte est di Sondrio e prende il nome dall’omonimo castello. Ha un profumo intenso e fine, con sapore vellutato e austero. Anche qui si consiglia l’abbinamento con carni importanti e formaggi stagionati. Uno Stinco non mi dispiacerebbe!:)

L’Inferno è considerato il più austero di tutte le sottozone, con sapore asciutto e leggermente tannico. Trova giusto accostamento con i tipici piatti valtellinesi, la polenta ed il tipico Agnello alla valtellinese.

E per finire il Valgella coltivato nei comuni di Chiuro e Teglio, a nord-est di Sondrio. Al naso è delicato e tipico, mentre in bocca ha un sapore morbido e fresco. Di tutti è quello che, per le fresche note floreali, può essere apprezzato anche giovane con i Pizzoccheri conditi con verze, patate ed abbondante burro fuso, la bresaola ed il violino di capra. In alternativa consiglio anche gli Gnocchetti di Chiavenna conditi con burro, salvia e rosmarino

Il Rosso di Valtellina Doc è un vino che viene coltivato nelle stesse zone del Valtellina Superiore Docg, con resa massima di 10 tonnellate per ettaro. Il vino ha 7 mesi di affinamento ed un titolo alcolometrico minimo di 11%. E’ il classico vino a tutto pasto, con gusto asciutto e leggermente tannico. Lo proverei con del Scimudin, una formaggella a pasta molle da latte vaccino.

1 settembre 2011

Strada dei vini d’Alsazia, istruzioni per l’uso. Colmar e i suoi piatti

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Come orientarsi a Colmar tra winstube e piatti tipici

 

In primavera sono stata in Alsazia e mi sono resa conto che orientarsi tra i numerosi Grand Cru della regione non è cosa facile. La zona è relativamente poco estesa, lunga per circa 95 km e larga 4, dividendosi in Basso e Alto Reno, da Strasburgo a Mullhouse anche se a sud (occhio siamo in Alto Reno, non confondetevi) si trova il distretto più vocato.

Colmar, tra cicogne, storia e magia

Vi consiglio quindi, se avete pochi giorni, di concentrarvi sull’Alto Reno e di prendere Colmar come base, bella cittadina dal centro storico chiuso al traffico e dal turismo attivo, ma ordinato. Colmar è deliziosa, contraddistinta dalle caratteristiche variopinte case a “colombage”, dalla facciata con travi a vista. Come ho già avuto modo di dirvi (qui), Colmar ha anche la cosiddetta Piccola Venise, niente altro che un canale percorribile con delle chiatte da 6-8 persone. Il fatto che un solo canale abbia trasformato parte della città nella “Piccola Venezia” la dice lunga sull’abilità, tutta francese, di saper far marketing! Di sera tutta Colmar indossa l’abito da sera più bello trasformandosi in coloratissima e suggestiva città della fate, illuminata ad ogni angolo da fasci di luce che la rendono, senza dubbio, romantica e magica.

Alzando il naso al cielo vi capiterà di vedere, sui tetti dei monumenti più importanti, delle regali cigogne con tanto di pulcini. Tutta la regione, infatti, è un santuario per questi uccelli che tornano tutti gli anni per ricostruire il proprio nido. 

 Dove mangiare

 Per la cena, se volete provare la classica choucroute andate da Le Flory, nella Petite Venise, dove troverete cordialità e buoni prezzi. Si tratta di una classica winstube dove potrete mangiare tutta la selezione dei piatti tipici alsaziani. Unico difetto per gli appassionati del vino, sono i classici bicchieri alsaziani dal gambo verde, dal calice piccolo e riempito sin all’orlo (li detesto!)…

Sappiamo, infatti, che per degustare un vino, il bicchiere non dovrebbe essere impreziosito da alcun colore, per poter godere appieno della sua nuance  che ci dice molto sulla sua tipologia, sull’affinamento e sul suo invecchiamento. Ad onor del vero lo stelo verde alsaziano è accettato, nella sua tipicità, perché tende ad esaltare il giallo verdolino di alcuni vini bianchi.

Questo, forse, ed è un parere del tutto personale, andava bene in passato, quando si tendevano a fare in regione vini poco evoluti e piuttosto freschi. Il fatto, infine, di non poterli ossigenare appieno, perdendo parte dei profumi di un’importante bottiglia, non rende appieno giustizia al duro lavoro dei produttori.

 

Per questo vi consiglio, sempre che queste elucubrazioni vi siano sembrate sensate, di provare anche il ristorante Petite Venise che, manco a dirlo, si trova nell’omonimo quartiere.

Buona selezione di vini in ampi bicchieri di cristallo che sapranno esaltare l’emozione dell’incontro con un Riesling o un aromatico Gewurztraminer. In quel ristorante, che è una stella Michelin, ho mangiato uno tra i più buoni foie gras della mia vita, mandando alle ortiche la mia anima animalista (qualcuno sa come viene prodotto il foie gras ? leggete qui, ma solo per stomaci forti).

I prezzi sono più che accessibili e le ragazze che vi servono molto gentili e competenti, anche sul miglior abbinamento col vino.

 Se volete mangiare su una bella e piccola terrazza mooolto romantica, andate allora al Comptoir de Georges, sancta sanctorum della cucina di carne della zona. Durante il giorno, infatti, è una macelleria che serve i ristoranti di Colmar, per trasformarsi di sera, in una graziosa brasserie con vista sul fiume Lauch, nel cuore del quartiere Petite Venise.

Piatti tipici alsaziani

Choucroute: cavolo tagliato, accompagnato a carne di maiale, salumi o pesce,

Il Foie Gras prodotto con una razza particolare di oche (leggi qui)

Lo stinco all’alsaziana di cui ho parlato qui,

Il gratin di patate all’alsaziana che potrete trovare qui,

Il Munster formaggio molle a crosta lavata, prodotto per la prima volta presso l’abbazia di Munster intorno al 1339 circa. Il suo odore è deciso, forte, così come lo è al palato con in più una splendida cremosità. Mooolto persistente, il mio frigo ne sa qualcosa. Per saperne di più leggi qui.. Dovete assolutamente provarlo con un buon Gewurztraminer!

 Il Ribeaupierre, altro formaggio a crosta lavata che ho apprezzato moltissimo, nonostante l’aroma forte, incisivo, di verdurine cotte (simil cavolfiore) e un palato di burro e ritorni erbacei!

Tarte Flambée o Flammekueche: pasta sottile ricoperta da panna, cipolle, formaggi e salumi (una pizza piatta, insomma).

24 giugno 2011

A spasso per le Terre Verdiane, tra fantasmi, ville storiche e abbinamenti enogastronomici

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L’estate è arrivata e vi invito a fare un giretto fuori porta …

 

 

 

 

Luoghi verdiani

L’estate è arrivata e questa volta, oltre a consigliarvi un vino, vi invito a fare un giretto fuori porta che, in base alla vostra provenienza, potrebbe trasformarsi in una vera e propria vacanza. Amo la musica lirica e amo Verdi, così non posso che parlarvi delle “Terre Verdiane” tra Parma e Piacenza, luoghi deliziosi in cui il Cigno ebbe i natali e visse per lungo tempo. In particolare sono tre quelli che meritano, a mio avviso, una visita: Roncole dove si trova la casa natale di Verdi; Busseto la piccola cittadina dove studiò musica dai Gesuiti e Villa d’Arda dove si trova la sua bella residenza, Villa S.Agata, in cui visse con l’amata Strepponi.

Busseto, piazza Verdi

Fantasmi

Due anni fa, in questo periodo, mi capitò di intervistare uno studioso di fenomeni paranormali, Dario Spada (qui la biografia), che mi mostrò una foto a dir poco eccezionale scattata proprio a Villa S. Agata da una giornalista spagnola. La foto in questione mostra una “presenza paranormale” accanto al pianoforte del Maestro nella quale si vede chiaramente il volto e la mano di un uomo. Che ci crediate o no, leggete il mio approfondimento tratto da InEuropa a caccia di fantasmi (1) e a caccia di fantasmi (2). Guardate l’ingrandimento della mano e guarda sotto la foto grande.

Salsamenteria Storica Baratta

 
Dopo aver saziato la vostra curiosità e la vostra sete di sapere, vi consiglio di fare altrettanto col vostro stomaco facendo un salto a Busseto alla Salsamenteria Baratta, un luogo storico assolutamente fuori dal comune dove potrete mangiare meravigliosi salumi, formaggi e salsine tipiche accompagnati dalle musiche di Verdi. Cosa volere di più? 

Nella Salsamenteria troverete decine di quadri raffiguranti Verdi e la Strepponi, un pianoforte, tavoli, panche, ninnoli e oggetti appesi, un caos ordinato che rende tutto molto particolare e caratteristico… In fondo alla lunga e stretta sala si erge un luogo di delizie, la salumeria. Prosciutti e salami appesi, formaggi in bella mostra, salsine pronte da servire… una salumeria che da sette secoli rifocilla i viandanti di quelle terre, di questo in buona sostanza si tratta!

 

Lambrusco e abbinamenti

Nelle Terre Verdiane non potevo che parlarvi del vino che più di ogni altro le rappresenta, il Lambrusco. Le varietà coltivate sono numerose: Lambrusco Salamino, Maestri, Marani, Montericco, Ancelotta, Grasparossa, Viadanese, Sorbara… provate a ripeterle, ve ne mancherà sempre uno, come capita coi sette nani… I Lambruschi hanno la caratteristica di essere frizzanti, beverini, con titolo alcolometrico non troppo alto e questo li rende piacevoli compagni per un momento non troppo impegnativo… gradevole con brio!

Gli abbinamenti della tradizione li vogliono con gli antipasti di salumi tipici emiliani, le lasagne alla bolognese, le pappardelle al forno e lo zampone. Come si sarà capito sono tutti piatti nei quali si avrà una certa grassezza percepita, ossia quella sensazione di pastosità sul palato data dalla presenza di grassi solidi di origine animale. Pensate ad una profumatissima pancetta di Piacenza, allo zampone o alle lasagne alla Bolognese (quelle vere, per carità!) … come ha detto un simpatico professore per rendere l’idea, dopo aver mangiato quei piatti “occorre un sanitrit che pulisca tutta la bocca, che sgorghi la gola da tutta quella meravigliosa grassezza!”. :) Nulla di meglio che un buon lambrusco che con la sua briosa effervescenza e freschezza sgrassa il palato, preparandolo ad un altro boccone!

 

 

Ecco la foto…

Foto scattata dal fotogrago spagnolo Manuel Ibarolo durante il reportage a Villa d'Arda della giornalista Bianca Berlin

12 maggio 2011

Le meraviglie gastronomiche del lago Smeraldo

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Un piccolo laghetto di montagna incastonato tra le montagne trentine…

 

Un piccolo laghetto di montagna incastonato tra le montagne trentine, un canyon con giochi d’acqua e spaccature mozzafiato. Tutto questo si chiama Fondo, nella Val di Non. Hai fatto appena in tempo ad abituarti a questa bellezza che sa di era glaciale, con rocce che stanno appese in bilico sopra la tua testa, ed uno specchio d’acqua che se ti chiamassi Alice ti mostrerebbe il Bianconiglio riflesso, che ecco arrivare da lontano un profumo che ti attira come il canto delle sirene. Questo è stato il mio compleanno. No, non si chiede l’età ad una signora, ma nel mio caso lo si può fare visto che considero il lieve scorrere del tempo una fortuna che non tutti possono vantare. Trentasei anni festeggiati in un luogo incantevole, accanto alla persona che si ama, cosa volere di più?

In questo che è stato un week end breve, non posso che consigliarvi un luogo in cui si poter gustare dei piatti locali proprio davanti al lago Smeraldo, nome evocativo dove un tempo, d’inverno, si poteva anche pattinare. Poi, ahimè, è arrivata la tecnologia col palazzetto del ghiaccio. Fascino perso per quei turisti che avrebbero dato tutto per poter pattinare sul un lago dal ghiaccio resistente, dove per protesta qualche cittadino fa passare sopra ancora oggi la macchina. Polemica recente su interessi antichi.

Ma torniamo al ristorante hotel “Lago Smeraldo“, a Francesca che sta in sala e ad Alessandro, suo marito, che spignatta in cucina. I piatti richiamano la cucina tradizionale trentina con degli antipasti che vanno dagli affettati misti come il prosciutto fatto in casa leggermente affumicato, il salame di cervo, il lardo ai fiori di montagna, il carpaccio di carne salada con mela Golden e scaglie di Trentingrana, la mortandella (da non confondersi con la mortadella) tipico salame della Val di Non. Poi il formaggio di Malga stagionato 9 mesi accompagnato con noci e una confettura di mela delicatamente aromatica, e infine il carpaccio di trota affumicata. Certo, perché dimenticavo di dirvi che nel lago Smeraldo ci sono le trote che vengono pescate periodicamente per il ristornate e lasciate in acquario per la scelta.

Quindi come primo non possono mancare i tagliolini con trota affumicata ed asparagi, oppure per gli amanti della carne delle pappardelle con ragù di cervo e gli strangolapreti alla trentina con burro emulsionato e speck croccante. I canederli alla nonesa con funghi porcini e le zuppe del giorno completano i primi piatti per il versante invernale.

Dopo essere andati a fare un luuunga corsa attorno al lago, potrete scegliere per i secondi tra i bocconcini di cervo in salmi, la fonduta di Trentingrana con polenta di Storo Dop, (fatta solo nella parte occidentale del Trentino con il mais “Nostrano di Storo”, un granoturco da cui si ricava una farina gialla piuttosto grossolana da cui nasce questa inconfondibile polenta), la luganega alla griglia, la tagliata di manzo marinata all’olio extravergine d’oliva profumato al pino mugo, il filetto di manzo in crosta di Trentingrana e l’immancabile trota del lago grigliata. I dolci sono semplici ma gustosi, su tutto lo strudel. Piccolissima scelta di vino a bicchiere. Noi abbiamo optato per un buon Pinot Nero e per il Rebo, un vino autoctono della zona da pronta beva. I prezzi sono medi, non eccessivamente alti.

Ultima raccomandazione: portatevi un maglioncino pesante per la sera, a Fondo la primavera arriva sempre in ritardo.

Nella zona da fare assolutamente: passeggiata nel canyon de Sass di circa 2 ore, passeggiata lungo il lago e visita all’orto botanico, con accesso al sentiero proprio davanti all’hotel, con entrata libera.