10 dicembre 2015

Fattoria La Valentina, il mare e le colline d’Abruzzo nel bicchiere

Si incontrano il mare e le colline dell’Abruzzo nei vini di Sabatino Di Properzio, appassionato produttore della Fattoria La Valentina. Questa interessante realtà produttiva di Spoltore, nel pesarese, gode di influssi provenienti dal mare e dalle vicine colline che creano un microclima estremamente favorevole per la coltivazione degli autoctoni della regione, come il Trebbiano e il Montepulciano d’Abruzzo, incredibilmente schietti nei tratti organolettici da essere quasi rappresentativi dei singoli vitigni.

valentinaSi incontrano il mare e le colline dell’Abruzzo nei vini di Sabatino Di Properzio, appassionato produttore della Fattoria La Valentina. Questa interessante realtà produttiva di Spoltore, nel pesarese, gode di influssi provenienti dal mare e dalle vicine colline che creano un microclima estremamente favorevole per la coltivazione degli autoctoni della regione, come il Trebbiano e il Montepulciano d’Abruzzo, incredibilmente schietti nei tratti organolettici da essere quasi rappresentativi dei singoli vitigni. Una terra generosa, quella de La Valentina, che lascia spazio anche a sperimentazioni, come nel caso dell’inaspettato e piacevolissimo Fiano, dal profilo sensoriale quasi esotico. Un’azienda relativamente giovane, nata nel 1990 e cresciuta grazie agli sforzi della famiglia Di Properzio, Sabatino, Roberto e Andrea, che hanno creduto nella scommessa di rilanciare le denominazioni abruzzesi in chiave qualitativa.

I nomi di questi vini sono un omaggio alla tradizione dialettale abruzzese, come Auhà, Bellovedere e Spelt, quasi a voler sottolineare anche etimologicamente l’orgoglio e il rispetto massimo per le proprie origini. Un’attenzione per la Terra d’Abruzzo che, d’altra parte, La Valentina interpreta anche in chiave di ecosotenibilità produttiva, in vigna come in cantina, per preservare l’unicità di questo territorio. Quest’attenzione si traduce in un impegno quotidiano per ottenere prodotti sostenibili, partendo dal rifiuto di utilizzare pesticidi in pianta, sino ad una gestione responsabile delle risorse. Lontani dalla moda di essere bio in maniera commerciale e strumentale, alla Fattoria La Valentina si bada concretamente all’ambiente, attraverso il risparmio dell’acqua e dell’energia per salvaguardare le risorse naturali. Il protocollo interno di produzione, inoltre, non consente l’utilizzo di prodotti chimici e artificiali in vigna, e vieta in cantina la manipolazione tecnologica che cambia e snatura i vini, per mantenerne integra la riconoscibilità.

Vini radicati saldamente nel proprio territorio, come il Trebbiano D’Abruzzo Doc “Spelt” 2013 dal colore paglierino, contraddistinto da un corredo olfattivo minerale, con ricordi di piccoli frutti gialli maturi e sorso fresco che si chiude con una nota delicatamente sapida. Un fuori regione di grande carattere , il Fiano Colline Pescaresi Igt Auhà 2014, il primo vino dell’azienda certificato biologico, che si veste di un giallo paglierino luminoso, con bouquet di fiori gialli al naso, sentori di pesca bianca e soffi quasi esotici, mentre in bocca vince tutta la sua piacevole mineralità.

L’altro grande classico de La Valentina è il Montepulciano D’Abruzzo 2013, dal colore rubino carico, aromi di piccoli frutti rossi che rincorrono lievi note balsamiche, che ritornano perfettamente in bocca, supportato da buona bevibilità ed equilibrio. Tra i grandi vini di questa azienda, il sontuoso Bellovedere Montepulciano d’Abruzzo Doc Riserva, è senza dubbio quello si gioca, con l’altro grande vino “Il Binomio”,  il podio della spasmodica ricerca delle potenzialità organolettiche del Montepulciano. Il Bellovedere è potente al naso, con un dinamismo olfattivo che lo fa evolvere nel bicchiere, passando dagli immediati, netti profumi di macchia mediterranea, spezie, karkadè e cuoio, a inaspettati e più nascosti ricordi di confettura e pot-pourri di fiori. In bocca è caldo, potente e ricco, con tannini vibranti e lunga sapidità finale.

Per informazioni: www.lavalentina.it

13 luglio 2015

Champagne. Ais Bergamo continua il viaggio tra le vigne di Aube

Mattatore della quarta serata sulle zone della Champagne è stato Guido Invernizzi, relatore appassionato di bollicine francesi, che ha chiuso il ciclo sulle quattro zone di quello che è senza dubbio il territorio più famoso e vocato al mondo per la produzione del metodo Champenoise.

Il dipartimento di Aube, o Cote des Bar, è per distanza e conformazione geologica quello che si distingue maggiormente dalle altre grandi zone viticole della Champagne (montagna di Reims, Cote des Blancs,  Valle della Marna). Non a caso solo nel 1927 la zona di Aube venne inserita a tutti gli effetti nella regione di produzione della Champagne, dopo un lungo iter non esente da scontri intestini coi produttori delle altre zone.

Ciò che in parte ha storicamente contribuito all’integrazione di questa zona è stato il diffondersi della fillossera sul finire dell’Ottocento, che costrinse i négociant  manipulant (NM, produttori che acquistano uve da terzi per poi elaborarli e commercializzarli), a cercare nella regione della Aube nuovi approvvigionamenti, facendo scatenare le ire dei rècoltant manipulant (RM, produttori che coltivano, elaborano e commercializzano solo uve di proprietà). Per dirimere la controversia, anche a seguito di scontri tutt’altro che amichevoli (i più noti si tennero ad Ay nel 1911, con una serie di “manifestazioni punitive” nelle quali furono distrutte le cantine di alcuni produttori considerati “truffatori”), il decreto del 1927 stabilì una volta per tutte che i 71 Comuni dell’Aube potevano dirsi a pieno titolo appartenenti alla regione della Champagne.

Decreti a parte, da un punto di vista climatico e geologico, la zona dell’Aube è molto più simile a quella dello Chablis. Questo spiega, d’altra parte, come mai in certe schede tecniche della zona di Aube, si legga “Vin chablisienne avec perlage“, come ad indicare, una volta in più, questa parentela geografica e di terroir. Il clima è infatti più caldo rispetto alle altre zone settentrionali, con un suolo costituito principalmente  da calcare e marna del periodo giurassico superiore, ricoperto di uno strato di suolo argilloso. La parte del leone la fa oggi la coltivazione del Pinot Noir, che rappresenta circa l’85% della superficie vitata.

Drappier. Brut Nature Sans Soufre.  Champagne non dosato e senza aggiunta di solfiti, 100% Pinot Noir. Color pelle di cipolla molto luminoso, con un perlage fine e continuo. Al naso sprigiona un netto sentore agrumato (mandarino e lime), che si fonde con la crosta di pane e un ricordo di note balsamiche. In bocca è avvolgente, con buona mineralità e una chiusura ammandorlata. Persistente ed elegante.

Nathalie Falmet. Brut Nature. 100% Pinot Noir. Buccia di cipolla lucente, con un perlage fine e lungo. Aromi di piccoli frutti rossi (lampone e amarene), fiori bianchi e ritorni minerali. In bocca torna la freschezza, con un forte nota gessosa che segna il palato sino al retrogusto che vira in salmastro.

Ais Bergamo - Serata Champagne AubeVouette & Sorbée. Fidèle Extra Brut. 100% Pinot Noir. Colore oro antico, con un perlage finissimo. Intensi profumi minerali si intrecciano a una trama a tratti balsamica, speziata e fruttata. In bocca ha una freschezza molto vivace, che continua sorso dopo sorso con una bella eleganza e persistenza.

Vincent Cauche. ExtraBrut. Dorato lucente, con perlage fine. E’ un vino opulento al naso, muscolare in bocca. Intensi profumi di agrume, scorza di mandarino, pesca gialla e albicocca matura. Rotondo in bocca, con perlage avvolgente e cremoso, sorretto in chiusura da un piacevole sentore di boisée

André Beaufort. Brut  2010. Dorato carico, perlage lunghissimo e fine. Un bouquet di donna, che ricorda quasi un profumo femminile. Note di vaniglia, mimosa, piccoli frutti rossi maturi e patisserie. In bocca ritorna la stessa intensità, con una spalla acida e minerale a supporto, che invita un sorso dopo l’altro. Uno Champagne dalla personalità forte, che divide.

11 giugno 2015

Verticale del Cru Colle Calvario: ventisette anni e non sentirli

Mercoledì 20 maggio la delegazione di Bergamo ha organizzato una straordinaria verticale del Cru Colle Calvario guidata da Nicola Bonera. Presenti in sala anche l’enologo Paolo Zadra e il distributore Pietro Pellegrini

La passione per il mondo vinicolo l’ha ereditata dal nonno, Cristina Kettliz, proprietaria dell’azienda vinicola Castello di Grumello, quel maestoso maniero medievale si erge solingo nell’omonimo paese in provincia di Bergamo. Questa elegante “Donna del vino”, tra le più attive dell’omonima associazione, è riuscita in questi anni a imporre la sua azienda nel panorama vinicolo bergamasco di qualità, investendo su ricerca e tecnologia.

Un’impresa certamente non facile in un territorio come quello della Valcalepio, che fatica spesso a imporsi fuori provincia e che, talvolta, è vituperato dagli stessi bergamaschi. Eppure la verticale del Cru Colle Calvario ha fatto cadere più di un pregiudizio sulla finezza e la potenzialità di invecchiamento del taglio bordolese declinato in questo territorio, e per primi proprio ai numerosi bergamaschi presenti in sala; dimostrazione che la Valcalepio ha tutte le carte in regola per produrre grandissimi vini, a patto che – sia beninteso – si facciano scelte intelligenti votate alla qualità.

A guidare la degustazione delle annate 1988, 1991, 1997, 1998, 2001, 2005 e 2007, Nicola Bonera, che con l’enologo Paolo Zadra, figlio di Enrico, storico primo enologo dell’azienda, ha spiegato la storia e le peculiarità del Cru Colle Calvario, un vino unico per esposizione e caratteristiche. Il Colle Calvario Valcalepio Rosso Riserva, questa è la sua denominazione ufficiale, viene prodotto solo in alcune annate dai vigneti più vecchi dell’azienda, allevati su terreni marnosi-calcarei esposti a sud, sud-est, situati sulla sommità collinare a 400 m slm.

La vendemmia viene fatta a mano, utilizzando cassette da 15-18 chili. Il 90% dell’uva è vinificata utilizzando la classica diraspatura e pressatura soffice in acciaio, a cui fa seguito la macerazione per 20-25 giorni e la malolattica. Il rimanente 10% appassisce in fruttai per 10-15 giorni, per poi essere pressata e fermentata. La successiva maturazione viene fatta in barrique di rovere francese per 18 mesi, a cui segue l’assemblaggio (40% Merlot, 60% Cabernet, ma le percentuali possono variare a seconda dell’annata) e il successivo riposo in bottiglia per 5-7 mesi. Queste sono le tecniche utilizzate, in particolare, per le annate di produzione degli ultimi quindici anni, mentre per le prime – ora praticamente introvabili – venivano seguite altre metodologie di cantina, via, via modificatesi in base al mutato gusto del consumatore e all’evoluzione tecnologica del settore.

Degustare sette annate del Cru Colle Calvario che abbracciano gli ultimi ventisette anni di produzione del Castello di Grumello, ha significato quindi fare un viaggio emotivo e tecnico nel passato vinicolo, non solo di questa gloriosa azienda, ma più in generale della Valcalepio e del vino italiano.

Verticale Colle Calvario Ais Bergamo
La degustazione

Colle Calvario 2007: al naso emerge il frutto, potentemente mitigato da una nota burrosa. Evidente l’alcolicità al naso, che dà in bocca un buon corpo e morbidezza. Tannini dolcissimi e levigati.

 Colle Calvario 2005: naso più intenso, complesso e maturo dell’annata precedente. Bel corredo aromatico di spezie e terziari. In bocca fibra più nervosa, con bellissima espressione minerale.

Colle Calvario 2001: tra le annate più interessanti. Emerge subito la nota di grafite e inchiostro, supportato da profumi vegetali e fruttati. Secondo Nicola Bonera, “Ricorda uno Chateau Margaux per finezza espressiva”.  Tannino medio e finale meno minerale del 2005. Buona freschezza, grande bevibilità ed eleganza. Un grandissimo vino.

Colle Calvario 1998:  trama aromatica di frutta cotta. Nei minuti di degustazione è quello che cambia meno nel bicchiere.  Tra tutte le annate forse la più “piccola”, ma rimane comunque un prodotto interessante. In bocca tannini polverosi e retrogusto di liquirizia.

Colle Calvario 1997: annata molto interessante, in continua evoluzione del bicchiere. Tono fresco al naso, con labili accenni di peperone e frutto dolce. In bocca è intenso, con tannini avvolgenti. Una continua scoperta.

Colle Calvario 1991: naso fresco e leggermente metallico, che lascia spazio dopo qualche minuto a un buon corredo aromatico di frutti neri e una ricordo di liquirizia. E’ il vino che più degli altri si discosta dalla tipicità del Cru Colle Calvario, per la freschezza in bocca che prevale sul tutto il resto. Secondo Pietro Pellegrini “è il vino mai pronto”, per l’acidità spiccata, poco sostenuta dalle altre durezze, e non riequilibrata dalle morbidezze. Da prendersi così com’è.

Colle Calvario 1988: naso intenso di frutta cotta e fieno secco. In bocca permane l’acidità e la struttura, con tannini presenti. Un vino che ha ventisette anni, che conserva una certa nota croccante nella trama. Inaspettato.

21 maggio 2015

L’oro d’Ungheria. Tokaji, Tokaji, Tokaji!

Un’altra eccezionale serata organizzata da Ais Bergamo, martedì 12 maggio presso l’Hotel Settecento di Presezzo. A guidare la delegazione in questo percorso attraverso la storia e le fortune alterne del TokajI, Mariano Francesconi, presidente di Ais Trentino

Celebrato nei secoli come il “re dei vini, il vino dei re”, il Tokaji sta vivendo negli ultimi vent’anni un eccezionale rinascimento qualitativo, dopo l’oscuro periodo comunista che aveva assoggettato il territorio alle ferree regole della collettivizzazione. È un fatto acclarato che a questo eccezionale territorio vinicolo non sia stato risparmiato proprio niente durante i cinquant’anni di regime, finanche un parziale sfruttamento estrattivo del sottosuolo proprio a causa – ironia della sorte – di quel granito e di quei minerali che rendono unico questo vino.

“È come se un folle avesse letteralmente bucato le colline di Sauternes per estrarne i minerali”, – commenta Mariano Francesconi, presidente di Ais Trentino, con un paragone quanto mai calzante, dal momento che il Tokaji non ha nulla da invidiare per longevità e struttura al più noto cugino francese. E non è un caso che dopo la caduta del regime siano arrivati molti investitori proprio dalla Francia, spesso proprietari di aziende del territorio di Sauternes, che – fiutato il business – hanno modernizzato le cantine e ripreso la produzione di qualità.

Il Tokaj è un vino dolce botritizzato, prodotto in un territorio che si estende a nord-est di Budapest sino all’attuale Repubblica Slovacca. Il particolare microclima e la presenza dei fiumi Bodrog e Tisza lungo tutto il territorio, sono determinanti per la botrite, grazie alla formazione di nebbie che, per contrasto termico, favoriscono lo svilupparsi della muffa nobile. Il terreno di origine vulcanica è un coacervo di minerali ricchi di potassio (zeolite e dacite profondi oltre 10 metri) misti a sabbia e argilla, ricoperto da nyirok che ne migliora il drenaggio. Il Furmint (4000 ha circa) è la principale uva utilizzata per la produzione del Tokaji, perché viene facilmente attaccata dalla Botrytis a causa della sua buccia sottile. Si coltivano altre varietà minori che possono concorrere alla produzione del vino, tra cui l’Hárslevelü (spesso utilizzato per i vini secchi), il Sárgamuskotály, il  Zèta e il Koverszolo.

La produzione prevede una raccolta delle uve a più riprese, simile per certi versi a quello che avviene per il Sauternes, selezionate in base allo stato di appassimento prodotto dalla botrite. L’uva non botritizzata può stare in pianta sino al mese di novembre, mentre quella attaccata dalla muffa nobile che ha assunto un aspetto avvizzito (simile all’uva passa) viene fatta riprendere per qualche ora prima della pigiatura con un passaggio in acqua. In un secondo tempo viene aggiunto il mosto fiore dell’uva non botritizzata, che dà il via a un processo di rifermentazione che produrrà il Tokaj Aszù. Il grado zuccherino del vino è misurato in puttonyos, ossia dalla quantità di gerle da 25 kg  colme di Aszù aggiunte al vino base, fino a un massimo di 6 per 136 litri. E’ possibile commercializzare anche il rarissimo Esszencia con un residuo zuccherino tra i 600 e i 900 gr/l, prodotto dal succo stesso fermentato a parte, che non può superare per legge i 6% vol.

AisBergamoTokaji

La degustazione

Tokaji Furmint Mandolàs 2013: giallo paglierino con riflessi verdolini. Aromi di frutti e fiori bianchi, con soffi di erbe aromatiche. In bocca è secco, con discreta nota minerale.

Tokaji Furmint Mandolàs 2011: giallo pallido con riflessi verdolini. Al naso è più intenso rispetto al 2013, con belle note di frutta gialla e ricordi minerali. In bocca ritorna la spiccata mineralità e freschezza.

Tokaji Aszù – 5 Puttonyos – 2005 – Pajzos – Màd: oro ambrato lucente. Intensi aromi di miele, albicocca disidratata e caramella mou. In bocca è dolce, supportato da una decisa spalla acida. Il retrogusto è piacevole, con una leggera nota di tè verde in chiusura.

Tokaji Aszù – 5 Puttonyos – 1993 – Disznòkò Szòlòbirtok: color topazio brillante. Molto intenso e complesso, con eleganti profumi di mela cotogna, mostarda, note vulcaniche e balsamiche che si intervallano a più riprese all’aroma di resina. In bocca è potente, con una lunghissima persistenza e perfetta corrispondenza gusto-olfattiva a cui si aggiunge una golosa nota di cioccolato. Note: è la prima vendemmia dopo la caduta del regime comunista. Tra le migliori annate di sempre.

Tokaji Aszù – 6 Puttonyos – 2007 – Szepsy Pincészet – Màd: topazio lucente. Naso intenso di spezie, zafferano e incenso, sostenuti da buoni profumi minerali. All’esame gustativo è dolce, con lunga persistenza e buona freschezza che invita a un altro sorso.

Tokaji Aszù – 6 Puttonyos – 1999 – Orosz Gàbor – Màd: oro brillante. Naso piacevole ed elegante di gelsomino, albicocche e spezie dolci. In bocca perfetta corrispondenza gusto-olfattiva. Piacevole.

Tokaji Natùr Essezencia 2007 – Uri Borok – Gergely Vince – Màd: colore impenetrabile a trama giallo-oro. Naso dolcissimo dov’è possibile ritrovare miele millefiori e spezie. In bocca è un nettare che per consistenza ricorda uno sciroppo. Da capire.

A fine serata sono stati serviti i formaggi del Caseificio Taddei in abbinamento ai vini:  Taleggio,  Salva, Blutunt stagionato 90 giorni e Blutunt stagionato 150 giorni. Il produttore è inoltre intervenuto spiegando la produzione e le caratteristiche organolettiche dei formaggi serviti.

13 maggio 2015

Cantina Mesa, i vini della terra del Carignano del Sulcis

Una Cantina ancora giovane, fondata nel 2004 per “amor di Sardegna” da Gavino Sanna, maître à penser, pubblicitario, scrittore e imprenditore italiano tra i più importanti al mondo, che ha voluto celebrare la terra che gli ha dato le origini attraverso la produzione di vini che ne rappresentano perfettamente il territorio

Cantina Mesa - Serata Ais Bergamo

Puliti, schietti e sinceri, come la gente di Sardegna. Sono questo in una battuta i vini della Cantina Mesa degustati mercoledì 29 aprile presso il Ristorante LoRo di Trescore Balneario. Una Cantina ancora giovane, fondata nel 2004 per “amor di Sardegna” da Gavino Sanna, maître à penser, pubblicitario, scrittore e imprenditore italiano tra i più importanti al mondo, che ha voluto celebrare la terra che gli ha dato le origini attraverso la produzione di vini che ne rappresentano perfettamente il territorio

Ergo, vini che non perdono la loro tipicità per rispondere alle leggi del mercato, ma che rispettano integralmente la tradizione e gli aromi varietali dei vitigni, senza cedere alle lusinghe delle barriques di primo passaggio, per preferire un utilizzo misurato e intelligente del legno.

Presente in sala Luca Fontana, nipote di Gavino Sanna e Manager dell’azienda, che cura ogni aspetto della produzione, dalla vigna alla cantina, con la dedizione e l’orgoglio di un padre che sta venendo crescere e diventare grande un figlio tanto amato. La Cantina Mesa, infatti, è riuscita in pochi anni a porre le fondamenta per una produzione qualitativa di alto livello, eleggendo  il Carignano del Sulcis vitigno rappresentativo dell’azienda. Una scelta che in pochi anni, grazie al territorio vocato, ad una filosofia produttiva che non fa sconti alla qualità ed una cantina iper-moderna posta su tre livelli (5000 mq), è già stata premiata dalle guide e dalla stampa di settore.

I vigneti, 70 ettari nel cuore del Sulcis Iglesiente, a sud-ovest della Sardegna, si trovano per la maggior parte nel territorio di San’Anna Arresi, in una valle dove il mare e il maestrale giocano molto, o tutto, nella coltivazione della vite. Le vigne di Carignano a ridosso del mare, alcune delle quali cresciute facendosi forza nella sabbia, non soffrono il sale che si posa sui pampini della vite, che anzi penetra nei sistema vegetativo della pianta conferendo parte della salinità che si ritrova poi nel vino. La calura della tarda primavera e dell’estate, che mediamente si attesta sui 32-40°C, è riequilibrata dal vento freddo di maestrale, che soffia con una forza di 120-145 Km all’ora, provocando un’escursione termica giorno-notte che crea e fissa il corredo aromatico dei vini, caratterizzati da spessore e schiettezza.

Sono le caratteristiche del microclima e del terreno di natura sabbiosa e calcareo- argillosa, ricco di scheletro, a dare quindi l’imprinting alle vigne allevate ad alberello (rese di 80-90 q/l). In cantina la filosofia è quella di preservare il corredo aromatico, senza snaturarlo, tanto che dopo la diraspatura e la pigiatura soffice, le uve vengono lasciate precipitare nei vinificatori a piano terra, seguendo il principio della caduta naturale. Per il Buio Buio Riserva, il vino di punto dell’azienda, le macerazioni durano circa 10-12 giorni a 26-28°C sulle bucce, e dopo la malolattica il vino passa in barriques di secondo o terzo passaggio, che lo arricchiscono senza stravolgerlo.

L’azienda produce anche altri vitigni (ad es. Cannonau, Chardonnay, ecc. ), tra i quali emerge per eleganza il Vermentino che rappresenta per Luca Fontana (bianchista appassionato) e per il suo enologo Stefano Cova (trentino ed altro bianchista della prima ora) tra le scommesse vinte di questa cantina.  L’allevamento in questo caso è a cordone speronato in vigneti di 20-30 anni e rese molto basse (60-70 q/l), mentre in cantina le uve intere vengono pressate sofficemente, mantenendo il vino sulle fecce anche per due mesi a cui segue una maturazione in vasche di cemento.

Cantina Mesa - I vini in degustazione

La degustazione
Giuco 2014 - 100% Vermentino

Giallo paglierino. Naso intenso, con sentori floreali e fruttati (pesca bianca) e ricordi di cipria. In bocca è fresco, con nota minerale intensa. Vendemmia: tra fine agosto e inizio settembre. Vinificazione: prima della pressatura soffice, parte delle uve sono macerate per 12 ore a 6-8°C. Il mostro estratto fermenta a 14-18°C. Dopo la chiarifica e stabilizzazione, matura per 2 mesi in acciaio e altrettanti in bottiglia.

Opale 2013 - 100% Vermentino

Paglierino intenso. Un vino molto interessante, che è riuscito ad esprimersi al meglio dopo alcuni minuti nel bicchiere. Note di cedro e lime al naso. Fresco e persistente in bocca. Vendemmia: tra la seconda e la terza decade di settembre.Vinificazione: le uve intere vengono pressate sofficemente. Il mosto fermenta a 16-18°C. A fine fermentazione il vino rimane sulle fecce per almeno 2 mesi. Segue maturazione in vasca di cemento e 2 mesi in bottiglia.

Carignano rosato Rosa Grande 2014 - 100% Carignano

Rosa chiaretto lucente. All’esame olfattivo emergono immediatamente delle note vinose, supportate da una fragola fresca. In bocca buona freschezza e persistenza. Vendemmia: prima decade di settembre. Vinificazione: il mosto macera per 24 ore con le bucce a bassa temperatura. Segue la fermentazione a 14-16°C. Affinato per 2 mesi in acciaio e 1 mese in bottiglia.

Buio Buio Riserva 2012 - 100% Carignano

Rubino. Naso abbastanza intenso, con bouquet di fiori rossi e leggera nota vinosa. In bocca potente sapidità e freschezza, con tannini leggeri. Vendemmia: tra fine settembre e inizio ottobre. Vinificazione: macerazione sulle bucce per 10-12 giorni a 26-28°C. Dopo la malolattica affina per 10 mesi in barriques di secondo e terzo passaggio. Segue maturazione in bottiglia di 4 mesi.

Buio Buio Riserva 2011 - 100% Carignano

Rubino. Naso intenso, minerale e speziato (pepe bianco, spezie dolci), con piacevoli note terrose. In bocca intenso e piacevole, con buona sapidità.   Vinificazione: macerazione sulle bucce per 10-12 giorni a 26-28°C. Dopo la malolattica affina per 10 mesi in barriques di secondo e terzo passaggio. Segue maturazione in bottiglia di 4 mesi.

Buio Buio Riserva 2010 - 100% Carignano

Rubino. Naso intenso di frutta matura (ciliegie sotto spirito), profumi terziari (pepe nero, liquirizia, tabacco dolce) e note balsamiche. Potente e intenso in bocca, con tannini arrotondati e lunga persistenza. Un grande vino.Vinificazione: macerazione sulle bucce per 10-12 giorni a 26-28°C. Dopo la malolattica affina per 10 mesi in barriques di secondo e terzo passaggio. Segue maturazione in bottiglia di 4 mesi.

Gavino Riserva 2011 - 100% Carignano

Rubino pieno. Naso molto intenso ed accattivante di prugna, miele di castagno, pot-pourri di fiori rossi, nota caramellata e macchia mediterranea (elicriso). In bocca è molto intenso, elegante e persistente, con tannini sontuosi. Molto interessante. Note: vino prodotto da una sola vigna di 65 anni.

Forte Rosso passito 2011 - 100% Carignano

Rubino. Aromi di marmellata di frutti di bosco. In bocca sembra un vino passito-non-passito a causa della freschezza spiccata che chiama un altro sorso. Un passito sui generis. Da capire.

A fine serata è stato servito un piatto dello chef stellato Pier Antonio Rocchetti.

7 maggio 2015

Zanella riconfermato presidente fino al dicembre 2015

Zanella riconfermato presidente fino al dicembre 2015. Positivo il 2014 per le vendite, con un +10% rispetto al 2013. La Franciacorta ha venduto 15.475.977 bottiglie, di cui 1.428.993 all’estero.

ZANELLA-0311-199x300Era già nell’aria, ma la notizia ufficiale è arrivata oggi dall’Assemblea Generale dei Soci del Consorzio Franciacorta, che ha  riconfermato Maurizio Zanella alla guida del Consorzio Franciacorta fino al 16 dicembre 2015. L’eccezionale evento di Expo Milano 2015 ha portato alla decisione di prorogare la direzione di Maurizio Zanella fino alla prossima assemblea generale, approvando inoltre il bilancio 2014 e 2015, con un budget straordinario per Expo 2015 di 1.530.000.

I mesi che abbiamo di fronte ci vedranno coinvolti intensamente nelle attività organizzate nell’ambito di Expo Milano 2015 — commenta Maurizio Zanella, Presidente del Consorzio Franciacorta –. Ringrazio quindi il consiglio di amministrazione e l’assemblea dei soci per aver confermato la fiducia nel lavoro che ci ha portati fino a qui e per aver dato la continuità necessaria per sviluppare quest’ultimo progettoLa nostra presenza a Expo Milano 2015 come Official Sparkling Wine Sponsor infatti è il risultato dell’impegno che il Consorzio da anni mette in campo per migliorare costantemente la qualità del proprio vino e la sua conoscenza e in Italia e all’Estero. Expo rappresenta un traguardo fondamentale lungo il nostro percorso”.

I dati condivisi in Assemblea – prosegue Zanella – hanno confermato l’andamento positivo delle vendite del nostro vino motivando così l’ottimismo dei soci nonostante la difficile congiuntura economica. Il 2014 si è concluso con segno positivo, +10% rispetto al 2013. Franciacorta ha venduto 15.475.977 bottiglie, di cui 1.428.993 all’estero. A fine 2014, il mercato estero rappresentava il 9,2% con una crescita del 12,8 % rispetto al 2013; il mercato italiano cresceva nel 2014 del 9,7%. Inoltre si registrava anche un leggero aumento del prezzo medio di vendita”

I primi mesi del 2015 confermano l’ottimismo: una crescita complessiva del 18% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel periodo considerato, le vendite nazionali rappresentano l’86,2% del totale (in crescita del 19%), mentre l’export sale al 13,8% (+12,4%).

11 marzo 2015

Le donne del Vino 2015

 

Mercoledì 11 Marzo 2015

ore 21,00 c/o Circolo Sociale Calderara

Via Card. Riboldi, 119 – Paderno Dugnano

GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA

serata dedicata al ruolo delle donne, sempre più numerose, nella vitivinicola, dal vigneto alla cantina, dalla tavola alla comunicazione. Dopo l’interessante incontro del 2014 con la titolare della tenuta “CASTELLO DI GRUMELLO DEL MONTE”, questo anno “SCARPETTA” propone l’esperienza di:

GIORDANA TALAMONA

Professionista della comunicazione, Sommelier AIS e degustatrice di formaggi ONAF, Esperta di enogastronomia, scrive articoli per il mensile Affari di Gola e cura le rubriche “il sommelier al lavoro” e “vita da winemaker” per il periodico Viniplus di AIS Lombardia.

A seguire degustazione di vini e distillati prodotti da aziende guidate da donne. In allegato la locandina 2015 Donne del vino con tutte le notizie inerenti la serata.

Un cordiale saluto

Associazione Culturale Enogastronomica
“SCARPETTA”
Via Italia 13
20037 Paderno Dugnano
22 gennaio 2015

Luigi Veronelli. Camminare la terra

Dal 21 gennaio al 22 febbraio a Milano presso la Triennale, la mostra su Gino Veronelli. Nel semestre di Expo la mostra sarà trasferita a Bergamo. Curata da Alberto Capatti, Aldo Colonetti e Gian Arturo Rota accoglie foto, articoli, libri, bozze e appunti di Gino Veronelli, più una ricostruzione, seppur minima, della sua cantina

Nell’anno di Expo e a poco più di dieci anni dalla sua scomparsa, si apre alla Triennale di Milano una Mostra su Gino Veronelli, cantore infaticabile della cultura enogastronomica italiana. Luigi Veronelli, da tutti hanno chiamato semplicemente Gino, è stato molto di più di un giornalista. Intellettuale difficilmente incasellabile in una sola definizione, come tutti i grandi uomini dalla personalità sfaccettata, Gino Veronelli ha saputo tracciare prima di altri la strada che ha riportato le coscienze alla terra, alla sua riscoperta e al suo rispetto.

E non poteva che essere Camminare la terra, il titolo di questa esposizione curata da Alberto CapattiAldo Colonetti e Gian Arturo Rota, che alla Triennale di Milano sino al 22 febbraio, accoglie foto, articoli, libri, bozze e appunti di Gino Veronelli, più una ricostruzione, seppur minima, della sua cantina.

Grazie al vasto archivio messo a disposizione dalla famiglia, è possibile vedere le battaglie combattute da Veronelli, leggere i suoi articoli di denuncia, conoscere gli uomini e le donne che ha incontrato e difeso, entrare tra le pieghe del suo pensiero che l’ha spinto – e dovrebbe spingere tutti noi – ad agire con concretezza senza vacue dichiarazioni d’intenti.

Divisa in otto sezioni, la mostra ci riconsegna un Veronelli dove il tema del vinodiventa solo un punto di partenza per il suo impegno a difesa della cultura e delle tradizioni italiane. Dall’editoria degli anni Cinquanta, ai viaggi in lungo e in largo per l’Italia,- dove Veronelli fu pioniere nel valorizzare il complesso mosaico della cultura enogastronomica italiana, – sino all’impegno civile e ai suoi “no” a vino e olio industriali. Con Camminare la terra, in fondo, non si incontra solo Veronelli, ma attraverso lui e il suo pensiero si incontra la coscienza civile di tutti noi, talvolta assopita dalle logiche di mercato, che preme per tornare libera. E così è stato Gino Veronelli, un uomo libero e sensibile che non ha avuto paura di far sentire alta la sua voce.

Luigi Veronelli - Mostra Triennale Milano

Terminato il periodo in Triennale la mostra sarà trasferita a Bergamo, nel complesso dell’ex monastero di Astino, dove resterà durante il semestre di Expo: “È nostra intenzione fare di Bergamo una sorta di fuori salone con una mostra su Veronelli - ha dichiarato durante l’inaugurazione del 20 gennaio alla Triennale il sindaco della città di Bergamo, Giorgio Gori - esponendo buona parte della sua collezione composta da migliaia e migliaia di bottiglie”.

Per informazioni: www.camminarelaterra.it

17 novembre 2014

Expo 2015. Un’opportunità discussa al Merano Wine Festival

Expo2015 - MeranoWineFestivalTra gli ospiti presenti, moderati da Giacomo Mojoli, anche Lamberto Vallarino Gancia, componente della segreteria tecnica del Commissario Generale di Sezione per il Padiglione Italia di Expo2015, che ha tenuto a precisare che “terremo fede alle nostre promesse”. È evidente, infatti, che la grande chance di Expo2015, alla quale tutta l’Italia sta guardando con una certa preoccupazione, non fosse altro che per la mole di incertezze che la sta accompagnando, è quella di creare auspicabilmente un’onda lunga che duri anche quando i riflettori sulla manifestazione si saranno spenti. Un auspicio condiviso anche da Oscar Farinetti Piero Iacomoni, entrambi impegnati a livello internazionale con la diffusione dei loro marchi, rispettivamente Eataly e Monnalisa.

Ciò che ha messo d’accordo tutti, è la consapevolezza che le nostre eccellenze facciano fatica a imporsi all’estero, a trovare giusti spazi per liberare energie fatte di storia, cultura e qualità. Una difficoltà pienamente confermata anche da Lorenzo Zanni, titolare della cattedra universitaria di marketing internazionale a Siena, il quale ha illustrato la portata delle sfide sui mercati internazionali che attendono l’Italia nel futuro, spiegando la necessità di lavorare con maggiore impegno per costruire solidarietà e comunanza di obiettivi tra addetti del settore.

Mario Fregoni, presidente onorario OIV (Organisation Internationale de la Vigne et du Vin), illustrando il suo impegno per la ricerca e la forte comunanza con i viticoltori italiani, ha espresso la convinzione che vi sia ancora molto da fare, nonostante la strada intrapresa sia quella giusta. Gli ha fatto eco Donato Lanati, titolare Enosis (Centro ricerche Applicate allo Sviluppo Econolico) il quale, ricordando la sua attività di formatore e insegnante, ha espresso quanto sia importante andare all’estero per osservare le strategie messe in campo dagli altri Paesi emergenti, i quali stanno sensibilmente migliorando il loro posizionamento internazionale. A conclusione della tavola rotonda l’auspicio di Helmuth Köcher, presidente del Merano WineFestival, che da Expo2015 possa partire il rilancio dell’export italiano

 

30 ottobre 2014

I Timorasso di Daniele Ricci…e non solo

“Tanti modi di essere Timorasso e non solo” ha aperto la stagione invernale della delegazione di Bergamo, mercoledì 15 ottobre presso l’hotel Settecento di Presezzo, sotto la guida della nuova delegata Roberta Agnelli. Ospite della serata Daniele Ricci dell’omonima azienda agricola, che ha portato in degustazione sette tipologie di vino, tra cui cinque annate di Timorasso.

“Io sono Timorasso”, è ciò che polemicamente Daniele Ricci rispose qualche anno fa a chi gli chiedeva, con una certa protervia tipica di chi il vino lo beve comodamente nel salotto di casa, senza mettere un piede in vigna, perché si fosse messo a coltivare un vitigno difficile come il Timorasso, al posto dei ben più noti e piacioni vitigni internazionali che vengono su, senza troppi problemi. Quel “io sono Timorasso”, non è solo una frase ad effetto, che all’epoca chiuse la bocca ai suoi interlocutori, ma rappresenta oggi la storia di Ricci e di chi, come lui, è riuscito a salvaguardare una tradizione contadina antichissima.

Completamente biologica ed ecosostenibile l’azienda Ricci, nata nel lontano 1929, ha ricominciato a produrre Timorasso meno di vent’anni fa, proprio nel cuore dei colli orientali del Piemonte, a Costa Vescovato.  Anche per questo i vini di Daniele Ricci rappresentano, non solo il rinascimento di quella parte del tortonese che negli ultimi anni grazie a Walter Massa ha riconquistato credibilità qualitativa, ma sono l’impronta di carattere di un viticoltore che, piaccia o no, fa vini a modo suo. E lo dice senza tanti fronzoli, con schiettezza, che i vini che produce devono piacere a lui per primo, affrancandosi coerentemente da strani equilibrismi per stare nelle logiche di mercato, che – come bene lascia intendere Ricci – hanno avvilito e appiattito la tradizione culturale contadina, selezionando vitigni “facili” e vini senza carattere. I suoi no, un carattere ce l’hanno, e sono il connubio tra la natura e l’uomo, la prima che dà quel che genera secondo il terroir, il secondo che la interpreta senza snaturarla.

E che Ricci sia un viticoltore coerente con quel che dice, lo si intuisce da quel suo stare in vigna personalmente, giorno dopo giorno. Un impegno quotidiano, che esprime attraverso una frase che sembra passare sottotono, ma che è in realtà il motore stesso della sua filosofia. “Non si può essere molti a lavorare le vigne”, dice, spiegando come sia lui a stare personalmente tra i filari, conoscendo ogni singola vigna personalmente da trent’anni, come fossero compagni d’infanzia con cui si è cresciuti e dei quali si conosce tutto, i difetti, le piccole bizze caratteriali e la chiave per la loro generosità.

Daniele Ricci - BicchieriE non potrebbe essere altrimenti con un vitigno difficile come il Timorasso, che dà molto ma che chiede altrettanto in termini di quotidiana cura in vigna. Le caratteristiche agronomiche del Timorasso, infatti, sono l’elevata fertilità, l’abbondante vegetazione e una maturazione precoce. “Quando Walter Massa cominciò a riscoprire il Timorasso – racconta Ricci, che seguì sin dall’inizio l’eroica avventura enologica di Massa – ne rimasi affascinato, nonostante i molti i detrattori del vitigno non credessero a un suo possibile ritorno qualitativo. Se è quasi scomparso, – ci dicevano – un motivo ci sarà, al punto che lo stesso Donato Lanati, all’inizio di quest’avventura, ebbe modo di pronunciarsi negativamente sulla riscoperta del Timorasso. Poi si è dovuto ricredere, come la maggior parte di chi, fuori e dentro al territorio, oggi considerano il Timorasso un grandissimo vino”.

Vini franchi, quelli di Daniele Ricci, senza mezze misure, che li si ami oppure no. Certamente vini che non lasciano indifferenti, grazie a una filosofia produttiva che prevede leggere macerazioni, lieviti indigeni, temperature di fermentazione senza controllo. I vini affinano da un minimo di uno a un massimo di tre anni in botti di rovere, mentre l’imbottigliamento, effettuato seguendo le fasi lunari, non prevede chiarifiche, né microfiltrazioni, tantomeno solfiti aggiunti (50 mg/l totali).

Degustazione

Terre del Timorasso 2011: giallo paglierino già tendente al dorato. Molto luminoso. Naso lievemente minerale che tradisce l’origine del terreno tortonese. Dopo qualche minuto il vino si apre a note floreali fresche e di muschio, che ritroviamo anche in bocca, supportate da una sapidità e acidità di livello. Timorasso San Leto Verde 2009:  dorato. Acacia e cedro, su base minerale al naso. Ben strutturato in bocca, dove la nota dell’acacia ritorna a più riprese. Freschezza e sapidità non mancano, tanto da agevolare un sorso dopo l’altro.

Timorasso Giallo di Costa 2010: dorato. Più soave al naso con aromi di camomilla, valeriana e soffi di origano. Dopo qualche minuto i profumi virano verso la susina e l’albicocca disidratata. Avvolgente e caldo in bocca, con lunghi ritorni sapidi.

Timorasso San Leto Blu 2010: dorato luminoso. Naso da interpretare con potenti note di pietra focaia e “gomma bruciata”, che lasciano il posto dopo qualche minuto a note più dolci. In bocca è potente, con lunga persistenza. Da capire.

Timorasso San Leto Blu 2006: dorato luminoso. Etereo con ritorni di frutta gialla sottospirito, caratteristica che ritroviamo anche all’analisi degustativa, supportata da un corredo di spezie dolci particolarmente interessante. Finale leggermente amaricante.

Croatina Elso 2006: rosso rubino. Floreale (garofano) con lievi note di liquirizia dolce che ritornano anche in bocca. Bella freschezza e tannicità in bocca.

Barbera Castellania 2005: granato. Naso intenso con ricordi di marmellata di ribes e mirtillo, con qualche spezia nera. In bocca è avvolgente, bel tannino e lunga persistenza. Molto interessante.

Daniele Ricci - i vini

9 settembre 2014

DENIS MONTANAR E AURELIO DEL BONO APRONO LA RASSEGNA “VINI BIO” AL MILLE STORIE E SAPORI

Nell’ambito della rassegna “Mille Storie e Sapori presenta i vignaioli”, sono stati ospiti i due storici produttori che si sono confrontati sul metodo biodinamico.

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Da sinistra Aurelio Del Bono, Paolo Stefanetti e Denis Montanar

La prima di una lunga rassegna di incontri coi produttori, per uscire dai luoghi comuni e conoscere da vicino le migliori realtà produttive dei nostri territori

Lunedì 8 settembre, alle ore 20.00, presso il ristorante Mille Storie e Sapori di Bergamo, si è aperta la rassegna “Vini Bio” con la partecipazione di due storici produttori biodinamici, Denis Montanar, dell’omonima azienda agricola friulana e Aurelio del Bono, della franciacortina Casa Caterina. Una serata di degustazione concepita come una vera e propria tavola rotonda, nella quale il pubblico presente si è confrontato, in maniera diretta e informale, coi due produttori sul noto e talvolta vituperato metodo biodinamico, che “utilizza le forze naturali per aumentare la fertilità dei terreni”.

“Sono stati i due produttori a raccontare la loro storia e filosofia produttiva, presentando personalmente i vini in degustazione, – spiega Paolo Stefanetti, chef, sommelier e patron del ristorante – ai quali ho abbinato un menù studiato per accompagnarne le particolari caratteristiche organolettiche”. Vini decisamente anticonvenzionali, non c’è che dire, non solo per il metodo scelto, ma perché nascono, seppure da storie diverse,  dalla medesima volontà di fare prodotti fuori dagli schemi.

Denis Montanar, quarta generazione di agricoltori, entra nel settore vinicolo nel 1989 quando prende in affitto i vigneti del nonno. Dopo pochi anni acquisisce altri 12 ettari circa di proprietà, una parte dei quali viene destinato alla produzione di antiche varietà di frumento, mais e grano saraceno.  Ogni anno produce, seguendo lo stesso metodo, l’azienda Montanar coltiva 30 quintali sia per mais, soia, che frumento Nel 2013 Denis Montanar decide di utilizzare il suo nome come marchio dell’azienda a cui affianca i tre toponimi delle terre dove coltiva i suoi prodotti: Borc Dodon, Borc Sandrigo e Scodovacca. Produzione annua media: 27 mila bottiglie.

“La bufala più grossa sui vini biodinamici? Che non sono eleganti e che hanno odori sgradevoli. – spiega durante la serata Denis Montanar – In realtà, come in tutti i processi naturali, quando si comincia con la produzione bio occorre stabilizzarsi, imparare a conoscere il proprio terreno, i lieviti indigeni e il metodo in cantina. Chi fa vini bio da un po’ di anni, li fa con criterio conoscendo direttamente tutti i processi e le variabili di cantina”.

Aurelio Del Bono di Casa Caterina coltiva, col fratello Emilio, sette ettari di vigna nel comune di Monticelli Brusati, in provincia di Brescia. Nonostante i terreni siano posti in uno dei comuni del Franciacorta Docg, i fratelli Del Bono rinunciano volontariamente alla denominazione per tutti i loro metodo classico. Una scelta coraggiosa che permette loro di sperimentare vie alternative, creando vini del tutto atipici. Produzione annua media: 30 mila bottiglie.

“Amiamo sperimentare e non rimanere prigionieri dei disciplinari che tendono a uniformare tutte le produzioni. – spiega Aurelio Del Bono – Oggi attraverso i lieviti selezionati, si possono fare vini progettati a tavolino, con certi aromi e profumi che non rappresentano più il territorio, ma le scelte dell’enologo. I nostri vini, al contrario, rappresentano ancora il gusto della terra, nel rispetto delle vigne e del terroir“.

Durante la serata sono stati degustati in escalation la Brut Cuvée 60 2009 (100% Chardonnay – 9000 bottiglie annue), il Friulano 2013 (5000 bottiglie annue),  il Brut Antique 2002 (100% Pinot Meunier – 5000 bottiglie) l’Uis Blancis 2009 (55% Tocai Friulano, 30% Sauvignon, 10% Pinot Bianco, 5% Verduzzo Friulano – 3000 bottiglie annue) e il Brut Sec Demy Out Style 2001 (100% Pinot Noir- 800 bottiglie solo in magnum).

“E’ un piacere poterli ospitare e far conoscere la loro storia ai bergamaschi.  – conclude Stefanetti – Il nostro locale è nato, infatti, come un luogo d’incontro dove chiunque può approfondire la cultura dell’enogastronomia, attraverso i racconti, le persone e i sapori. Una filosofia che si rinnova durante ogni serata”. Mille Storie e Sapori nasce nel 2012 per volontà della famiglia Stefanetti, per promuovere la cultura enogastronomica a Bergamo. Paolo Stefanetti, patron del ristorante ha lavorato per 32 anni presso il tristellato “Da Vittorio”.

 

Mille Storie e Sapori

Viale Papa Giovanni XXIII n. 18 – Bergamo

Per informazioni sulle prossime serate: tel. 0354220121

Sito: www.millestoriesapori

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1 agosto 2014

PREMIO INTERNAZIONALE MERONIS

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Il vino come fonte di cultura, il vino come fonte di vita. Si è svolto martedì 29 luglio, nella splendida cornice del Circolo Antico Tiro a Volo di Roma, la seconda edizione del Premio Internazionale Meronis, promosso e organizzato da Cantina Moronia per premiare illustri personaggi che, nella propria professione, si siano distinti nella valorizzazione del patrimonio enogastronomico italiano. La serata, ideata dal presidente di Cantina Moronia Gianfranco Grieci e condotta da Barbara Laurenzi, ha visto la partecipazione di oltre 150 persone tra esperti del settore enologico, esponenti istituzionali ed attori del comparto food.

“Siamo lieti di premiare, ancora una volta, il merito e l’impegno di chi, ogni giorno, tramanda nelle proprie azioni e nella propria professionalità un valore antico, e tipicamente italiano, come quello della terra, del vino e della condivisione che è alla base dell’enogastronomia del Bel Paese” – spiega Gianfranco Grieci, presidente di Cantina Moronia.

Numerosi e differenti i nomi dei premiati. Per la categoria Cucina e vino lo chef del noto e prestigioso ristorante Sushisen di Roma, Eiji Yamamoto, che ha eseguito una dimostrazione dal vivo e realizzando una rivisitazione del classico sashimi. Per la sezione Televisione e vino, Eleonora Daniele, nota conduttrice televisiva e per anni volto storico di LineaVerde, e Francesca Barberini, volto storico di Gambero Rosso Channel. Per la sezione Cultura e Vino, la nota sommelier Adua Villa e Riccardo Cotarella, da sempre tra i più prestigiosi enologi al mondo e presidente di Assoenologi.

Per la sezione Turismo e vino Carlo Esposito, restaurant manager dell’Hotel 5 stelle Tragara di Capri. Ancora per Turismo e vino, Elena Martusciello, presidentessa dell’associazione nazionale Donne del Vino. Per la sezione Giornalismo e Vino, Francesca Romana Maroni, amministratrice delegata della Guida Maroni, la guida dei migliori vini italiani. Ancora per Giornalismo e vino, Giordana Talamona, giornalista particolarmente apprezzata per il suo impegno nel far conoscere il vino attraverso il mondo dei media. Esperta di enogastronomia, Giordana Talamona collabora con diverse testate del settore, tra le quali ViniPlus, periodico dell’Ais Lombardia. Ancora nella sezione Giornalismo e vino, Gian Marco Chiocci, direttore de Il Tempo.

Per la categoria Internazionalizzazione e vino, Simona Frignani, segretaria generale della Camera di Commercio Italia-Inghilterra, e Michele De Gasperis, presidente della camera di commercio italo-mongola. Per la categoria Storia e vino, Gaetano Pascale, presidente di Slowfood. Per Imprenditoria e vino, Giacomo Campora, direttore generale Allianz, e infine il presidente del circolo antico tiro a volo Michele Anastasio Pugliese.

“Siamo molto soddisfatti della serata, questa seconda edizione è stata ancora più ricca grazie all’istituzione della nuova categoria internazionalizzazione, una sezione che abbiamo fortemente voluto proprio per sottolineare il valore dell’export in questo momento storico” –  dichiara la responsabile eventi ed estero di Cantina Moronia, Gioia Ciccotti.

La degustazione iniziale è stata realizzata con prodotti provenienti da varie regioni e offerti dai soci della Fagri – Filiera agricola italiana, associazione di categoria che unisce 110 mila imprese agricole a livello nazionale. La cena di gala si è conclusa con l’esibizione di Yasko Fujii, soprano di fama internazionale, conosciuta in Italia anche per la sua presenza nel programma di Canale5 di Paolo Bonolis ‘Avanti un altro’.

 

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25 luglio 2014

SOGNATORI CON I PIEDI BEN PIANTATI NELLE SETTE TERRE

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Il vicepresidente Antonio Lecchi: “Istituiremo una commissione di degustatori che assaggerà annualmente i nostri vini, per garantire qualità certificata ai consumatori”

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Lunedì 21 luglio 2014, presso Casa Virginia a Villa d’Almè (BG), si è tenuto l’evento lancio di Sette Terre, la nuova Associazione di Viticoltori Indipendenti di Bergamo, a cui hanno preso parte rappresentanti delle Istituzioni, giornalisti, ristoratori e viticoltori. Tra le autorità politiche presenti anche gli onorevoli Antonio Misiani ed Elena Carnevali, e i sindaci dei Comuni delle sette aziende aderenti all’associazione.

Durante la conferenza stampa il presidente di Sette Terre, Carlo Ravasio, ha presentato le finalità dell’associazione, nata per promuovere l’identità storica, culturale, ambientale e sociale del territorio bergamasco. “Vogliamo dare dignità al vino e rendere i bergamaschi orgogliosi della propria terra. Non sono cose da poco, perché quando si è orgogliosi della propria terra la si rispetta, la si cura e la si fa conoscere. Cercheremo, dunque, un rapporto costruttivo prima di tutto coi bergamaschi e poi col resto del mondo. Ma, badate bene, non saremo noi ad andare nel mondo, semmai chiederemo al mondo di venire qui, nel nostro territorio, a visitare le nostre cantine. Si tratta di un sogno? Solo le generazioni future potranno dirlo”. Sette Terre non prevede un numero chiuso di aziende aderenti, ma è pronta ad accogliere tutti coloro che intendono condividere le finalità programmatiche dell’associazione.

E sul nuovo modo di comunicare la qualità del territorio bergamasco, il vicepresidente Antonio Lecchi ha puntualizzato: “Vogliamo trovare una terminologia che dia identità alla qualità del vino bergamasco. Siamo stanchi di sentire usare le parole “vitigni internazionali”, o “taglio bordolese”, noi vogliamo produrre vino di qualità con “l’anima di Bergamo nel bicchiere”. Anche per questo istituiremo una commissione di degustatori formata da enologi, sommelier, giornalisti ed esperti del settore, che assaggerà annualmente i nostri vini, attribuendo il marchio Sette Terre ai soli prodotti che raggiungeranno gli 85/100 di punteggio. Un modo concreto per rispettare i consumatori, che potranno finalmente essere certi di acquistare prodotti di qualità certificata”. Un programma ambizioso che prevede, inoltre, interventi sperimentali su varietà autoctone o innovative, in ciascuna azienda, volti ad individuare il vitigno che possa esprimere al meglio l’identità della terra.

Sette Terre come i sette terreni vocati che rappresentano le peculiarità vitivinicole di ciascuna azienda dell’associazione: Maiolica per la Caminella, Marna per Casa Virginia, Volpinite per Cascina Lorenzo,Sass de Luna per Eligio Magri, Arenaria per Le Corne, Flysch per Sant’Egidio e Torbiditi per Valba. “Da un punto di vista geologico, la fascia collinare della bergamasca è formata da una tale molteplicità di terreni di origine eluviale, da dimostrarsi estremamente vocata per la produzione vinicola di qualità. – ha spiegato durante la conferenza stampa l’agronomo Giacomo Groppetti – I diversi terreni, formati da micro areali, permettono a ciascuna produzione vinicola di esprimere nel bicchiere, le peculiarità tipiche di ogni terra”. I terreni geologici eluviali, ossia autoctoni, originatisi dal disgregamento delle rocce sul posto, senza il trasporto del detrito, sono dunque l’eccezionale peculiarità della terra bergamasca.

Nel corso della serata, che ha visto la partecipazione di oltre 200 invitati, è stato proclamato il vincitore del concorso per la creazione del logo di Sette Terre, con lo slogan “La terra, l’ambiente, la qualità, l’anima di Bergamo nel bicchiere”. Tra gli 84 lavori pervenuti, il logo che ha dato un volto all’associazione - un’onda di vino racchiusa in un calice, che diviene lo skyline di Bergamo Alta -  è stato realizzato dal ventiquattrenne, grafico bergamasco, Roberto Adobati, che si è aggiudicato un premio di 1000 euro.

L’anima di Bergamo è nel bicchiere, non resta che degustarla.

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18 luglio 2014

Parte la nuova edizione siciliana del Blues & Wine Soul Festival

Grandissima la presenza di guest stars, a cominciare Sharrie Williams, considerata la più grande cantante americana del genere blues-gospel.

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Il Blues & Wine Soul Festival, con la Super Official Band  internazionale di Joe Castellano, spegne quest’anno le dodici candeline. Questa nuova edizione, che parte ufficialmente ad agosto da Porto Empedocle,  si preannuncia ricca di appuntamenti che uniranno la grande musica soul con l’arte, la storia, il giornalismo e la cultura enogastronomica del territorio.

Grandissima la presenza di guest stars, a cominciare da colei che è considerata la più grande cantante americana del genere blues-gospel, Sharrie Williams. Con lei ci saranno anche la soul-singer Laeh Jones, Gordon Metz e Daria Biancardi, la “Soul Queen of Italy”, reduce dal talent show di Rai2 “The Voice of Italy, lanciata otto anni fa proprio da Joe Castellano.

E ancora, il ritorno di uno dei più grandi chitarristi del blues mondiale, James Owens, e  nomi straordinari di Earth Wind & Fire di Al McKay, come il percussionista David Leach (ex della band di Bob Seger), il trombettista cubano Omar Peralta e il grande sassofonista Ed Wynne (già alla corte dei Doobie Brothers), da 4 anni nella Joe Castellano Band (JCB).

Una sola nota amara emerge dalle parole del musicista Joe Castellano, ideatore della kermesse: “A causa della pesante inerzia della Regione Sicilia e allo stato di dissesto, o di non felice gestione di molti Comuni, quasi sicuramente quella del 2014 sarà l’ultima edizione siciliana. Dal 2015 la kermesse, col “Festival del Giornalismo Enogastronomico”, toccherà infatti i territori italiani più vocati al turismo ed all’enogastromia, lasciando la Sicilia come una delle tappe del “Circuito Italia” .

Per informazioni e prenotazioni: www.bluesandwine.com

Cultura del cibo e del vino

Durante questa dodicesima edizione parteciperanno cuochi, scrittori, giornalisti, conduttori di programmi televisivi come Bruno Gambacorta di “Tg2 Eat Parade”, Andrea Scanzi de “Il Fatto Quotidiano”, il direttore di Italian wine & food Institute di New York, Lucio Caputo, Felice Cavallaro del Corriere della Sera, Giulia Cannada Bartoli, direttore di Officine Gourmet, Andy Luotto, attore comico della banda di Arbore e celebre chef nella veste di scrittore.

Anche quest’anno verrà assegnato il premio “Giornalismo, Editoria: Blues & Wine Awards” durante l’ottava tappa sull’Etna (7-10 agosto), da questa edizione abbinato al “Festival del Giornalismo Enogastronomico” del Blues & Wine. Il premio nasce da una idea di Joe Castellano e Nicola Dante Basile, scrittore giornalista e blogger di “TerraNostra” per il Sole-24Ore, promotore del gemellaggio tra “Blues & Wine Soul Festival” e “Libri da Gustare” di La Morra (Cuneo).

Il calendario del Sicily Summer Tour 2014

TAPPA SPECIALE “Strada degli Scrittori” – PORTO EMPEDOCLE

 1 Agosto – Porto Empedocle - P.zza KENNEDY -     Grande concerto di JOE CASTELLANO SUPER BLUES & SOUL BAND con le leggende Americane del Soul.
  
 Tappa Speciale CASTELBUONO – gemellata con PAESE DIVINO FESTIVAL
  2 Agosto - Castelbuono – Chiostro S.Francesco - Gran Galà del Vino - Concerto Skillie Charles Orchestra
  3 Agosto – Castelbuono – P.zza Castello – concerto JOE CASTELLANO SUPER BLUES & SOUL BAND .
  4 Agosto – Castelbuono – P.zza Castello - Spettacolo by Zelig
  TAPPA “Sulle Vie del Barocco”
  5 Agosto – Modica – P.zza Matteotti - Degustazioni e concerto JOE CASTELLANO SUPER BLUES & SOUL BAND 
  6 Agosto – Siracusa – Castello Maniace – Degustazioni e concerto JOE CASTELLANO SUPER BLUES & SOUL BAND
 
  TAPPA SPECIALE “ETNA” – Festival del Giornalismo Enogastronomico
  7 Agosto – Pedara – Festa concerto in Piazza
  8 Agosto – Grande SOUL PARTY alle CANTINE PATRIA – Castiglione di Sicilia – Concerto Daria BIANCARDI & The Soul Caravan
  9 Agosto – Castiglione di Sicilia – GRAN GALA’ BLUES & WINE 2014 – Golf Resort “Il Picciolo” di Castiglione di Sicilia . Assegnazione “Blues & Wine Awards” per il Giornalismo, la Saggistica e personaggi del Vino - Serata Dance Live con JOE CASTELLANO  & Special Soul Legends 
  10 Agosto – MILO -  Cerimonia assegnazione “Blues & Wine Awards” per la MUSICA .
     Grande concerto di JOE CASTELLANO SUPER BLUES & SOUL BAND con le leggende Americane del Soul. Special Guest : Daria Biancardi .
 TAPPA “Sulla Via dei Florio” – MAZARA del VALLO
   12 Agosto – Mazara del Vallo P.zza Mokarta – Concerto Skillie Charles Orchestra
   13 Agosto – Mazara del Vallo P.zza Mokarta - Degustazioni alla Champagneria “Villa delle Rose”
                    Grande Concerto JOE CASTELLANO SUPER BLUES & SOUL BAND .
   14 Agosto – CEFALU’ - Hotel Sea Palace – Gran Galà di Ferragosto con cenone .
                    Concerto JOE CASTELLANO SUPER BLUES & SOUL BAND .  
   Settembre – TAPPA SPECIALE  ISOLE EOLIE 
                     in definizione date e luoghi delle varie Isole . 
11 luglio 2014

SETTE TERRE SI PRESENTA E PREMIA IL VINCITORE DEL CONCORSO “LA TERRA, L’AMBIENTE, LA QUALITA’, L’ANIMA DI BERGAMO NEL BICCHIERE”

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Lunedì 21 luglio 2014 verrà presentata ufficialmente la nuova Associazione Viticoltori Indipendenti di Bergamo e proclamato il vincitore del concorso per la creazione del logo che rappresenterà le SETTE TERRE con lo slogan “La terra, l’ambiente, la qualità, l’anima di Bergamo nel bicchiere”.

Scelto il logo dell’associazione tra gli 84 lavori pervenuti.

Al vincitore un premio di 1000 euro.     

Lunedì 21 luglio 2014 presso Casa Virginia a Villa d’Almè, in provincia di Bergamo, verrà  presentata ufficialmente la nuova Associazione Viticoltori Indipendenti di Bergamo e proclamato il vincitore del concorso per la creazione del logo che rappresenterà le SETTE TERRE con lo slogan “La terra, l’ambiente, la qualità, l’anima di Bergamo nel bicchiere”. Durante la serata la nuova associazione,  nata nel marzo scorso per promuovere il vino bergamasco, presenterà i programmi, i valori e gli obiettivi condivisi dalle sette aziende agricole.

“Non ci aspettavamo un così alto numero di partecipanti, – commenta Carlo Ravasio, presidente dell’associazione –  né tantomeno che molti dei lavori pervenuti fossero in grado di trasmettere con tanta efficacia l’immagine della nostra associazione. Scegliere un solo logo tra gli 84 arrivati, non si è rivelato un compito facile”. Una giuria qualificata composta da giornalisti, esperti della comunicazione visiva e dai rappresentanti delle sette cantine, ha scelto il logo che rappresenterà ufficialmente la neonata associazione del vino. Tra i partecipanti al concorso anche una classe dell’Istituto Professionale ENAIP di Romano di Lombardia e una del Liceo Artistico di Bergamo. Il vincitore si aggiudicherà un premio di 1000 euro.

SETTE TERRE, come i sette terreni vocati che rappresentano le peculiarità vitivinicole di ciascuna azienda. Maiolica, Marna di Bruntino,Volpinite,Sass de Luna, Arenaria, Flysch e Torbiditi, queste sono alcune delle importanti terre che si inerpicano lungo gli 80 chilometri della fascia collinare bergamasca, da Sotto il Monte a Costa Volpino, passando per Villa D’Almè, Torre De’ Roveri, Grumello del Monte, Cenate Sotto e Cenate Sopra. Le sette aziende che compongono l’associazione sono la Caminella, Casa Virginia, Cascina Lorenzo, Eligio Magri, Le Corne, Sant’Egidio e Valba, per un totale di 58 etichette prodotte complessivamente nelle denominazioni Valcalepio e Bergamasca Igt.

Un’associazione di produttori indipendenti che vuole aprire un dialogo con le Istituzioni pubbliche e private che hanno lo scopo di promuovere l’identità storica, culturale, ambientale e sociale del territorio bergamasco. Conclude Ravasio: “Ci aspettiamo che all’incontro di lunedì 21 luglio partecipino tutti coloro che hanno a cuore i nostri stessi obiettivi, primo fra tutti valorizzare Bergamo con il suo vino, i suoi vignaioli, agricoltori e bergamini”.

Durante la serata sarà offerto un aperitivo e aperto un banco di degustazione con i vini delle sette cantine.

 

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13 novembre 2013

A spasso per la Liguria, vini e abbinamenti tipici

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Il mare d’inverno? Perchè no!

Il mare d’inverno è un concetto che la mente non considera”, cantava la Bertè negli anni Ottanta. Sarà, ma l’idea di stare su una spiaggia, avvolta da una coperta che ripara dal vento, non mi dispiace affatto, soprattutto se penso di essere, su quella spiaggia, finalmente sola. Nessuna calca, nessun corpo flaccido e madido da cui scappare, nessuna bolgia dantesca. Solo io, il mio plaid ed un buon libro. Ovviamente nelle mie fantasie, oltre a tutto questo, immagino di avere come degno compagno (no, nessun Richard Gere, mi basta il mio…) una buona bottiglia di vino da sorseggiare in santa pace… cosa volere di più? Così, fantasticando tra un ricordo ed un altro, ho pensato alla Liguria ed ai suoi vini.

La viticoltura ligure si è meritata, negli anni, l’appellativo di eroica a causa degli impervi terrazzamenti che, proprio a strapiombo sul mare, hanno obbligato l’uomo a coltivare la vite in situazioni estreme. Un fazzoletto di 5000 ettari vitati in un territorio per il 65% montuoso, collinare per il restante 35%, con una produzione annua di 170 ettolitri di vino, a stragrande maggioranza bianco. E’ come se i liguri avessero strappato a forza, nei secoli, lo spazio per coltivare la vite, come se l’avessero conquistato dopo lotte interminabili con la natura. Tenaci i liguri, non c’è che dire. La sfida è stata vinta ed oggi, dopo un periodo di abbandono delle viticoltura, per fortuna se ne sono rimpadroniti. La differenza che balza subito agli occhi, nella lunga striscia ligure tra Ponente e Levante, è che nella prima parte troviamo vitigni prodotti in purezza, diretta influenza piemontese, mentre nella seconda uvaggi che derivano dalla vicina Toscana. Una Doc, Golfo del Tigullio, denominazione della provincia di Genova, fa un po’ da spartiacque tra le due tendenze, con vini prodotti ancora in purezza, come la Bianchetta Genovese o il Vermentino, ed assemblaggi di vitigni, come nella denominazione “Bianco”.

Ed allora vediamo assieme qualche vino ligure.

C’è il Rossese di Dolceacqua Doc prodotto dall’antichissimo vitigno autoctono Rossese, pare, conosciuto sin dai Greci. Il colore è rubino, con l’affinamento può virare sul granato, mentre i profumi sono tendenzialmente floreali e fruttati. Nella zona si mangia con una tipica preparazione, la Capra coi fagioli. Bisogna spendere due parole su questi prelibati cannellini bianchi di Badalucco, Conio e Pigna. La produzione è scarsissima tanto che Slow Food, per scongiurarne la scomparsa e il rischio di contraffazione, ha fondato un suo presidio. Guardate qui.

Ormeasco di Pornassio Doc, altro non è che un dolcetto, antico parente di quello piemontese che viene prodotto nella provincia di Imperia. Il colore è rosso rubino con aromi floreali e fruttati, in bocca lievemente tannico con una certa freschezza. L’abbinamento tipico è con il Coniglio, mentre la versione Superiore si sposa bene con il Cinghiale. C’è anche una versione rosata, lo Sciac-trà (da non confondersi con lo Sciacchetrà… tipica domanda ai test da sommelier di primo livello…) che non ho mai assaggiato. Anzi, se qualcuno lo conosce e vuole dirmi come lo trova, son qui!

Riviera di Ponente Pigato Doc, è un bianco autoctono che apprezzo molto, diffuso principalmente nelle provincie di Imperia e Savona. Il colore è un bel paglierino, i profumi sono floreali e fruttati, con note vegetali che ricordano la salvia e buona persistenza aromatica, tutte caratteristiche che lo fanno degno compagno per una delle preparazioni più classiche della Liguria, le Trenette o le Trofie al pesto.

Riviera di Ponente Vermentino Doc i profumi meno intensi rispetto al Pigato, con buona freschezza e sapidità, accompagna tutte le preparazioni a base di pesce e molluschi, per esempio io ci vedrei bene i Calamaretti in umido alla genovese.

Golfo del Tigullio Bianchetta Genovese Doc questo vino bianco con buona freschezza si abbina tipicamente con la famosa Focaccia di Recco.

Cinque Terre Doc nasce dall’assemblaggio di Bosco, Albarola e/o Vermentino. Il colore è un giallo paglierino scarico con riflessi verdolini, i profumi sono delicati con giusta freschezza e sapidità che ben si sposano con la Farinata di ceci.

Cinque Terre Sciacchetrà Doc. E’ forse il vino più noto di tutta la regione, un passito da sempre fiore all’occhiello della viticoltura ligure. Le uve sono le stesse del bianco secco e l’appassimento è effettuato su graticci, per tre mesi. Il colore è dorato, tendente all’ambrato, con profumi intensi e persistenti di ananas, albicocca e frutta secca, come la mandorla. Se il suo affinamento è lungo si possono avvertire sentori ancora più evoluti, come il miele di castagno o le prugne secche (avete presente le Sunsuit?). Al palato ha una buona struttura e sapidità che l’accompagna perfettamente col Pandolce genovese.

Colli di Luni Rosso Doc, è una denominazione interregionale che la Liguria condivide con la Toscana. L’influenza la si nota tutta, infatti questo vino è fatto con Sangiovese, Canaiolo e/o Ciliegiolo (vitigni delle più importanti Docg toscane). Classicamente si abbina al Galletto in casseruola coi carciofi.