24 Mar I primi laureati in famiglia: identikit degli studenti di prima generazione
Entrano in università senza una guida. Nessuno in famiglia sa davvero come funziona, quali passi seguire, quali errori evitare. Eppure sono sempre di più. Sono gli studenti di prima generazione, giovani che per primi nel loro nucleo familiare scelgono di intraprendere un percorso universitario.
A raccontarlo è la ricerca “Solitudine, orgoglio, resilienza. Una lettura antropologica dei percorsi universitari degli studenti di Prima Generazione a Milano”, firmata da Angela Biscaldi e Giuseppe Mazzarino, basata su sessanta interviste in profondità condotte nel 2025. Lo studio restituisce un’immagine complessa fatta di difficoltà, ma anche di risorse, orgoglio e capacità di trasformazione.
Numeri che raccontano un cambiamento.
Non si tratta di una minoranza. In diversi atenei milanesi gli studenti di prima generazione rappresentano una quota consistente, spesso maggioritaria, dei laureati. Un dato che fotografa un’università in evoluzione, attraversata da percorsi sempre meno lineari e da studenti provenienti da contesti sociali e culturali diversi.
È il segno di una mobilità sociale ancora possibile, ma anche di un sistema che non sempre riesce ad adattarsi a questa trasformazione.
“Non sapevo da dove iniziare”.
Le storie raccolte partono tutte da un punto comune: l’incertezza. Per molti studenti, l’ingresso in università è un salto nel vuoto. Mancano riferimenti familiari, consigli pratici, conoscenze pregresse.
Iscriversi significa spesso imparare tutto da soli: dai test di accesso alle procedure online, fino alla comprensione di un linguaggio accademico che appare distante. Quello che per alcuni è routine, per altri diventa un ostacolo concreto.
Ne deriva un senso diffuso di spaesamento. L’università appare come uno spazio già abitato da chi conosce le regole, mentre chi arriva senza “eredità” si sente fuori posto, costretto a recuperare continuamente terreno.
Tra orgoglio e distanza: il rapporto con la famiglia.
Il rapporto con la famiglia è uno degli aspetti più delicati. Studiare non è solo una scelta individuale, ma un passaggio che coinvolge l’intero nucleo familiare.
Da una parte emergono incomprensioni e distanze. I genitori, spesso lontani dal mondo universitario, faticano a comprendere tempi, pressioni e modalità dello studio accademico. Questo può generare solitudine e senso di non essere pienamente capiti.
Dall’altra, però, si afferma un sentimento forte e condiviso: l’orgoglio. Essere il primo laureato in famiglia rappresenta una conquista collettiva, un risultato che va oltre il singolo individuo.
In molte storie, la laurea diventa un simbolo. È il riconoscimento dei sacrifici familiari, ma anche la possibilità concreta di cambiare traiettoria, di aprire nuove prospettive per sé e per le generazioni future.
L’analisi della ricerca.
Come spiega Angela Biscaldi, docente di Antropologia culturale all’Università degli Studi di Milano, «con l’espressione studenti e studentesse di prima generazione intendiamo i primi e le prime nella loro famiglia ad aver intrapreso un percorso di studio universitario. Con questa ricerca, in prospettiva antropologica, intendiamo dare voce al quotidiano silenzioso lavoro di inclusione e di trasformazione sociale che avviene nelle nostre aule universitarie».
Un processo che – sottolinea – è una faticosa conquista: «C’è una grande soddisfazione, un certo orgoglio, ma anche qualche difficoltà in più rispetto ai compagni figli di laureati». Per Biscaldi, il punto non è creare nuove categorie, ma ripensare lo sguardo sull’università: «Interrogarsi sul benessere degli studenti di prima generazione non significa creare una nuova categoria di diversi, ma promuovere una maggiore consapevolezza dell’eterogeneità dei vissuti e dei bisogni, e una maggiore responsabilità nelle strategie didattiche e relazionali».
L’università, emerge dalle interviste, non è solo un luogo di formazione professionale, ma anche uno spazio di crescita personale e di cittadinanza: «Non permette solo di accedere al mercato del lavoro, ma rappresenta anche un importante luogo di crescita umana».

Le difficoltà che non si vedono.
Le criticità non sono solo economiche. A pesare sono spesso ostacoli invisibili: la complessità burocratica, la difficoltà di accesso alle informazioni, l’assenza di familiarità con i codici impliciti dell’università.
A questo si aggiunge una dimensione emotiva intensa. Il sentirsi “indietro”, la necessità di dimostrare di meritare quel posto, la fatica nel costruire relazioni in un ambiente percepito come distante.
Sono difficoltà che raramente emergono nei dati, ma che incidono profondamente sui percorsi accademici. Eppure, proprio da queste condizioni nascono competenze e risorse importanti. Gli studenti di prima generazione sviluppano autonomia, capacità di adattamento e determinazione.
Studiare diventa un atto di cambiamento, non solo personale ma anche sociale.
Un’università che deve cambiare passo.
Il punto non è solo raccontare queste storie, ma interrogarsi sul sistema. Se l’università continua a funzionare come se tutti partissero dalle stesse condizioni, rischia di riprodurre le disuguaglianze invece di ridurle.
Serve ripensare orientamento, comunicazione e strumenti di supporto. Serve riconoscere che le differenze non sono un limite, ma una risorsa. Gli studenti di prima generazione non sono un’eccezione. Sono il segnale di un cambiamento già in corso.
Le loro storie parlano di solitudine, certo. Ma anche di orgoglio. Perché dietro ogni percorso universitario c’è spesso una famiglia intera che, pur senza strumenti, sostiene e spera.
E quando arriva la laurea, non è mai solo individuale. È una prima volta che appartiene a tutti, una soglia che segna un prima e un dopo.
Fonte
Biscaldi, A., Mazzarino, G. (2025), Solitudine, orgoglio, resilienza. Una lettura antropologica dei percorsi universitari degli studenti di Prima Generazione a Milano, in Narrare i Gruppi, ottobre 2025.